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 2012  febbraio 04 Sabato calendario

Lombroso, il bernoccolo della giustizia - Come emerge subito dal titolo, L’uomo delinquente studiato in rapporto all’antropologia, alla medicina ed alle discipline carcerarie il libro più celebre di Cesare Lombroso non è un pamphlet, ma una ricerca

Lombroso, il bernoccolo della giustizia - Come emerge subito dal titolo, L’uomo delinquente studiato in rapporto all’antropologia, alla medicina ed alle discipline carcerarie il libro più celebre di Cesare Lombroso non è un pamphlet, ma una ricerca. Un’indagine scritta per far luce sul protagonista centrale della giustizia: l’autore di un crimine. Ricerca messa a disposizione di coloro che sono incaricati di decidere della sua sorte. «Un manuale pronto all’uso», come lo definisce la curatrice della presente riedizione. Scopo del libro è stato, infatti, quello di avviare una riforma penale che tenesse conto sia delle scoperte compiute in tema di libero arbitrio sia della sfiducia nei riguardi della pena inflitta ai fini educativi di stampo illuministico, riconoscendone invece l’efficacia solo ai fini della difesa della società. Quando parliamo di un delinquente con chi abbiamo a che fare? Di che tipo di soggetto si tratta? Quanto è responsabile dell’azione per cui è oggetto di giudizio? Domande semplici alle quali il nostro criminologo, siamo nel 1876, ha dato una risposta univoca. Quella contenuta nel termine di atavismo. Secondo la teoria racchiusa in questa formula, che rimanda a una supposta regressione allo stato primitivo, l’autore di un crimine sarebbe meno responsabile di quanto si pensi. Questo non vuol dire che non vada punito, ma che, se lo si punisce, è perché è la società nella sua totalità che va tutelata. La pena, pertanto, non è tanto giusta in nome di un concetto astratto di giustizia, quanto necessaria. A giudicare dalla ripubblicazione della sua opera più celebre e di altre, tra cui nel 2009 La donna delinquente, la prostituta e la donna normale, scritta con G. Ferrero nel 1892 e dalla recente riapertura torinese del Museo di Antropologia Criminale a lui dedicato, ci si chiede se ci troviamo di fronte a una riscoperta del grande criminologo veronese trapiantato a Torino. La risposta è positiva se la si intende come un’attenzione verso la società italiana del XIX secolo la cui identità Lombroso ha cercato di descrivere, mentre è negativa nel caso in cui si pensi che le teorie sull’atavismo siano nel frattempo cadute nell’oblio. E’ vero il contrario. C’è, infatti, un Lombroso che non è mai scomparso. Un Lombroso popolaresco, di superficie ed equivocato che, letto in modo giustizialista e vendicativo vorrebbe il ritorno di un concetto di pena come risorsa compensativa, concetto che Lombroso aveva invece osteggiato. Il Lombroso rimasto è quello rappresentato dalle lettere che arrivano ai quotidiani, lettere i cui autori di fronte a certi crimini chiedono di vedere le facce dei colpevoli. «Vogliamo i nomi dei criminali, le facce sui giornali; vogliamo guardarli secondo la fisiognomica, vedere se assomigliano ai maiali, agli sciacalli, agli avvoltoi». Ecco dunque riemergere l’insopprimibile bisogno di vedere la faccia del criminale, la voglia di incrociare il suo sguardo, sentito in modo speciale dalla vittima o dai suoi superstiti, la tentazione di poter penetrare nel mistero del male, di cogliere il segno esteriore del crimine nascosto nel corpo, sentimenti questi che stentano a scomparire e che fanno pensare a come si possa essere senza saperlo lombrosiani in senso deteriore. Del resto già nel Cinquecento lo scienziato e commediografo napoletano Giacomo della Porta e poi nel Settecento il teologo e frenologo svizzero J. K. Lavater pensavano in modo lombrosiano. L’idea che le facce fossero come un libro da leggere era una convinzione operante. Ma saranno Lombroso e gli studi compiuti nella sua epoca a cercare di dare dignità scientifica al pregiudizio in questione, di vedere identità e continuità tra l’aspetto esteriore e l’interiorità, tra i tratti del volto e le predisposizioni del carattere, tra gli indizi esterni e le condizioni mentali di un soggetto in esame. Spiegare biologicamente e anatomicamente il crimine, questa sì è stata la novità del secolo lombrosiano, il risultato delle osservazioni e delle classificazioni contenute in L’uomo delinquente , nelle oltre duemila pubblicazioni lombrosiane, nonché nell’«Archivio di psichiatria, antropologia criminale e scienze penali» della rivista della nuova scuola. E lì che il prognatismo accentuato, l’angolo abnorme del profilo di un volto, le mandibole sviluppate, gli zigomi sporgenti, le orecchie deformate, i sopraccigli troppo contigui e altre particolarità escono dal descrittivo aneddotico e familiare per assumere la rilevanza di una possibile prova, il peso di un indizio. Incubi scomparsi, restati ciononostante nel linguaggio corrente come ad esempio quel «bernoccolo degli affari» che non si sa bene che cosa sia ma di cui non si esclude l’esistenza. Ma attenzione: molti di coloro che considerano archeologia grottesca le tesi lombrosiane sono poi quelli che si bevono gli annunci sulle cause genetiche dei comportamenti. Tra la scoperta della fossetta occipitale sulla fronte del criminale lombrosiano e la scoperta del gene dell’adulterio o quello della menzogna non c’è molta differenza. Come non c’è molta differenza tra il piede gonfio che contrassegnava la colpa di Re Edipo e il Dna che smaschera lo stupratore. Tra Sofocle e Craig Venter, il genetista scopritore del genoma, c’è continuità.