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 2012  febbraio 07 Martedì calendario

Quel rubinetto russo che ci tiene in ostaggio - Sull’inclinazione di noi italiani a fare di ogni emergenza una condizione di perenne stabilità, si potrebbe chiamare in causa Giuseppe Prezzolini o Ennio Flaiano

Quel rubinetto russo che ci tiene in ostaggio - Sull’inclinazione di noi italiani a fare di ogni emergenza una condizione di perenne stabilità, si potrebbe chiamare in causa Giuseppe Prezzolini o Ennio Flaiano. In questo caso basterà citare in rigoroso ordine cronologico qualche ministro della Repubblica. Claudio Scajola, primo febbraio 2006, l’Ucraina inizia a pompare dal gasdotto siberiano parte delle forniture destinate all’Europa: «La situazione è delicata ma niente allarmi. Stiamo lavorando a nuovi accordi». Pierluigi Bersani, 22 giugno 2006, la crisi russo-ucraina non accenna a risolversi: «Ancora per i prossimi due inverni sarà emergenza gas». Ancora Claudio Scajola, 8 gennaio 2009, Mosca litiga di nuovo con Kiev e decide di chiudere i rubinetti a valle: «È una crisi difficile ma abbiamo riserve per due mesi. Ho invitato la Russia a rispettare i contratti esistenti». E infine Corrado Passera, ieri. Questa volta le beghe russo-ucraine non c’entrano nulla. Fa solo freddo, molto freddo, e Gazprom è costretta a tagliare fino al 30% gli approvvigionamenti verso l’estero: «La situazione è di emergenza, ma la stiamo monitorando». In sintesi. Nonostante gli sforzi, gli accordi, i tentativi di diversificare gli approvvigionamenti, di reintrodurre il nucleare, di finanziare le energie alternative, l’Italia continua a dipendere dal gas russo. Basti ricordare che il 55% dell’energia elettrica consumata in Italia nasce in centrali a gas, e che dei 78 miliardi di metri cubi di fabbisogno, 26 miliardi nel 2011 sono arrivati da Tarvisio, la porta d’ingresso dei russi. Benché ci sia lo spazio per raddoppiarla, la produzione nazionale si ferma a un decimo, poco più di 8 miliardi di metri cubi. Ci sono importanti giacimenti nell’Alto Adriatico, in pianura padana, al largo della Sicilia, in Calabria, ma per un motivo o per l’altro non sono mai stati sfruttati. Per ridurre la dipendenza dal gas russo e algerino - l’altra grande voce del nostro import - il governo Prodi, nel 2006 lanciò un piano per la costruzione di almeno cinque rigassificatori. Il sistema funziona così: le navi trasportano gas liquido (oggi arriva soprattutto dal Qatar) che viene ritrasformato in energia. Fino al 2006 ce n’era uno solo in Liguria. Da pochi mesi ne è entrato in funzione un secondo a Rovigo. Finanziato da Edison, garantisce un decimo degli approvvigionamenti, sempre che - come dimostra la cronaca di questi giorni - il tempo sia clemente e le navi possano attraccare. A meno di intoppi, entro un anno ne entrerà in funzione un terzo, al largo delle coste livornesi. Lo sta costruendo, dopo aver vinto diversi ricorsi di associazioni ambientaliste, un consorzio fra la grande municipalizzata del Nord-Ovest Iren e la tedesca Eon. Non sarà però un impianto di grandi dimensioni: al massimo delle sue potenzialità garantirà gas per un ventesimo dei consumi italiani. Il quarto rigassificatore, ricorsi permettendo, promette di realizzarlo l’Enel a Porto Empedocle, ma per entrare in funzione ci vorranno almeno tre anni. Il quinto, a Brindisi, lo dovrebbe costruire British Gas. Sfiniti dai ricorsi, i vertici del colosso hanno chiesto l’intervento dell’allora premier Tony Blair, il quale a sua volta chiese lumi al collega Silvio Berlusconi. «Ci penso io», promise. Il niet di Niki Vendola ha finora bloccato ogni speranza di realizzare l’opera. Piaccia o meno, fino a che l’Italia non avrà le infrastrutture necessarie, la nostra dipendenza dai Paesi vicini è una certezza. Per gran parte dell’anno facciamo finta di nulla. I capricci di madre natura ci riportano alla realtà. Può accadere in estate (è il caso del 2006), quando il caldo soffocante ci costringe a mettere al massimo i condizionatori, accade più spesso fra gennaio e febbraio. Quest’anno ci è andata particolarmente male. Ieri - dati del ministero - sono stati consumati 450 milioni di metri cubi di gas, il 40% in più di un anno fa. Nel sottosuolo conserviamo quattro miliardi di metri cubi di stoccaggi, più altri cinque miliardi di riserve strategiche. Al ministero, almeno per ora, si mostrano «relativamente tranquilli». Secondo una fonte che preferisce non essere citata, «siamo ancora lontani dalla più grave delle crisi», quella di inizio 2006. Allora il taglio delle forniture fu tale da costringere Scajola a un decreto che derogava ai limiti di emissioni delle centrali e costrinse a ridurre di un grado il riscaldamento delle abitazioni. Solo il caso della storia ha voluto che affrontassimo un inverno così rigido a guerra conclusa e con il gasdotto libico a pieno regime: «Greenstream» da solo garantisce il 10% degli approvvigionamenti. Per il momento il taglio russo verrà compensato anche da un maggior pompaggio da quella fonte. Ma al ministero restano prudenti. Se la morsa del gelo dovesse protrarsi, il rischio di ulteriori provvedimenti è dietro l’angolo.