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 2012  febbraio 04 Sabato calendario

L’ASSE DEI FALCHI. CHI E’ CHE SPINGE PER LA GUERRA NEI DUE PAESI — C’è

in giro uno spot che fa infuriare l’Iran: è di una pay tv di Gerusalemme e si vedono agenti del Mossad, travestiti da donne sciite, che armeggiano con un tablet fino a far esplodere i siti nucleari. «È un’intimidazione, quasi una rivendicazione degli attentati che abbiamo subìto in questi mesi», protesta Teheran. C’è anche un corto che terrorizza gli israeliani: l’hanno mandato in onda dagli studi telavivi di Canale 10 — titolo: «Gli ultimi giorni d’Israele» — e rappresenta fin troppo bene l’apocalisse atomica, fra morituri che pregano e palazzi che si polverizzano. «Così s’alimenta la psicosi di massa», hanno reclamato i telespettatori. Tutto questo non è un film: da questa parte di mondo, la guerra che ci sarà (se ci sarà) è un serial che minaccia colpi di scena. Nessuno, in Iran come in Israele, osa dire quel che si vorrebbe sentire da due potenze ufficiosamente atomiche: che le armi taceranno. Tutti a spiegare, invece, il come e il quando s’attaccherà. Giovedì alla conferenza strategica di Herzliya, mentre usciva la previsione di Panetta su un attacco israeliano a primavera, i quattro israeliani che meglio conoscono il dossier militare (i ministri Barak e Yaalon, i generali Gantz e Kochavi) cantavano con impressionante monotonia: guai a rinviare ancora, l’Iran avrà pronte a dicembre quattro atomiche, ci sono 200 mila missili di vario genere puntati sullo Stato ebraico, la Bomba è un incubo per tutti i Paesi arabi, noi siamo già preparati a colpire qualunque installazione... Obbiettivo finale: convincere che stavolta si fa sul serio e ricordare che gli odierni rincari della benzina sono niente, confrontati a quel che succederà con un Iran nucleare. Anche il discorso della guida suprema Ali Khamenei, due ore in un insolito arabo che è parso un messaggio ai fratelli di fede, ha detto due cose: che Teheran risponderà alle sanzioni occidentali; che una prima risposta militare arriverebbe non dalla Bomba, ma dai razzi dei fedeli alleati Hezbollah e Hamas, come già accadde nelle guerre del Libano 2006 e di Gaza 2009 (una rivelazione, questa: l’Iran non aveva mai ammesso un coinvolgimento diretto in quei conflitti). Fa notare Uri Bar-Yoseph, analista strategico dell’università di Haifa, che sono soprattutto i politici a esibire tanto machismo. Khamenei sa che un attacco israeliano sposterebbe l’attenzione dalle rivolte della regione e costringerebbe anche i nemici vicini a solidarizzare contro il «cancro sionista». Netanyahu insiste sul blitz per raccogliere legittimazione internazionale, quando il blitz si farà, evitando le critiche piovute dopo gli attacchi ai reattori di Saddam. In un’insolita comunanza di vedute, dice Bar-Yoseph, «colombe» iraniane e Mossad sono contrari a un’opzione militare. Perché, sotto elezioni, servirà a rafforzare soprattutto il regime. E perché, se la Bomba è ormai inevitabile, un attacco la ritarderà soltanto. Poi gli ayatollah l’avranno: e ricorderanno d’essere stati attaccati.
Francesco Battistini