Paolo Lepri, Corriere della Sera 04/02/2012; Dino Messina, ib., 4 febbraio 2012
2 articoli – BERLINO NON DOVREBBE RISARCIRE LE VITTIME ITALIANE DEI NAZISTI — Niente più processi, niente più risarcimenti
2 articoli – BERLINO NON DOVREBBE RISARCIRE LE VITTIME ITALIANE DEI NAZISTI — Niente più processi, niente più risarcimenti. L’Italia ha «violato il diritto internazionale» consentendo procedimenti legali contro la Germania per i massacri compiuti dai nazisti. È una sentenza chiara, quella pronunciata ieri dalla Corte internazionale dell’Aia, anche se i giudici hanno invitato le due parti al dialogo e hanno deplorato il fatto che i deportati italiani nella Seconda guerra mondiale siano stati esclusi dal piano dei risarcimenti tedeschi. «Non è stata riconosciuta — ha detto il presidente della Corte, il giapponese Hisashi Owada — l’immunità giurisdizionale che spetta a un altro Stato sovrano». Come voleva Berlino, l’Italia dovrà prendere «tutte le misure necessarie», anche modificando la sua legislazione, perché siano prive d’effetto le decisioni della giustizia contrarie al rispetto dei principi indicati nella sentenza. Già nel luglio 2010 un ricorso presentato da Roma era stata dichiarato irricevibile. Le speranze di «vincere» erano poche. Anche se l’edificio di mattoni rossi, in stile neorinascimentale, dove si riuniscono all’Aia i giudici dell’Onu si chiama «Palazzo della Pace», la sentenza non sembra destinata a pacificare del tutto. Anzi, può forse suscitare qualche dubbio, in un’epoca in cui si è andata sempre più affermando la dimensione «transnazionale» della giustizia. Non la pensa così il ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle, che dopo aver premesso che il suo governo «ha sempre riconosciuto la sofferenza» delle vittime del nazismo, ha salutato con grande favore le decisioni della Corte. «È stata confermata — ha detto — la nostra concezione del diritto sotto il profilo della immunità degli Stati. Un chiarimento non era solo nell’interesse tedesco ma piuttosto nell’interesse della comunità internazionale». Sarà così, ma la Germania (e non solo lei) temeva che il caso italiano diventasse un temibile precedente. Il ministro degli Esteri del governo Monti, Giulio Terzi, ha espresso il suo «rispetto» per la sentenza, anche se, ha aggiunto, «non coincide con le posizioni sostenute dall’Italia». Che le decisioni dei giudici dell’Onu, comunque, non siano destinate a scatenare una guerra diplomatica tra Roma e Berlino lo si capisce non solo da queste parole pacate, ma soprattutto dal riferimento che entrambi i ministri hanno fatto al proseguimento del negoziato, peraltro raccomandato dalla Corte. Westerwelle parla però con i toni del vincitore («Applicheremo tutte le questioni inerenti a questo giudizio in collaborazione con i nostri amici italiani, in uno spirito di piena fiducia»), mentre Terzi con quelli dello sconfitto, non potendo fare altro che notare «l’utile contributo di chiarimento» venuto dal tribunale dell’Onu. Duro, invece, il giudizio del suo predecessore alla Farnesina, Franco Frattini, oggi responsabile Affari Internazionali del Pdl, secondo cui «il verdetto è una pesante frusta per tutti coloro che sono stati colpiti da quei massacri». Il ricorso della Germania alla Corte dell’Aia era stato presentato nel dicembre 2008 due mesi dopo la sentenza della Corte di Cassazione che aveva riconosciuto il diritto di ricevere indennizzi individuali da parte del governo tedesco ai familiari delle vittime di uno dei tanti massacri compiuti dal 1943 al 1945 dai tedeschi: la strage del 29 giugno 1944 a Civitella, Cornia e San Pancrazio, in cui furono assassinate oltre duecento persone, alcune delle quali riunite nella chiesa dove si era appena celebrata la Messa. I procedimenti legali in Italia si erano avviati con il «caso Ferrini», dal nome di un deportato in Germania nel 1944 costretto ai lavori forzati. A parte il problema dei deportati italiani, che sarà oggetto del negoziato, sono molte le questioni che questa sentenza certamente non cancella. Come saranno risolte, non lo potrà mai sapere Tina Randellini, l’ultima