Marco Valsania, Il Sole 24 Ore 4/2/2012, 4 febbraio 2012
IL MORBO DELL’INSIDER TRADING TORNA A INFETTARE WALL STREET
David Einhorn ha fama di grande giocatore di poker, tanto da sbancare nei tornei dei professionisti del gioco d’azzardo a Las Vegas. È anche uno dei gestori di hedge di maggior successo, abile come pochi a battere Wall Street con rendimenti medi, per anni, in doppia cifra. Il suo ritratto spicca nel Pantheon dei nuovi re dei mercati, da Quants, dell’ex giornalista del Wall Street Journal Scott Patterson, a More Money than God di Sebastian Mallaby.
Una fama conquistata con scommesse aggressive e a volte controcorrente: è rimasta leggendaria la sua battaglia con Lehman, quando fu tra i primi ad accusare il management di sottovalutare la crisi e abbellire i conti, monito profetico alla vigilia di un crack che scosse il mondo finanziario. Ma a Einhorn questa volta non sono bastate né le performance né la fama di bastian contrario a evitare la sempre più fitta rete dei sospetti di insider trading, tesa sull’esempio delle autorità americane dalla Fsa britannica. È stato accusato di aver approfittato di informazioni confidenziali ricevute durante una conference call su un collocamento azionario del proprietario di taverne Punch Tavern. Abbastanza per una multa da 11,2 milioni di dollari, metà a suo carico e metà a carico del suo celebre hedge, Greenlight Capital.
La saga di Einhorn è esemplare. L’apparente trivialità del caso è il segnale più chiaro dell’inedita stretta imposta delle autorità globali, a cominciare dalla Securities and Exchange Commission e dalle procure federali degli Stati Uniti, contro gli abusi di mercato. E allo stesso tempo la controprova della continua diffusione di possibili irregolarità anche negli anni sobri del dopo crisi. Una vera e propria epidemia, è l’espressione usata comunemente dagli inquirenti, che nell’ultimo anno hanno orchestrato ben 57 casi di insider trading contro 124 «individui o entità», in aumento dell’8% sul 2010. Dalla Sec la portavoce Florence Harmon, senza entrare nel merito di singole vicende, conferma che l’insider trading resta una priorità assoluta e che l’agenzia ha strategie di cooperazione internazionale.
La campagna è in corso a colpi di sanzioni penali e amministrative, che più ancora di nuove norme e interventi legislativi, cercano di gettare luce sugli angoli più oscuri e rischiosi della finanza mondiale, quali l’universo dei grandi fondi hedge. Rischi, in questo caso, di incrinare la fiducia degli investitori nel mercato. Mettendo in campo tattiche prese in prestito dalle indagini anti-mafia - dalle intercettazioni, agli interrogatori per trasformare inquisiti in collaboratori - magistrati e funzionari hanno ormai ottenuto 56 condanne, tra ammissioni di colpa e sentenze, prendendo di mira truffatori comuni e di fama, da segretarie e campioni di baseball. Il fiore all’occhiello: la condanna l’anno scorso di Raj Rajaratnam, con la chiusura del suo fondo Galleon e di un network di contatti che comprendeva Rajat Gupta, ex amministratore delegato di McKinsey e membro del board di Goldman Sachs.
La battaglia contro l’insider trading è entrata dentro lo stesso Congresso dove, sostenuta dal presidente Barack Obama, sta passando una legge (lo Stock Act - Stop Trading on Congressional Information) per vietare ai parlamentari e al loro staff operazioni finanziarie compiute servendosi di informazioni apprese a Capitol Hill e che non sono di pubblico dominio. La legge impone anche che i politici comunichino entra trenta giorni anziché una volta all’anno le loro transazioni e prevede obblighi di trasparenza anche per il nuovo settore della "political intelligence", dove decine di ex funzionari o lobbisti sono pagati dall’alta finanza per anticipare mosse federali in grado di influenzere i mercati. Il Senato ha approvato il progetto quasi all’unanimità ieri notte, la Camera la varerà la prossima settimana.
