Franco Venturini, Corriere della Sera 04/02/2012, 4 febbraio 2012
L’ATTACCO DI ISRAELE ALL’IRAN? PROBABILE
Annunciato tante volte senza seguiti concreti, in queste ore il conto alla rovescia per un attacco di Israele alle installazioni nucleari iraniane potrebbe essere davvero partito. A farlo credere non sono tanto le previsioni tra l’inquieto e il minaccioso (guerra in primavera) attribuite al Segretario alla Difesa americano Leon Panetta. Piuttosto, esistono cinque elementi oggettivi che sfuggono alle tattiche diplomatiche e che rendono particolarmente nervoso quel dito israeliano già da tempo poggiato sul grilletto.
Primo. L’intelligence occidentale concorda nel ritenere che l’Iran abbia compiuto ulteriori rilevanti progressi nelle tecniche di arricchimento dell’uranio, e la collaborazione con gli ispettori dell’Agenzia atomica resta insoddisfacente. Secondo alcuni Teheran avrà bisogno di un altro anno prima di poter produrre la bomba, altri esperti citano tempi più lunghi, ma il timore immediato di Israele è che il materiale «sensibile» degli iraniani venga spostato al riparo di bunker inviolabili dagli attacchi aerei. E questo potrebbe accadere prima dell’autunno.
Secondo. Al di là delle dichiarazioni ufficiali quasi nessuno crede all’efficacia delle sanzioni varate da Europa e Usa. Perché quelle europee sono parziali e scattano a luglio, perché la Cina avida di petrolio segretamente colmerà il vuoto, perché il potere iraniano è diviso e nessuna delle due parti in lotta può mostrarsi arrendevole senza esporsi agli attacchi dell’altra. Diverso sarebbe negoziare per guadagnare tempo, ma Israele non starebbe al gioco.
Terzo. Minacciando di bloccare lo stretto di Hormuz gli ultrà iraniani hanno offerto su un vassoio d’argento a chi fosse interessato la possibilità di un «incidente» capace di dar fuoco alle polveri. Teheran conferma di non saper misurare le sue provocazioni: se Ahmadinejad non avesse tante volte minacciato la distruzione di Israele oggi sarebbe molto più difficile scomunicare un arricchimento che è permesso, a certe condizioni, dal Trattato anti proliferazione.
Quarto. Gli Usa sono contrari a un attacco unilaterale israeliano che avrebbe ricadute imprevedibili. Ma Obama è in campagna elettorale, e lo sarà ancora di più in estate (il periodo che molte cancellerie considerano maggiormente a rischio). Nessun candidato presidenziale americano potrebbe starsene con le mani in mano se Israele decidesse l’offensiva, e subisse qualche risposta iraniana. Esiste, insomma, una «finestra» nella quale la contrarietà Usa può essere neutralizzata. Di questo sono preoccupati molti governi, anche il nostro: Mario Monti ne parlerà con Obama nella sua imminente visita a Washington.
Quinto. Chi ancora spera nella trattativa ha in mente per l’Iran il «modello giapponese»: raggiungimento della capacità nucleare ma rinuncia garantita e verificata alla fabbricazione di armamenti atomici. Si tratterebbe di prendere Teheran in parola. Ma la dottrina mai enunciata che sta alla base della sicurezza di Israele è il monopolio nucleare nella regione, come si è visto con le incursioni in Iraq e in Siria. E allora il «modello giapponese» potrebbe non bastare.
Sull’altro piatto della bilancia fa sentire il suo peso (anche in Israele, dove un dibattito sul che fare è ancora aperto) il lungo e tante volte ripetuto elenco delle controindicazioni, dei pericoli strategici e geopolitici che un attacco all’Iran comporterebbe. Dal ricompattamento delle fazioni interne iraniane al solo rinvio degli obbiettivi nucleari di Teheran, dalla rivolta degli sciiti dell’Arabia Saudita alle proteste antioccidentali anche dei sunniti delle primavere islamizzate, dalle possibili rappresaglie terroristiche nel mondo alla destabilizzazione ulteriore dell’Iraq e dell’Afghanistan.
Ma esiste anche un altro aspetto da tenere in conto, un aspetto diciamo così congiunturale: la crisi economica e finanziaria. Oggi Usa ed Europa sono entrambe in bilico. Negli Usa si affaccia qualche timido segnale di ripresa, tutto da verificare. Nell’eurozona il boccone del fiscal compact è stato mandato giù e ora si spera che a marzo la Germania conceda qualche contropartita. Ma nessuno se la sente di gridare allo scampato pericolo. Cosa produrrebbe, in una cornice tanto fragile, un attacco all’Iran? Di sicuro un forte aumento delle quotazioni del petrolio, con annessi effetti inflazionistici. E se anche il fenomeno dovesse essere contenuto, se bastassero le riserve e gli aumenti di produzione delle monarchie anti iraniane del Golfo Persico a calmierare i mercati energetici, il clima di insicurezza e di imprevedibilità generalizzata nella Santabarbara del Medio Oriente non mancherebbe di riaprire tutte le ferite che ora faticosamente Europa e Usa stanno cercando di sanare non sempre in perfetto coordinamento.
