Giuseppe Scaraffia, Domenica-Il Sole 24 Ore 5/2/2012, 5 febbraio 2012
PROUST IN CERCA DI AMICI
«Gli amici di Proust? Erano nulli!», esclamò Emil Cioran, uscendo da Procope, uno dei più antichi ristoranti di Parigi. Spinto dalla curiosità, mi spiegò, li aveva cercati uno a uno, ma era stata una delusione continua. «Gli amici – aveva malinconicamente ammesso Proust – sono tali solo nella dolce follia che si prova nel corso dell’esistenza, cui ci prestiamo, sapendola però in fondo alla nostra intelligenza simile all’errore di un pazzo che, convinto che i mobili siano vivi, parlasse con loro». Eppure tutta la vita di Marcel Proust è stata segnata da un’inesauribile ricerca dell’amicizia. Una ragguardevole parte della sua immane corrispondenza è dedicata a questi personaggi, amati e sfuggenti o deludenti.
Gli aristocratici, i cui visi alteri e raffinati nei ritratti di Nadar diventarono per lui le carte da gioco di un solitario irrisolto, erano indubbiamente i più amati. Ma erano anche i più distanti, nella loro fedeltà ai frivoli rituali di una società in via di sparizione, e i più turbati dalla sua identità di "saturnio", cioè di omosessuale.
Poi c’erano gli altri, quelli più simili, anche se in miniatura, allo scrittore asserragliato nella sua fortezza di sughero. Sono loro, da Jean Cocteau a Lucien Daudet, da Ramón Fernández a Paul Morand, a farlo rivivere nelle commoventi pagine della «Nouvelle Revue Française» del 1923. Erano loro gli unici in grado di intuirne l’abissale intelligenza. Erano loro che si lasciavano svegliare dalle sue visite notturne, per ascoltare la sua voce «miracolosa, prudente, discreta, astratta, scandita e ovattata». Erano loro ad accogliere le sue confidenze: «La malattia cronica è una vecchia signora che adora essere trattata con ogni riguardo». O «la musica è stata una delle grandi passioni della mia giovinezza. Mi ha dato delle gioie e delle certezze incomparabili, la prova che esiste qualcos’altro, oltre il nulla in cui le generazioni affondano una dopo l’altra».
Da lui Morand aveva imparato una sola lezione, cioè a non morire per la propria opera. Lui – diceva spesso – aveva scelto la vita. Molti anni dopo, Morand faceva vedere ai visitatori più fortunati la foto di Proust, anzi di «Marcel sul letto di morte. L’ho fatta io. Come sono maldestro… C’è solo questo esemplare. Il negativo mi si è bruciato tra le mani mentre lo stampavo. Ma guardate quegli occhi da visionario: lo divorano tutto».