Cristiana Mangani, Il Messaggero 06/02/2012, 6 febbraio 2012
IL PM: SCHETTINO TORNI IN CARCERE. PER I SUOI REATI 2.697 ANNI DI PENA
«QUINDICI anni per omicidio colposo plurimo, dieci anni per disastro da naufragio, e otto anni per ciascuno dei passeggeri abbandonati e morti in conseguenza del naufragio». Che vuol dire: 2.697 anni in cella, tenuto conto che ci sono 34 cadaveri e 300 persone abbandonate sulla nave. La procura di Grosseto fa i calcoli per ogni passeggero coinvolto nel disastro della Concordia. E li elenca nel ricorso di dodici pagine presentato al Tribunale del riesame di Firenze.
Un ricorso con il quale chiede di rimandare in carcere il comandante, sottolinea: «Il fatto che Francesco Schettino possa fuggire sta anche nell’entità della pena in concreto erogabile». Ecco di nuovo i pm parlare di pericolo di fuga, insistere sulla condotta del capitano, per motivare la richiesta di un provvedimento più severo.
L’udienza per la discussione, condizioni climatiche permettendo, è prevista per questa mattina alle 11 a Firenze. I giudici della Libertà analizzeranno, oltre al ricorso della procura, anche l’istanza di scarcerazione presentata dalla difesa (gli avvocati Leporatti e Parascandola), che insiste per l’annullamento dell’ordinanza ai domiciliari, proprio partendo dai contenuti del provvedimento emesso dal gip. E cioè dal «rischio di recidivanza», che era alla base della decisione. Scrivono i legali: «Schettino, nella sua posizione soggettiva di comandante, indagato per aver provocato il naufragio di una grande nave, appartiene a un ambito di professionisti numericamente assai ristretto, per i quali il mantenimento della posizione apicale di responsabilità non è intuitivamente compatibile con la perdita per colpa del bastimento posto al loro comando». L’evento commesso da Schettino, considerano ancora gli avvocati, è «unico per dimensioni e, quindi, implicitamente qualificato irripetibile». Aspetto che escluderebbe la possibilità di recidiva, anche perché la Costa crociere lo ha anche sospeso dall’incarico.
Dal canto suo, il procuratore capo non ritiene, invece, che possano esserci attenuanti per un indagato che «nel momento in cui fu informato del provvedimento di fermo, chiese di poter andare in albergo e — deluso dalla risposta ricevuta — di poter mangiare qualcosa prima di essere portato in carcere». Da qui la gravità dei reati ipotizzati: omicidio colposo plurimo, naufragio e abbandono della nave. Imputazioni «provvisorie», aggiunge Verusio. Quasi a dire che l’indagine non si ferma qui.
Il documento degli inquirenti, poi, anticipa quella che sarà la discussione di oggi, ovvero il nodo del pericolo di fuga. Evidenzia la procura nel suo ricorso che è collegabile all’abbandono della nave: «Una scelta - scrivono - indicativa della tendenza a trovare una comoda via di fuga dai propri doveri, sempre e comunque». Se dunque Schettino, un comandante che ha appoggi in diversi parti del mondo, non è scappato dal Giglio - è ancora la considerazione del procuratore - «è stato solo perché non fu proprio di facile realizzazione una fuga dall’isola, tanto più in quei momenti».
Nel ricorso c’è pure un evidente riferimento alla Costa, alla volontà del comandante di inquinare le prove e di chiedere a loro conferma sulla linea da seguire. Elemento desumibile - per il pm - «dai contatti intensi intrattenuti con Ferrarini (Roberto, responsabile unità di crisi, sentito nei giorni scorsi per oltre sei ore, ndr) durante le fasi immediatamente successive allo scontro sullo scoglio, circostanza che deve collegarsi alle affermazioni di Schettino verso la compagnia durante l’attesa in caserma e al fatto che questa possa avere interesse a far fornire una certa versione dei fatti». Un comportamento che avrebbe tenuto «in aderenza ad aspettative di terzi soggetti come pure a trovare giustificazioni al suo operato».