MARIO BAUDINO, La Stampa 6/2/2012, 6 febbraio 2012
1790, la Bohème a Lumi rossi - Mentre il marchese de Sade scriveva, chiuso nella Bastiglia, la prima parte delle 120 giornate di Sodoma , in una cella forse non troppo lontana un altro libertino riempiva pagine su pagine di un romanzo che aveva poco da invidiare alla folle liturgia sessuale del vicino
1790, la Bohème a Lumi rossi - Mentre il marchese de Sade scriveva, chiuso nella Bastiglia, la prima parte delle 120 giornate di Sodoma , in una cella forse non troppo lontana un altro libertino riempiva pagine su pagine di un romanzo che aveva poco da invidiare alla folle liturgia sessuale del vicino. Venne pubblicato una sola volta, nel 1790, e mai più ristampato. Il suo autore, Anne Gédéon Lafitte, marchese de Pelleport, è incappato in un tenace oblio. Una volta riconquistata la libertà non capì la Rivoluzione, e la Rivoluzione non s’interessò a lui. Le formidabili orge nei campi della Champagne, innaffiate di vino e umori corporali, con torme di cappuccini in calore (nel senso dei frati) e filosofi avventurieri, simpatiche prostitute e fanciulle in fiore dalle inaspettate e paradossali furbizie si inabissarono fra i libri perduti. È accaduto però che un grande francesista, l’americano Robert Darnton, si sia imbattuto nel personaggio, innamorandosi del romanzo. Ora le edizioni Cooper lo propongono in traduzione italiana con un lungo saggio introduttivo dello studioso. Che apre un mondo: molto prima della Belle Epoque, e di quelle Scene di vita della Bohème di Henry Murger, pubblicato nel 1848 guardando al Balzac delle Illusioni perdute , de Pelleport dipinse uno straordinario affresco della vita degli scrittori e «filosofi» indigenti, avventurosi, spesso furfanti, altrettanto spesso sognatori, non certo romantici come quelli che Puccini prese a Murger ma intensamente settecenteschi e dunque, a tutto tondo, «libertini». E battezzò il fenomeno. Il suo romanzo si intitolò Bohémien , termine che, spiega Darnton, già allora designava oltre agli abitanti della Boemia e agli zingari anche una nuova categoria di vagabondi. Il marchese gran seduttore, e sostanzialmente gran farabutto, lo scrisse con uno scopo evidente: mettere in ridicolo alcuni nemici personali. Perennemente inseguito dai creditori - e scacciato dalla famiglia - Pelleport peregrinava infatti tra Parigi e Londra dove si dedicava soprattutto a stampare libelli scandalosi sulla vita di corte, non tanto per pubblicarli quanto per distruggerli in cambio di denaro, proprio come è avvenuto negli anni scorsi per certi servizi fotografici. Qualche volta non si dava nemmeno la pena di scriverli, si limitava ad annunciarli, aspettando compratori. Alla fine venne tradito, e cadde in un tranello organizzato dagli agenti segreti francesi. Di questo e di altre cose accusava un «filosofo» che pure lo aveva spesso aiutato, Jacques-Pierre Brissot de Warville, futuro leader dei girondini durante la Rivoluzione. Lo ribattezzò Bissot e ne fece il protagonista del suo romanzo, nelle vesti di un avvocato che lascia la città insieme con un fratello mezzo scemo per sfuggire ai creditori, e decide di vivere da eremita nei boschi. Qui incontra però una compagnia di bohémiens, con i quali gira la Champagne vivendo a sbafo e rubacchiando. Pur nella trasposizione agreste, il quadro di vita è realistico: in esso Darnton legge una vivace rappresentazione dell’esistenza dei letterati senza soldi, che erano tantissimi, fra Parigi e Londra, retori abilissimi e pronti a tutto, famelici e avidissimi di piaceri. Nel romanzo i loro nomi sono assai trasparenti. C’è per esempio una sorta di ammazzasette, Mordanes, tipo piuttosto ignorante ma dotato di un minaccioso fucile, dietro cui si nasconde il più celebre degli immigrati a Londra, tal Charles Théveneau de Morande, principale libellista della colonia francese. I riferimenti storici valgono per lo specialista. Per il lettore bastano e avanzano le irresistibili bravate del soggetto, per esempio quando decide di violentare la giovane Félicité e non si accorge che la pur inesperta pulzella, non volendo rischiare un figlio da lui, manovra in modo da essere sodomizzata, senza che nemmeno il violentatore se ne accorga. Dopodiché si compiace sia per l’astuzia sia per il piacere ricavato, se pur misto a dolore. Il clima non è troppo diverso da quello di Sade e in generale del romanzo libertino: con in più una vena popolaresca, di beata esagerazione. I bohémiens sono dei Gargantua e dei Pantagruel mai sazi. Morale e religione sono oggetto di scandalosissime irriverenze, sempre piuttosto festose: come nel caso di un giovane letterato che a Londra scopre, grazie al miracoloso cordone di un santo, di poter allungare il naso a suo piacimento. Ne fa ovviamente un uso smodato al di là e al di qua della Manica. Pelleport scrive dalla cella, ma pare sempre di ottimo umore. Esorta i suoi lettori al godimento: il desiderio, spiega, è l’energia vitale che fluisce in tutta la natura, e l’amore libero è il più nobile dei principi. Basterebbe meno a bollare il libro come banalmente pornografico. Ma proprio Darnton, che ha studiato a lungo l’editoria nell’Ancien Régime, ci ha insegnato come le idee dell’illuminismo camminarono e si diffusero non tanto sui testi di Voltaire o Rousseau, destinati a un’élite, ma proprio sui libracci «libertini» contrabbandati entusiasticamente fra i confini d’Europa. Ci dice anche che nella Bastiglia era possibile in certi casi, per i prigionieri, scambiarsi visite. E qui nasce una domanda cui non sarà forse mai possibile dare una risposta: i due terribili libertini si saranno mai parlati?