Mal. Pag. il Fatto Quotidiano 3/2/2012, 3 febbraio 2012
MORIRE DI STADIO, TRA ULTRÀ E POLITICA
Allo stadio si muore. Per una tribuna che crolla, un intervento sbagliato della polizia (a Mosca, nell’82, per Spartak-Haarlem, Andrej Chesnokov disse di “aver contato tanti cadaveri da poterci riempire due campi da tennis“), un incendio, un’uscita chiusa a chiave. La serratura dell’irreparabile scatta senza preavviso e in spazi stretti, presi dal panico, soffocare l’istinto della vita tentando di salvaguardarla è molto più semplice che segnare un gol. Di tutte le partite perse dallo sport, quella della tragedia egiziana di Port Said è tra le peggiori. La spedizione punitiva-curva contro curva, uomini contro uomini, senza trovare opposizione – in un contesto tra anarchia e disperazione – è una nuova voce dell’enciclopedia del dolore.
Tomi alti, fitti di casi specifici, rivalità politiche, etniche e calcistiche. La tragedia dell’Heysel ad esempio. Anche quella volta, a fine maggio dell’85 a Bruxelles, fu la scintilla dell’odio a incendiare il quadro. I tifosi del Liverpool protesi alla conquista della curva opposta, l’impreparazione della polizia belga, il crollo di pareti divisorie che diede il la alla conta delle vittime.
Altre volte, anche senza premeditazione, si può raccontare retrospettivamente la cronaca di una strage annunciata. Sempre maggio, il giorno 24 del 1964. A Lima, Argentina e Perù lottano per la conquista delle Olimpiadi di Tokyo. Prima segnano gli ospiti, poi pareggiano i peruviani senza che l’arbitro se la senta di convalidare, un certo Bertolotti. Sulle tribune, l’inferno. La gente minaccia l’invasione. La polizia reagisce lanciando lacrimogeni, le vie di uscita sono blindate, in molti spirano per asfissia. Alla fine saranno 318. Quasi cinque volte i 71 morti di un “clasico” sentito come quello bonaerense tra River Plate e Boca Juniors nel 1971. O, nello stesso disgraziato anno, il 2 gennaio, i 66 caduti a Glasgow per la sfida di sangue e ideologia tra Glasgow e Rangers.
Non sempre i grandi numeri disegnano la geografia dell’astio come la scia apparentemente inoffensiva di un razzo e una singola, paradigmatica vicenda. È il 28 ottobre del 1979, quando in una giornata di nuvole e freddo invernale un padre di famiglia, Vincenzo Paparelli, tifoso laziale, viene colpito un’ora prima di un derby Roma-Lazio. Il razzo, di quelli usati per segnalare la posizione di una barca, parte dalla curva Sud. Lanciato da un certo Giovanni Fiorillo (che morirà pochi anni dopo) compie 150 metri e va a cadere direttamente nell’occhio di Paparelli. Una scena orribile, una morte assurda, un coro atroce che tramandato, per anni, ritmerà altri derby cittadini: “Vincenzo Paparelli è stato uno sbaglio/Eagles supporters/ il prossimo bersaglio”. Negli stadi italiani o appena fuori (che è la stessa cosa, con la medesima radice) l’appartenenza produce funerali e pelosi pentimenti senza soluzione di continuità. Fonghessi, De Falchi, Nazareno Filippini, Spagnolo. Nomi dimenticati, gente percossa o spenta dalle lame, per un accento sbagliato, una sciarpa al collo, un percorso criminale premeditato, deciso da altri. Un calcio in faccia, un colpo di coltello, un assalto in tanti contro pochi. E poi l’oblìo. Sempre lo stesso film, da decenni, senza rimedi. Almeno, al Colosseo, si conoscevano i ruoli. Le responsabilità di vittime e carnefici.
Qui ai giorni nostri, tra una rivoluzione mancata e l’altra, confusi in una fotografia sgranata, non si capisce più il nesso e il senso di raggiungere un’arena per gridare e ritrovarsi senza voce a seguire un corteo funebre.