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 2012  febbraio 05 Domenica calendario

L’INIQUITÀ CHE AVANZA

Molto del disagio economico e sociale di questi ultimi anni ha a che fare con la disuguaglianza, non solo con la poca crescita. L’uno e novantanove per cento degli indignati, il crescente fastidio verso l’evasione fiscale, la visione delle banche come affamatrici del mondo e tanti altri temi rappresentano il disagio di molti nei confronti di pochi che, appunto, prospererebbero a scapito dei molti. Anche le diverse manovre del governo Monti si muovono con il bilancino, cercando di compensare i costi e i benefici delle riforme tra chi ha poco e chi ha molto. Persino la tattica è disegnata cercando di convincere i cittadini che la redistribuzione è al cuore dell’azione di governo. Non per nulla i raid della guardia di finanza nei paradisi dei ricchi sono in fondo anche un boccone per i sindacati nel preludio della trattativa sul lavoro. E la persuasione sul merito delle liberalizzazioni è stata fondata sul trasferimento di risorse dall’economia della rendita all’economia del lavoro.
Ma al di là delle impressioni, la disuguaglianza è veramente cresciuta negli ultimi anni? Un’occasione d’oro per rispondere è il rapporto sulla disuguaglianza dell’Ocse, presentato all’Istat pochi giorni fa, che propone un utilissimo quadro comparativo tra tutti i paesi membri dell’Associazione.
Nel periodo tra il 1985 e il 2007, dunque alla vigilia della crisi, il livello di disuguaglianza è aumentato in diciassette paesi su ventidue. L’indice di Gini, che è una misura sintetica di distribuzione del reddito che varia da zero, se tutti sono allo stesso livello a uno, se una sola persona ha tutto, è salito da 0,29 a 0,316, ossia del 10% nel periodo. Oggi in media nell’area Ocse il reddito dei più ricchi è nove volte maggiore di quello dei più poveri e che diversi paesi, tra cui l’Italia (10) sono al di sopra della media fino al massimo di 27 per Messico e Cile.
Questo potrebbe non essere un problema così grave se nel frattempo tutti fossero diventati più ricchi. Infatti il reddito reale disponibile delle famiglie è aumentato del l’1,7% in media annua per il periodo e anche per il decile più basso (il dieci per cento della popolazione con il reddito più basso) è cresciuto dell’1,3 per cento. Insomma, a parte in Giappone e in Israele, in tutta l’Ocse anche i più poveri sono diventati più ricchi. Il disagio è dunque legato all’aumento della povertà relativa non quella assoluta. Il che è comunque un problema, che crea e spiega forti tensioni sociali, ma forse è meno grave.
La seconda considerazione da fare è quanto un aumento della disuguaglianza possa favorire o scoraggiare la crescita di un paese nel suo complesso. Per capirlo dobbiamo allora ragionare su quali siano i fattori che hanno determinato questo processo: ossia, esso è figlio di una inefficiente concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi, oppure della transizione verso un mondo più integrato ed efficiente? La risposta che viene dai dati dell’Ocse non è univoca, ma in parte l’aumento di efficienza del sistema produttivo genera disuguaglianza.
L’esempio migliore di questa contraddizione è il progresso tecnologico, il canale principale di avanzamento economico. Se da un lato crea nuove opportunità di crescita e arricchimento, dall’altro anche rende obsolete mansioni e professioni, sostituisce macchine a uomini, facilita la frammentazione geografica della produzione e dunque crea allo stesso tempo una popolazione di perdenti che escono dal mercato del lavoro o ci rimangono con scarso profitto. In effetti l’Ocse stima che l’impatto delle innovazioni sulla crescita della disuguaglianza sia significativo.
Altro fenomeno che aiuta la crescita ma potrebbe aumentare la disuguaglianza è la globalizzazione, soprattutto nei paesi industrializzati. In realtà, per quanto nel sentimento popolare sia spesso associata con la disuguaglianza, l’analisi dell’Ocse non identifica l’abbattimento delle frontiere come un motivo di particolare rilievo. Comunque, l’incertezza delle stime, ci permette di mantenere un margine di dubbio sul fatto che non sempre l’integrazione dei mercati renda meno iniqua la distribuzione del reddito, se non altro perché strettamente legata al progresso tecnico.
Infine, e veniamo all’azione del governo, le liberalizzazioni. Qui la politica economica cerca di redistribuire risorse guadagnate con le rendite dei settori protetti a chi opera nella libera concorrenza. Gli effetti sono ancora una volta ambigui: chi prima operava sotto un ombrello avrà salari e profitti ridotti e perderà forse il lavoro, il che può peggiorare la distribuzione del reddito. Ma attraverso questo canale si favorisce anche la creazione di nuovi posti di lavoro, effetto questo che può più che compensare il precedente. Pensate all’apertura delle nuove farmacie: i magazzinieri delle farmacie guadagneranno meno, ma aumenteranno di numero: l’effetto netto, è positivo.
Naturalmente questi canali hanno a che fare con il mercato, riguardano redditi da lavoro e da investimenti. In realtà, le risorse disponibili alle famiglie dipendono anche dalle tasse e dai trasferimenti dallo Stato. In Italia oltre il 60% della disuguaglianza indotta dal mercato nell’ultimo ventennio è stata compensata da sistemi di welfare e redistribuzione. Il problema è che l’efficacia di questi sistemi si è ridotta nel tempo. Molti strumenti sono diventati obsoleti e non tengono conto dell’evoluzione dell’economia. Correttamente il dibattito sulla riforma del mercato del lavoro parte proprio dall’idea di estendere i safety nets. Pensate quanto più stabili sarebbero i redditi più bassi se anche i lavoratori oggi precari potessero godere di garanzie adeguate.
Il dibattito sulla disuguaglianza, dunque si conclude con un paradosso: ci insegna come strumenti di welfare efficaci siano essenziali per permettere al mercato di essere iniquo, almeno abbastanza per favorire la crescita.