vedova delle vittime della strage nazista del Mulinaccio, morta proprio ieri all’età di 97 anni. Il marito fu ucciso nel 1944, con altri quattordici. Non si sa ancora perché. Paolo Lepri I GIURISTI: «DECISIONE INEVITABILE, NON SI PUO’ PROCESSARE UNO STATO» — È difficile parlare di formalismi giuridici quando si tratta di massacri dei civili: in questo caso di una delle meno conosciute ma più atroci rappresaglie, compiuta da un reparto della Wehrmacht in ritirata, il 29 giugno 1944, tre mesi dopo le Fosse Ardeatine, tre prima di Marzabotto. Le vittime in Val di Chiana (a Civitella, San Pancrazio, Cornia), nell’Aretino, furono 203, molte delle quali bambini, anziani, donne, adolescenti, con una proporzione di cinquanta italiani per ogni soldato tedesco ucciso dai partigiani della banda «Renzino». Un criterio più duro del famigerato dieci a uno seguito all’attentato di via Rasella. «Non c’è indennizzo sufficiente a risarcire ciascuna di quelle vittime», dice lo storico tedesco Lutz Klinkhammer, autore del fondamentale saggio L’occupazione tedesca in Italia (Bollati Boringhieri). Eppure la Corte dell’Aia ha accolto il ricorso della Germania contro la sentenza della Cassazione che per la prima volta condannava lo Stato tedesco a risarcire le vittime delle stragi naziste in Italia. La sentenza dell’Aia ha una spiegazione giuridica e una storica. Un tribunale interno, dice Umberto Leanza, professore emerito di Diritto internazionale all’università Roma 2, non può in alcun modo considerare responsabile uno Stato. È quel che ha fatto la nostra Corte di Cassazione ritenendo crimini internazionali le rappresaglie compiute dalle truppe tedesche in Italia dopo l’8 settembre 1943. Il crimine internazionale è una figura giuridica nata a partire dai tribunali di Norimberga e di Tokyo. «Si tratta di crimini — chiarisce Leanza — che costituiscono tuttavia una eccezione all’immunità dalla giurisdizione non degli Stati ma degli organi statali che li hanno compiuti». Un criterio già seguito dai tribunali di Norimberga e Tokyo. La Corte di Cassazione italiana ha ritenuto di estendere la responsabilità allo Stato tedesco sulla base della più recente giurisdizione internazionale che equipara la violenza sui civili ai crimini contro l’umanità. La sentenza dell’Aia è l’ultimo atto della riapertura a metà degli anni Novanta dei processi archiviati nel cosiddetto «armadio della vergogna». Con i processi si è riaperto anche un contenzioso con la Germania che si riteneva chiuso dal 2 giugno 1961, quando con due accordi bilaterali tra Roma e Bonn, la Germania riconosceva un indennizzo complessivo di quaranta milioni di marchi per le vittime italiane dei campi di concentramento. «In totale — spiega lo storico Filippo Focardi — i beneficiari furono circa dodicimila, in maggioranza deportati politici, ebrei e loro familiari. Solo mille i risarcimenti riguardanti gli internati militari, su un totale di seicentomila. Come contropartita ai risarcimenti, l’Italia garantiva la cessazione di tutte le cause contro lo Stato tedesco». Del resto la Germania riconobbe quegli indennizzi come un atto di buona volontà unilaterale, non come il riconoscimento di un diritto. L’Italia nel 1947, con il controverso comma 4 dell’articolo 77 del Trattato di Pace, aveva rinunciato a chiedere gli indennizzi per i danni dell’occupazione nazista. Faceva eccezione il diritto a chiedere la restituzione dei beni trafugati. La sentenza dell’Aia ha dunque ribadito che l’immunità degli Stati, non solo di quello tedesco, non si tocca. «Me l’aspettavo — dice Focardi —. E da un certo punto di vista è un bene anche per l’Italia, se si considera che lo stesso tribunale internazionale ha respinto un ricorso presentato contro il nostro Stato dai parenti delle vittime della strage di Domenikon, nella Grecia centrale, dove i fanti della Divisione Pinerolo, il 16 febbraio 1943, uccisero per rappresaglia 150 civili». Resta un dubbio: se le responsabilità dei crimini sono personali perché sedici ufficiali tedeschi condannati all’ergastolo per le stragi in Italia vivono ancora liberi in Germania? Dino Messina