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 2012  febbraio 04 Sabato calendario

GLI STATI UNITI CREANO 243MILA POSTI

Quasi 250.000 posti di lavoro creati in gennaio e un tasso di disoccupazione sceso all’8,3 per cento. L’economia americana ha cominciato l’anno compiendo inattesi progressi nel curare la crisi del mercato del lavoro, il più proccupante tallone d’Achille della ripresa. I nuovi posti, 243.000 per l’esattezza, sono stati quasi il doppio rispetto alle previsioni della vigilia e i più numerosi dallo scorso aprile. Mentre il tasso di disoccupazione è scivolato di 0,2 punti percentuali rispetto al mese precedente ed è oggi al livello più basso dal febbraio 2009.
L’aspetto più incoraggiante è che la marcia dell’occupazione appare reale, non viziata da cali nella forza lavoro ma spinta da nuove assunzioni da parte delle aziende. Il settore privato ha aperto i cancelli generando nuove buste paga per 257.000 americani in un ampio ventaglio di comparti, dai servizi per le imprese (un aumento di 70.000) al manifatturiero, dove spicca la riscossa dell’auto, che ha aggiunto 50.000 addetti, fino alle costruzioni con 21.000 neossunti. Cifre che hanno più che compensato la continua austerity nel pubblico impiego, dove sono stati persi altri 14.000 posti. Il Dipartimento del lavoro ha anche corretto al rialzo le stime sugli impieghi dei due mesi precedenti, aggiungendone 60.000. Da novembre, così, la ripresa occupazionale a stelle e strisce viaggia al passo medio di 200.000 posti al mese, quasi il doppio dei 106.000 tra maggio e ottobre. «Gli ultimi dati sono davvero sorprendenti _ ha detto Kevin Logan di Hsbc _ Segno che il mercato del lavoro registra chiari miglioramenti». La ripresa "è reale", ha commentato Chris Rupkey di Bank of Tokyo-Mitsubishi.
L’amministrazione di Barack Obama ha definito i progressi incoraggianti, evitando però toni celebrativi davanti a una disoccupazione ancora storicamente elevata e alle incertezze che tuttora perseguitano la crescita, dal contagio della crisi europea alla fragilità del settore immobiliare statunitense. «L’economia si sta rafforzando» ha indicato il presidente in Virginia. «Continuiamo a sanare le ferite provocate dalla crisi _ ha aggiunto il consigliere economico Alan Krueger _ ma resta cruciale proseguire politiche che aiutano la ripresa, dagli sgravi fiscali per i lavoratori alle estensioni dei sussidi di disoccupazione». Il timore è di nuove frenate. Logan di Hsbc si aspetta che la creazione di buste paga scivoli sotto quota duecentomila nei prossimi due mesi. E senza lavoro restano 12,8 milioni, per il 43% da oltre sei mesi, con incrementi costanti nelle buste paga di almeno 200.000 posti al mese necessari per abbassare il tasso di disoccupazione di un punto percentuale nell’arco di un anno. La stessa Federal Reserve ha finora pronosticato solo graduali recuperi che richiederanno stimoli alla crescita fino al 2014.
Ma le schiarite in arrivo dagli ultimi sono indubbie. Se sostenute potrebbero far scattare ripensamenti anche nella politica monetaria della Fed. Una misura più ampia della disoccupazione, la cosiddetta U-6 che comprende i forzati del part-time, è a sua volta scesa il mese scorso al 15,1% dal 15,2 per cento. E un altro fenomeno è parso degno di nota a qualche analista: il sondaggio tra le famiglie usato per calcolare il tasso di disoccupazione ha mostrato una creazione di posti di posti di lavoro in gennaio addirittura vicina alle 500.000 unità. Il dato, basato su un modesto campione di intervistati, è considerato molto meno attendibile delle statistiche ottenute invece direttamente dalle imprese, sulle quali viene stimato il numero di nuovi posti mensili. Potrebbe però rilevare un aumento, oltre che nelle buste paga, anche nell’occupazione irregolare e informale. Marco Valsania • POCHE TASSE ALLE AZIENDE AMERICANE - Per la Corporate America la ripresa viaggia su un binario privilegiato, gli ultimi trimestri sono stati positivi, i profitti sono di nuovo in crescita. Eppure, le tasse pagate dalle aziende sono ai minimi dal 1972. Quella che è una tendenza tipica dei periodi di recessione – le aliquote versate sono calate drasticamente dopo la crisi del 2008 – non è cambiata una volta che la tempesta è passata. Secondo i numeri del Congressional Budget Office, l’ufficio bilancio del Congresso, le tasse federali versate dalle aziende nell’anno fiscale 2011 sono diminuite al 12,1% dei profitti, ben al di sotto della media del 25,6% tra il 1987 e il 2008. Complessivamente, le società hanno pagato tasse federali per 181 miliardi di dollari, circa l’8% dei 2.300 miliardi totali raccolti dal Governo (nel 2007 erano pari al 15%), mentre i cittadini hanno versato 1.100 miliardi.
Come è possibile? Per larga parte, spiegano gli analisti, è il risultato della strategia del Governo per incoraggiare gli investimenti. Sgravi e incentivi alle aziende sono stati sostenuti in Congresso da repubblicani e democratici e lo stesso Barack Obama, durante il discorso sullo stato dell’Unione, non ha usato mezzi termini: il settore privato è il motore della crescita e va sostenuto, le aziende devono ritrovare fiducia nel Governo e nell’economia e devono tornare ad assumere. I numeri sull’occupazione di gennaio sembrano dare ragione al presidente: sono stati creati più posti di lavoro del previsto, la disoccupazione è calata al minimo da febbraio 2009.
