RICCARDO ARENA, La Stampa 4/2/2012, 4 febbraio 2012
Il sacrificio di Borsellino: “Sapeva che sarebbe morto” - Qualcuno lo chiama eroe, ma Paolo Borsellino era schietto e odiava la retorica
Il sacrificio di Borsellino: “Sapeva che sarebbe morto” - Qualcuno lo chiama eroe, ma Paolo Borsellino era schietto e odiava la retorica. Essere chiamato eroe non gli sarebbe piaciuto, eppure rispose in maniera secca, immediata, ai carabinieri che lo informavano dell’attentato in preparazione contro di lui: «Lo so, lo so. Devo lasciare qualche spiraglio, altrimenti se la prendono con la mia famiglia». Borsellino padre, marito, Borsellino magistrato e uomo, nelle parole del colonnello dei carabinieri Umberto Sinico, sentito ieri come testimone al processo in cui, a Palermo, il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu rispondono di favoreggiamento aggravato dall’agevolazione di Cosa nostra. Lasciare uno «spiraglio» significava accettare il sacrificio, per evitare guai a moglie e figli: fosse stato irraggiungibile lui, dai killer mafiosi, i prossimi congiunti avrebbero rischiato ancora di più. In realtà chi doveva provvedere alla sicurezza del magistrato lasciò uno spiraglio largo e grande quanto un grattacielo: non fu disposta la zona rimozione sotto casa della madre e il 19 luglio del 1992 il procuratore aggiunto di Palermo saltò in aria, assieme a cinque agenti di scorta. Sinico è teste della difesa. L’avvocato Basilio Milio lo ha chiamato, assieme al maggiore Giovanni Sozzo, per cercare di smentire le tesi dell’accusa. Il colonnello deve parlare dei rapporti con l’Arma, assolutamente negativi, secondo i pm Antonio Ingroia e Nino Di Matteo, da quando Borsellino avrebbe scoperto la trattativa avviata dal Ros, dopo la strage di Capaci, con Vito Ciancimino. Sarebbe questa una delle possibili cause della morte del magistrato, o della sua accelerazione. Una tesi che vede le Procure di Palermo e Caltanissetta, divise su quasi tutto il resto, marciare di pari passo. Ad ispirarla, in parte, erano state le dichiarazioni di Massimo Ciancimino, ma poi era stata confermata, con diversi accenti, dai ricordi tardivi di alcuni personaggi istituzionali, come Claudio Martelli, Liliana Ferraro, Luciano Violante, e dalla vedova del giudice, Agnese Piraino Leto. «I rapporti con l’Arma erano ottimi - dice però Sinico - e anche col Ros. Pochi giorni prima di morire, Borsellino partecipò a una cena organizzata a Terrasini dal maresciallo Lombardo, con i ragazzi della sezione anticrimine. “Questa è la cena degli onesti”, disse». Proprio Nino Lombardo, che morirà suicida nel marzo del 1995, dopo una trasmissione di Michele Santoro, in cui fu accusato da Leoluca Orlando di essere un pezzo dello Stato vicino alla mafia, fu colui che raccolse l’allarme lanciato da un confidente. «Andammo nel carcere di Fossombrone io, il maresciallo e il capitano Giovanni Baudo - racconta Sinico -. Era la fine di giugno del 1992. Il confidente, Girolamo D’Anna (uno dei capimafia di Terrasini, ndr ) disse a Lombardo che nell’ambiente carcerario era voce ricorrente che fosse in fase avanzata di preparazione un attentato contro Borsellino. D’Anna era un personaggio “posato”, vicino a don Tano Badalamenti, in carcere negli Usa, ma aveva grande carisma personale e veniva interpellato dai suoi sodali, pur non avendo un rango criminale elevatissimo». Baudo e Sinico andarono a riferire la notizia poche ore dopo e Borsellino fece cadere le braccia a entrambi. Sinico se la prese: «Procuratore, gli risposi allora io, allora cambiamo mestiere…». Il pm Di Matteo chiede se fosse stata fatta una relazione di servizio: la risposta è no, ma il Ros - precisa poi lo stesso Obinu, rendendo una dichiarazione spontanea - «informò la linea gerarchica dell’Arma, e l’allarme fu effettivamente lanciato». Pochi giorni prima di essere ucciso, Borsellino disse all’amico Pippo Tricoli: «È arrivato il tritolo per me». Alla prossima udienza deporrà l’ex ministro degli Interni Nicola Mancino.