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 2012  febbraio 07 Martedì calendario

Al tempo di Dante faceva caldo, in quello di Metastasio — poco prima della Rivoluzione francese — il clima era freddo

Al tempo di Dante faceva caldo, in quello di Metastasio — poco prima della Rivoluzione francese — il clima era freddo. Ghiacciava la laguna di Venezia e in ogni angolo d’Europa si battevano i denti. Anche il Tamigi, nel cuore di Londra, diventava sovente una lastra di ghiaccio sulla quale si svolgevano persino piccole fiere. Anzi, si aprivano dei negozietti e non mancava il barbiere o il pizzicagnolo; si creavano piste di pattinaggio e si organizzava persino una buffa caccia alla volpe. Ma l’ultima volta il fenomeno capitò nella prima metà del secolo XIX. Voltaire che mai volle andare a San Pietroburgo, nonostante gli inviti di Caterina II, sosteneva che nelle città fredde si pensa, mentre in quelle calde ci si distrae. Insomma, la filosofia per l’illuminista francese si sposa con i brividi, nonostante fosse nata in Grecia. Dove si stava benissimo anche d’inverno. Il clima ha sempre influito sui pensieri dell’uomo. A volte l’ha aiutato persino a scrivere meglio le sue opere. Cosa sarebbe Guerra e pace di Tolstoj senza la neve? Napoleone che entra a Mosca, si siede sul trono al Cremlino e aspetta le chiavi della città forte di un esercito imbattibile, è vinto più dal gelo che non dal generale Kutuzov. E Publio Ovidio Nasone? Caduto in disgrazia, viene relegato da Augusto nella lontana Tomi (oggi Costanza), sul Mar Nero che allora gelava. Piange il clima di Roma. Non smette di scrivere e nei Tristia appaiono le basse temperature. Il lettore, a distanza di due millenni, lo coglie ancora pieno di acciacchi; si accorge che sta in piedi a fatica, che soffre d’insonnia e la sua barba brilla di ghiaccio nelle notti inclementi. Ed Erasmo nello sfavillante Rinascimento? Eccolo lamentarsi per i geloni che tormentano le sue delicate dita, e cerca di proteggerle con guanti forse non molto efficaci. Il filosofo Leibniz, morto nel novembre 1716, ebbe notizia che nell’inverno precedente la Senna a Parigi ghiacciò due volte. Non fece in tempo però a riflettere sulla grande nevicata di Roma, perché questa avverrà dopo la sua sepoltura. Non fu sempre freddo. Numerosi meteorologi sono concordi nel sostenere che Annibale potè attraversare le Alpi con gli elefanti per la quasi assenza di neve. Al contrario, all’inizio del secolo XIX i ghiacciai alpini avrebbero raggiunto la massima estensione. Insomma, il tempo del Romanticismo si presenta con clima rigido. Se Petrarca potè cantare secoli prima le acque «fresche», «chiare» e «dolci» che lambivano le grazie di Laura, i poeti scortati dagli ottocenteschi palpiti videro nel 1838 quasi tutti i fiumi europei gelare. Non si deve comunque vincolare un capolavoro o un fatto alle temperature. Pascal Acot nella Storia del clima (Donzelli) raccomanda prudenza: non si può sostenere che la Rivoluzione francese fosse legata alla piccola glaciazione, anche se quest’ultima ha svolto un ruolo rilevante nella storia economica e sociale della Francia di età moderna. La letteratura si è riempita di freddo. Per noi restano ancora dei riferimenti Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern (edito da Einaudi) o il romanzo autobiografico di Giulio Bedeschi Centomila gavette di ghiaccio (pubblicato da Mursia) che nel 2011 ha superato i quattro milioni di copie vendute. Certo, sullo sfondo di questi due libri c’è la tragedia dei nostri soldati in Russia, ma è significativo che il gelo renda le pagine più longeve. Puškin scrive le sue migliori poesie evocando le bufere di neve e Dante mai si dimentica delle basse temperature. E ne illustra gli effetti, tra l’altro, nel canto XXXII dell’Inferno, nella ghiaccia di Cocito. Qui sono relegati i traditori. Improvvisamente gli appaiono quei volti illividiti, bluastri: «Poscia vid’io mille visi cagnazzi/ fatti per freddo; onde mi vien riprezzo,/ e verrà sempre, de’ gelati guazzi». Jean Bouhier nei suoi deliziosi Souvenirs ricorda che il Re Sole, Luigi XIV, non portava i guanti. Ne spiega la ragione cogliendo il dialogo tra due villani: «Non preoccuparti, non ha freddo: tiene sempre le mani nelle nostre tasche». È una frecciatina sulle troppe tasse passando dal clima. E Cartesio, il sommo Descartes, dopo aver accettato l’invito di Cristina di Svezia non si coprì adeguatamente: morì per una polmonite, causata dall’inclemente clima svedese. Anche i filosofi hanno avuto problemi con il gelo. Ma nessuno meglio di Marilyn Monroe seppe lasciare un’apologia del freddo. Nel film Quando la moglie è in vacanza dialoga con Ton Ewell. «Mi faccia mettere qualcosa addosso... Ora vado in cucina e mi vesto», sussurra la bionda. Lui: «In cucina?». E lei: «Sì. Quando fa caldo così, sa cosa faccio? Gli intimi li tengo in frigo».