Dai risultati di bilancio del quarto trimestre è emerso che le aziende hanno approfittato a piene mani degli sgravi fiscali previsti fino a fine dicembre e destinati a ridursi nel 2012. In particolare, hanno sfruttato un provvedimento temporaneo noto come "bonus depreciation", che consente alle aziende di detrarre investimenti in macchinari industriali, computer e altre apparecchiature analoghe in un’unica soluzione nell’anno in cui sono stati effettuati. Per fare alcuni esempi, la compagnia ferroviaria Union Pacific ha risparmiato in questo modo 450 milioni di dollari rispetto all’anno precedente, Time Warner Cable prevede di ridurre le tasse pagate quest’anno di 700 milioni e il colosso energetico Dominion Resources punta a tagliare le tasse sul reddito di 1,2 miliardi di dollari a 2,1 miliardi tra il 2011 e il 2013. O ancora, Gm, che in gennaio ha visto calare le immatricolazioni del 6,1%, ha spiegato che le vendite di Suv in dicembre erano state gonfiate proprio dalla corsa agli acquisti dei clienti aziendali per approfittare degli sgravi. La Casa Bianca stima che grazie agli sgravi le aziende hanno risparmiato circa 55 miliardi di dollari in tasse in ognuno degli ultimi due anni. Per questo motivo, il Governo punta a prolungare anche nel 2012 questi incentivi (senza l’estensione, da gennaio le aziende potranno detrarre solo il 50% degli investimenti), anche se il provvedimento dovrebbe costare alle casse pubbliche circa 5 miliardi. La tendenza è destinata a continuare almeno fino alla scadenza prevista per tutti gli aiuti: il Cbo ha rivisto al ribasso le stime sulle tasse aziendali sul reddito per l’anno in corso da 279 a 251 miliardi, ma prevede un aumento a 427 miliardi nel 2014. Stefania Arcudi • LA LEZIONE DI OBAMA ALL’EUROPA - Ci sono due implicazioni politiche nelle buona notizie economiche e finanziarie giunte ieri dall’America. La prima è di politica interna e riguarda il rafforzamento di Barack Obama in vista dello scontro diretto per la Casa Bianca 2012. La seconda riguarda l’Europa: quando la settimana prossima il Presidente del Consiglio Mario Monti incontrerà il Presidente americano ascolterà – probabilmente trovandosi nel suo intimo in pieno accordo – nuove richieste per un maggior attivismo europeo sul fronte della crescita e, di conseguenza su quelle per un fondo salvastati più importante di quello che la Germania è oggi pronta a concedere, contro l’interesse dell’Italia e dell’Eurozona.
Le due conseguenze politiche poggiano entrambe su un mix di dati e notizie che ci danno la misura di quanto abbia pagato la reazione americana alla crisi, pronta e determinata sia sul fronte monetario che su quello fiscale. Il dato più importante di ieri resta quello sull’occupazione. Il tasso è sceso all’8,3%, il migliore dal febbraio del 2009. Ma ci sono anche 243.000 nuovi salariati dipendenti, il risultato più forte dall’aprile scorso. Questo significa che, nonostante le incertezze di molti economisti, sul piano macroeconomico l’effetto traino delle politiche espansive americane si sta trascinando anche nel 2012: la macchina sta finalmente cominciando a girare.
Così Barack Obama può controbattere nei fatti alle accuse repubblicane secondo cui il paese è allo sbando economico. E sul piano fiscale può presentare un dato che ha fatto sensazione: l’aliquota media federale pagata dalle aziende americane nel 2011 è stata del 12,1%. Questo grazie a incentivi di vario genere per creare occupazione, per agevolare gli investimenti etc. A quell’aliquota si debbono aggiungere le tasse federali e cittadine variabili di stato in stato. Ma quel 12,1% colpisce non poco: intanto è l’aliquota più bassa dal 1972 e poi si confronta con un’aliquota media federale del 25% nel periodo 1987/2008
Una ricetta di azione coordinata che dovrebbe rimbombare nell’Eurozona, dominata dalla rigidità tedesca: la lezione americana per rilanciare la crescita e l’occupazione sta funzionando. E non soltanto per la creazione di nuova occupazione, ma anche per la tenuta delle banche, oggi molto forti sul piano della capitalizzazione. E per i profitti delle aziende, che dopo le varie cure dimagranti oggi sono molto competitive sul piano della produttività.
Era inevitabile che questo si traducesse in una buona reazione della borsa, con il Nasdaq ieri ai massimi da 11 anni e il Dow Jones ai massimi in quattro anni. Incentivi, dunque, per l’economia e per le aziende, reti di protezione aggressive per mantenere i tassi a lunga quanto più bassi possibile, interventi illimitati – dal punto di vista temporale – da parte della Federal Reserve che resta vigile. Peccato che la Merkel abbia criticato questo approccio fin dall’inizio perdendo tempo prezioso.
C’è sempre un rischio ovviamente. La Stessa Federal Reserve aveva dato un messaggio incerto sulla tenuta della crescita appena pochi giorni fa. Ma l’indice di Ben Bernanke, restava puntato contro l’Europa "univo fattore rischio". E anche se con il dato di ieri potrà rimandare un nuovo QE, possiamo esserne certi: al primo segnale di debolezza interverrà di nuovo e subito con forti acquisti di titoli del Tesoro. Mario Platero