La missione, però, è tutt’altro che compiuta, soprattutto a Wall Street: la Sec ha oggi acceso i riflettori su tutti i grandi hedge compresi nomi leggendari quali Sac Capital, creato e capitanato da Steven Cohen. «Credo che i pericoli più seri per i mercati vengano tuttora dagli hedge e dalla finanza meno regolamentata - dice Charles Geisst, docente al Manhattan College e autore di volumi sulla storia della speculazione finanziaria -. Non necessariamente per potenziali default o fallimenti, bensì per manovre di manipolazione che possono scatenare crash su mercati vulnerabili». Geisst vede il problema nella cultura degli hedge e nella loro evoluzione: da strumenti per proteggersi da turbolenze - nati negli anni Quaranta da un’idea del sociologo e giornalista progressista Alfred Winslow Jones - sono diventati protagonisti di aggressive scommesse e il loro vasto sviluppo - muovono al mondo duemila miliardi di dollari e solo negli Stati Uniti sono ottomila - ha portato a una feroce concorrenza che si traduce nella ricerca di leverage e vantaggi per battere i rivali. Quindi in maggiori rischi.
Una crociata culturale è quella che hanno messo in moto le autorità. Due uomini in particolare: Preet Bharara, il 43enne procuratore federale di Manhattan nominato nel 2009 da Obama e che questa settimana si è guadagnato la copertina di Time, e il 55enne Robert Khuzami, il direttore della sicurezza alla Sec con a sua volta un passato di magistrato. Hanno stretto un ferreo patto di cooperazione per estirpare quello che ritengono un «modello di business» in particolare tra i fondi hedge, nonché sintomo d’un più generale malcostume della finanza che non può essere trascurato. Nella loro campagna sono stati aiutati, oltre che dalla loro determinazione, da una legislazione flessibile.
L’associazione di autoregolamentazione dei broker, la Finra, controlla infatti automaticamente milioni di ordini in risposta a notizie che muovono i mercati e riferisce in media 250 episodi l’anno alla Sec. Negli ultimi anni, però, sono le authority ad aver preso direttamente l’iniziativa servendosi di una collezione di norme e decisioni giudiziarie che stabiliscono generalmente l’illegalità del trading sulla base di informazioni con impatto "materiale" e in violazione al dovere di mantenerle riservate. Le radici vanno cercate tanto nelle leggi antitruffa del 1934 quanto in una sentenza della Corte Suprema degli anni Novanta che definì l’insider, in modo ampio, come "appropriazione indebita" di informazioni confidenziali.
L’ambiguità delle norme, in passato ritenuta un ostacolo, nelle mani di Bharara e Khuzami si è tramutata in un’arma affilata. I due hanno adottato interpretazioni aggressive: tutti i fondi che abbiano rendimenti consistentemente elevati, almeno del 3% sopra gli indici ha suggerito Khuzami durante testimonianze congressuali, sono potenziali sospetti. Un atteggiamento che ha suscitato veementi proteste, ma non ha fermato la mano dei nuovi sceriffi di Wall Street.
Proprio il già citato caso Galleon è stato il momento della verità e ha dato loro ragione. Tutto era cominciato nel 2005, quando un avvocato della Sec si era imbattuto in una cospirazione di insider trading - 17 incriminazioni - che usava una sarta croata per operazioni su titoli Reebok alla vigilia di un’acquisizione. L’anno successivo quello stesso avvocato, Sanjay Wadwa, indagò su performance insolite di un piccolo fondo, Sedna Capital, gestito dal fratello minore di Rajaratnam, Rengan. Dal 2007 le indagini ormai in cooperazione con la procura di Manhattan si sono allargate a Galleon, uno dei fondi più rispettati in campo hi-tech: tre anni di testimonianze e intercettazioni hanno portato a una esemplare condanna a undici anni di carcere per Rajaratnam.
Da allora l’offensiva ha raggiunto anche gli expert network, società di consulenza specializzate nel mettere ex dipendenti in contatto con gestori e passar loro conoscenze specialistiche - confine rivelatosi labile con le informazioni riservate. E la spinta degli inquirenti non si affievolisce: nelle scorse settimane sono scattati arresti e incriminazioni per sette gestori ed ex gestori di fondi da Diamondback fino, appunto, a Sac, che ha quasi mille trader impegnati in scambi superveloci e vanta rendimenti annui medi vicini al 30% dalla nascita nel 1992. I magnifici sette avrebbero intascato 62 milioni di dollari in profitti illeciti grazie alla compravendita di titoli Dell Computer. Fino ad arrivare, questa volta protagonista la Fsa di Londra, a Einhorn. La conference call con executive e consulenti di Punch Tavern, a un uomo con la sua reputazione ed esperienza, era parsa innocua e dopo la chiamata ha ordinato la vendita di azioni del gruppo. Alle authority è parsa invece il più recente episodio di possibili manipolazioni di mercato.