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 2012  febbraio 03 Venerdì calendario

HOLLYWOOD PARTY SE IL DIVO FA POLITICA - QUANTO CONTA

una faccia in politica? Marlon Brando, convinto di sé, disse: «Se un attore serve a vendere un deodorante, può essere altrettanto utile a vendere idee». Ronald Reagan, che mai vinse l’Oscar ma ebbe un premio più ambìto, la Casa Bianca, rivoltava invece la domanda: «Non riesco a capire come si possa fare politica senza essere attori». Tema della questione, ovviamente, è il rapporto tra Hollywood e Washington, cioè tra divismo e politica, finzione e potere, fama e influenza sociale. Brando pensava, grazie alla celebrità guadagnata nel cinema, di poter far passare il messaggio (ci provò, in difesa dei pellerossa). Reagan dimostrò, da presidente, che pure l’uomo più potente della Terra deve usare i trucchi del mestiere: lo vidi con i miei occhi incantare gli studenti dell’Università di Mosca, ai tempi di Gorbaciov, quando raccontò d’avere imparato l’amore della libertà fin da bambino, correndo a piedi nudi nelle praterie dell’Illinois. Epico come Huckleberry Finn: recitava, certo, ma anche così vinse la guerra fredda. Reagan ipocrita e vincente, quindi, contro Brando sincero e fallito? La risposta non è così semplice. Vediamo. ALL’INIZIO fu Charlot. Arrivato in America, profugo da un’infanzia dickensiana a Londra, Charlie Chaplin aveva scalato con velocità meteorica l’industria del cinema. Il suo muto Vagabondo, bombetta e canna di bambù, che sfotteva i potenti (il poliziotto, il giudice, il caposquadra, il ricco indolente), esilarava e com-muoveva le platee, ma spaventava l’establishment: «Chaplin può diventare presidente degli Stati Uniti», scrisse un giornale, quando l’attore, su richiesta del governo federale, convinse folle osannanti a comprare i bond che finanziavano l’ingresso americano nella Grande Guerra. Automatico che Hoover del FBI - ossessionato dai comunisti, come oggi ci mostrano Clint Eastwood e Leonardo DiCaprio in J. Edgar - lo mettesse già nel 1918 sotto l’occhio dei suoi agenti. Chaplin inaugurò così il groviglio d’interesse e paura che da sempre lega Hollywood e Washington: il governo chiede aiuto al cinema, per vendere le sue politiche, ma ne teme l’enorme potere di persuasione, mentre il cinema ha bisogno del governo, per difendere i grandi studios, ma talvolta ambisce persino a influenzarne la politica. Una storia, raccontata in Hollywood Left and Right da Steven J. Ross, professore alla University of Southern California, che arriva fino ai nostri giorni, cioè al governatore Arnold Schwarzenegger.
L’Italia ancora s’interroga sul fenomeno. È dagli anni ’60, da quando Francesco Alberoni descrisse la gente di spettacolo come celebrità impotenti, «élite senza potere», che ci stupiamo ogni volta che un tipo famoso entra con successo in politica, sia l’imprenditore d’interessi vasti e oscuri come Berlusconi, dissimulato sotto la maschera dell’impresario tv o del tifoso di calcio (immagina se Hoover avesse indagato su di lui…), oppure un comico astuto come Beppe Grillo. L’americano Ross non ha alcuno di questi grilli intellettuali, dà per scontato che la celebrità conferisca potere. Come disse Charlton Heston, smessi i panni di Mosè nei Dieci Comandamenti, quando gli chiesero se avrebbe portato molta gente nella marcia dei diritti civili, a Washington, nel 1963: «Mi verranno dietro perché ho guidato un popolo attraverso il Mar Rosso». L’abito fa il monaco, al cinema, come spiega l’esempio di Ross: più di Jane Fonda, che appena spogliata da Roger Vadim in Barbarella s’impegnò contro la guerra in Vietnam, fu convincente il guerrafondaio John Wayne, perché coerente col suo ruolo in Berretti verdi, il film che esaltava il militarismo americano (promosso, infatti, dall’amministrazione del presidente Johnson). Perciò, visto che Marlon Brando aveva ragione, poiché un volto famoso può vendere idee come deodoranti, resta da capire chi venda meglio. Storicamente, la destra ha avuto più successo della sinistra: perché i conservatori, in America e ovunque, praticano la politica «della paura e della rassicurazione» (dei comunisti, degli stranieri…), mentre i progressisti «predicano colpa (la guerra, la segregazione razziale…) e speranza», cioè merci con poco mercato. Poi c’è la potenza dell’industria: il cinema assorbe e remunera enormi quantità di denaro, perciò era naturale che Hollywood s’alleasse ai repubblicani, anziché ai democratici. Il Faust che vendette l’anima a Washington fu Louis B. Mayer, del trio Metro-Goldwyn-Mayer, un immigrato da uno shtetl dall’Ucraina, di cui s’ignorava la data di nascita, diventato il mogul degli anni ’20. Poiché «l’élite protestante era assai sospettosa della nuova industria, in gran parte diretta da ebrei, che comprava film dalla cattolica Francia e li faceva vedere a suggestionabili bambini americani», Mayer offrì un patto «a chiunque volesse difendere l’industria»: i repubblicani, in primis i presidenti Harding e Coolidge, furono i più lesti. E Mayer, che «avrebbe potuto dare istruzioni a Machiavelli, se solo avesse saputo leggere e scrivere», regnò fino alla morte, nel 1957.
Resta il caso più clamoroso, Ronald Reagan. Ma è un caso atipico, perché Reagan non usò il cinema per fare politica, ma entrò in politica quando Hollywood iniziava a stancarsi di lui. E perché non era un dilettante, ma uno scrupoloso professionista che s’addestrò prima da sindacalista , poi da governatore, infine da leader supremo. Reagan fece gavetta al General Electric Theatre, dell’omonima azienda elettrica, che per otto anni lo scritturò per fare discorsi (politici, s’intende) a oltre 250 mila lavoratori di 135 fabbriche. Mise a punto un fervorino di venti minuti, «come un disco», perfettamente oliato di ovvietà: libertà, individualismo, poco governo, insomma il programma che l’avrebbe portato alla Casa Bianca (esclusi i «dirty tricks» della politica, che George Clooney , in Le Idi di Marzo, torna a raccontarci). Diranno gli storici se sia stato anche un grande presidente, ma certo Reagan ebbe più successo del suo opposto , Warren Beatty, che voleva fare sia cinema che politica – contemporaneamente. Non fece l’uno né l’altra, malgrado il grande talento, se rinunciò a film come Butch Cassidy, Come eravamo, Il Padrino, per aiutare George McGovern a
perdere disastrosamente , nel 1972, contro Richard Nixon: un generoso fallimento.
Niente speranze, quindi, per i progressisti? Non disperino, se Ross ha ragione a quando conclude che «i politici che diventano celebri», come per esempio Barack Obama e prima di lui John Kennedy, «hanno più possibilità di rivelarsi buoni governanti delle celebrità che diventano uomini politici». Tradotto in Italia, vuol dire che Pier Luigi Bersani sarà un buon primo ministro se prima diventerà famoso. Prendiamolo come un incoraggiamento…