Alberto Mattioli, La Stampa 7/2/2012, 7 febbraio 2012
Abbiamo un regista d’opera italiano che piace anche al di là dei patri confini (anzi, più che al di qua)
Abbiamo un regista d’opera italiano che piace anche al di là dei patri confini (anzi, più che al di qua). La sedicente «patria dell’opera» è in grado di esportarne uno solo. In compenso, è davvero geniale. Si chiama Damiano Michieletto, si è così poco montato la testa che continua a vivere al paesello (nel caso Scorzè, periferia di Treviso). Però lavora in tutto il mondo come un forsennato. Prossimamente: Così fan tutte alla Fenice, Poliuto a Zurigo, La Bohème al festival di Salisburgo, Trittico all’An der Wien di Vienna. Più riprese dell’ Elisir d’amore (da Valencia a Palermo) e di una discussa ma splendida (e splendida anche perché discussa) Madama Butterfly al Regio di Torino. Sempre a Torino, anzi alle Fonderie Limone, approda oggi per lo Stabile il suo Ventaglio . Iniziamo appunto da Goldoni: dove lo ambienta? «Non ha un’ambientazione. È una storia corale che non si svolge di preciso da nessuna parte. Io ho vestito tutti in abiti moderni e li ho messi in uno spazio scenico che è una grande lavagna bianca con una scritta: "L’amore". Perché il tema della commedia è la follia d’amore». Però per tutti lei è soprattutto regista d’opera... «Ma ho iniziato con la prosa. E faccio almeno uno spettacolo all’anno». È peggio avere a che fare con gli attori o con i cantanti? «Diciamo che sono psicologicamente diversi. Il cantante è più legato: ha uno spartito che lo dirige molto più di quanto faccia un copione e un direttore d’orchestra che sceglie per lui. Gli attori sono molto più "esposti", quindi di solito più paranoici». E chi rompe più le scatole? «È uno scontro titanico. Certo, a un cantante non puoi rovesciare una bottiglia d’acqua in testa, perché poi si lamenta che perde la voce. L’attore di solito è più istintivo, più "animale": al contrario del cantante, vuole essere usato». Veniamo al suo Così fan tutte : dove si svolge? «In un albergo. È o no la storia di uno scambio di coppie? E allora l’albergo è perfetto, perché è un ambiente ambiguo, un luogo d’incontro e di tentazioni. E poi una camera d’albergo è molto erotica e questa è una storia erotica». E anche molto drammatica. «Sì, e infatti finisce con la rottura di ogni relazione fra i personaggi. Muore la fiducia, nessuno crede più all’altro. L’inganno porta sofferenza, amarezza, è il lato nero della commedia. Come nella vita». La Bohème ? «È la storia, molto attuale, di un gruppo di eterni adolescenti che si rifiutano di crescere. La morte di Mimì arriva quasi inaspettata e segna, per tutti, l’ingresso nella vita vera». Ma i Babbi Natale che c’entrano? «Beh, i primi due atti si svolgono alla vigilia di Natale e il caffè Momus è ovviamente un grande shopping center dove si sfoga la nostra ossessiva mania consumistica. Babbi Natale compresi». Risponda a chi si è scandalizzato della sua Butterfly . «Non capisco perché sia scandaloso far vedere ciò di cui l’opera parla. Io non sono un provocatore, sono un celebratore. Parto dalla drammaturgia, non dalle didascalie. Le didascalie stanno al teatro come i paraocchi al cavallo: gli impediscono di vedere dove sta andando. In Shakespeare le didascalie non ci sono, però è Shakespeare». Risponda anche a chi dice che se vuole fare i suoi comodi se le scriva da solo. «Magari! Anzi, faccio un appello ai responsabili dei teatri: forza, un po’ di coraggio. È troppo facile fare stagioni con tre Verdi, due Puccini e un Wagner. Io vorrei incontrare uno scrittore e un compositore che finalmente mettano in scena il presente. Perché dobbiamo sempre avere paura della creatività?». Lei è giovane... «Col cavolo. Ho 36 anni e quando debutterò alla Scala, nella prossima stagione con Un ballo in maschera , ne avrò 37. Strehler, lì, iniziò a 26».