PAOLO MASTROLILLI, La Stampa 4/2/2012, 4 febbraio 2012
La paura dei governi: dover pagare per i reati dei militari - Dietro le quinte dell’austera Corte dell’Aja si è giocata una partita dura, in cui erano in ballo gli interessi di molti Stati
La paura dei governi: dover pagare per i reati dei militari - Dietro le quinte dell’austera Corte dell’Aja si è giocata una partita dura, in cui erano in ballo gli interessi di molti Stati. Il vero punto, purtroppo, non erano le recriminazioni indiscutibili delle vittime della violenza nazista, ma l’interesse di parecchi Paesi a evitare di finire nei tribunali stranieri per i reati commessi dai loro soldati all’estero. Chi ha seguito da vicino il dibattimento, ha avuto subito l’impressione che la sentenza non fosse proprio segnata, ma quasi. L’elemento in discussione non erano le colpe della Germania, storicamente riconosciute dallo stesso governo tedesco, che ritiene di avere già adempiuto ai suoi obblighi di risarcimento. Il problema giuridico era il tema dell’immunità. In generale, la giurisprudenza esistente in materia afferma che uno Stato è responsabile per i torti commessi all’estero e può essere portato in tribunale. Lo dice ad esempio la United Nations Convention on Jurisdictional Immunities of States and Their Property, all’articolo 12: «A meno di accordi diversi tra gli Stati coinvolti, uno Stato non può invocare l’immunità dalla giurisdizione davanti alla corte di un altro Stato, che è altrimenti competente in un procedimento relativo alla compensazione pecuniaria per la morte o il ferimento della persona, o il danno e la perdita tangibile di proprietà, causata da un atto o una omissione attribuibili allo Stato, se sono avvenuti interamente o in parte nel territorio dell’altro Stato». Basti pensare a quello che è avvenuto nei confronti della Libia per Lockerbie. La Corte, però, ha deciso che questo principio non si applica ai reati commessi dai militari, e quindi ha concesso alla Germania l’immunità. La scelta, fra l’altro, è stata motivata dal fatto che gli autori della Convention on Jurisdictional Immunities avrebbero inteso escludere i comportamenti dei soldati fin dal principio, perché altrimenti si sarebbe aperta la porta a milioni di potenziali cause che avrebbero ingolfato le corti di mezzo mondo. Dietro a questo ragionamento, però, c’era soprattutto l’interesse di molti paesi potenti ad evitare il rischio di essere citati nei tribunali stranieri per i reati commessi dai loro militari all’estero. Per certi versi, è la stessa ragione per cui gli Usa non sono mai entrati nella Corte Penale Internazionale. Anche volendo accettare questa giustificazione pratica, il caso in discussione era molto particolare. Non si trattava solo di reati, ma di crimini contro l’umanità commessi dai nazisti e riconosciuti universalmente. Quindi si poteva trovare il coraggio per una soluzione più creativa. La ragione politica però ha prevalso, fin dalle prime ore del dibattimento. Ora resta aperto uno spiraglio legato al paragrafo 104 della sentenza, che in maniera volutamente vaga lascia aperta la possibilità di future trattative. Germania e Italia potrebbero ancora sedersi al tavolo per riconoscere qualche risarcimento alle vittime. Sul piano legale non si metterebbe in discussione l’interesse degli Stati ad evitare i processi all’estero per i reati militari, ma almeno sul piano storico si farebbe giustizia.