Non c’è che da sperare che il gran rumore di sciabole di questi giorni faccia effetto in Iran e lo induca a negoziare davvero. Anche se finora ciò non è mai accaduto.
Franco VenturiniPrimo. L’intelligence occidentale concorda nel ritenere che l’Iran abbia compiuto ulteriori rilevanti progressi nelle tecniche di arricchimento dell’uranio, e la collaborazione con gli ispettori dell’Agenzia atomica resta insoddisfacente. Secondo alcuni Teheran avrà bisogno di un altro anno prima di poter produrre la bomba, altri esperti citano tempi più lunghi, ma il timore immediato di Israele è che il materiale «sensibile» degli iraniani venga spostato al riparo di bunker inviolabili dagli attacchi aerei. E questo potrebbe accadere prima dell’autunno.
Secondo. Al di là delle dichiarazioni ufficiali quasi nessuno crede all’efficacia delle sanzioni varate da Europa e Usa. Perché quelle europee sono parziali e scattano a luglio, perché la Cina avida di petrolio segretamente colmerà il vuoto, perché il potere iraniano è diviso e nessuna delle due parti in lotta può mostrarsi arrendevole senza esporsi agli attacchi dell’altra. Diverso sarebbe negoziare per guadagnare tempo, ma Israele non starebbe al gioco.
Terzo. Minacciando di bloccare lo stretto di Hormuz gli ultrà iraniani hanno offerto su un vassoio d’argento a chi fosse interessato la possibilità di un «incidente» capace di dar fuoco alle polveri. Teheran conferma di non saper misurare le sue provocazioni: se Ahmadinejad non avesse tante volte minacciato la distruzione di Israele oggi sarebbe molto più difficile scomunicare un arricchimento che è permesso, a certe condizioni, dal Trattato anti proliferazione.
Quarto. Gli Usa sono contrari a un attacco unilaterale israeliano che avrebbe ricadute imprevedibili. Ma Obama è in campagna elettorale, e lo sarà ancora di più in estate (il periodo che molte cancellerie considerano maggiormente a rischio). Nessun candidato presidenziale americano potrebbe starsene con le mani in mano se Israele decidesse l’offensiva, e subisse qualche risposta iraniana. Esiste, insomma, una «finestra» nella quale la contrarietà Usa può essere neutralizzata. Di questo sono preoccupati molti governi, anche il nostro: Mario Monti ne parlerà con Obama nella sua imminente visita a Washington.
Quinto. Chi ancora spera nella trattativa ha in mente per l’Iran il «modello giapponese»: raggiungimento della capacità nucleare ma rinuncia garantita e verificata alla fabbricazione di armamenti atomici. Si tratterebbe di prendere Teheran in parola. Ma la dottrina mai enunciata che sta alla base della sicurezza di Israele è il monopolio nucleare nella regione, come si è visto con le incursioni in Iraq e in Siria. E allora il «modello giapponese» potrebbe non bastare.
Sull’altro piatto della bilancia fa sentire il suo peso (anche in Israele, dove un dibattito sul che fare è ancora aperto) il lungo e tante volte ripetuto elenco delle controindicazioni, dei pericoli strategici e geopolitici che un attacco all’Iran comporterebbe. Dal ricompattamento delle fazioni interne iraniane al solo rinvio degli obbiettivi nucleari di Teheran, dalla rivolta degli sciiti dell’Arabia Saudita alle proteste antioccidentali anche dei sunniti delle primavere islamizzate, dalle possibili rappresaglie terroristiche nel mondo alla destabilizzazione ulteriore dell’Iraq e dell’Afghanistan.
Ma esiste anche un altro aspetto da tenere in conto, un aspetto diciamo così congiunturale: la crisi economica e finanziaria. Oggi Usa ed Europa sono entrambe in bilico. Negli Usa si affaccia qualche timido segnale di ripresa, tutto da verificare. Nell’eurozona il boccone del fiscal compact è stato mandato giù e ora si spera che a marzo la Germania conceda qualche contropartita. Ma nessuno se la sente di gridare allo scampato pericolo. Cosa produrrebbe, in una cornice tanto fragile, un attacco all’Iran? Di sicuro un forte aumento delle quotazioni del petrolio, con annessi effetti inflazionistici. E se anche il fenomeno dovesse essere contenuto, se bastassero le riserve e gli aumenti di produzione delle monarchie anti iraniane del Golfo Persico a calmierare i mercati energetici, il clima di insicurezza e di imprevedibilità generalizzata nella Santabarbara del Medio Oriente non mancherebbe di riaprire tutte le ferite che ora faticosamente Europa e Usa stanno cercando di sanare non sempre in perfetto coordinamento.
Non c’è che da sperare che il gran rumore di sciabole di questi giorni faccia effetto in Iran e lo induca a negoziare davvero. Anche se finora ciò non è mai accaduto.
Franco Venturini