Alessio Odini, ItaliaOggi 04/02/2012, 4 febbraio 2012
Giornali digitali, belli ma deboli – Al massimo si arriva al 15%: è questa l’incidenza delle attività digitali che i giornali registrano sul proprio fatturato complessivo
Giornali digitali, belli ma deboli – Al massimo si arriva al 15%: è questa l’incidenza delle attività digitali che i giornali registrano sul proprio fatturato complessivo. Troppo poco perché la transizione dalla carta al web sia indolore. Il processo, secondo un’analisi del quotidiano francese online La Tribune, è avviato da alcuni anni, ma deve ancora entrare nel vivo. Le ragioni sono molteplici, anche se la prima sarebbe sufficiente a giustificare i tentennamenti degli editori. Oltre a mancare modelli di business convincenti per rimpiazzare quelli tradizionali, bisogna fare i conti con il progressivo depauperamento del panorama editoriale mondiale: erosione delle copie vendute e contrazione della raccolta pubblicitaria a favore di altri media sono problemi noti, che non si risolvono migrando su internet, specialmente in tempi di recessione economica conclamata. Riflessioni che non fanno desistere chi è in prima linea per competere da subito sul digitale: «A un certo punto, tutti i giornali finiranno per abbandonare la carta. Bisogna prepararsi», ha dichiarato a La Tribune Alan Rusbridger, direttore del londinese Guardian dal 1995 e convinto sostenitore della trasformazione digitale del quotidiano. Prepararsi va bene, ma non si può neppure dimenticare che il Guardian, pur essendo il secondo quotidiano europeo più letto in rete con 15,7 milioni di visitatori unici mensili, secondo solo al Daily Mail (primo a livello mondiale in dicembre davanti al New York Times), genera appena 44,5 milioni di euro di ricavi da internet, su un totale di 266 milioni di euro. Ma anche se un internauta europeo su due accedesse al sito di guardian.co.uk, la raccolta pubblicitaria online non compenserebbe al momento quella tradizionale, né di sostenere i costi della redazione attuale. Il dibattito non riguarda solo il Vecchio Continente, dove sta prendendo forma una sorta di Europa a due velocità nell’ambito di quotidiani d’informazione, che vede contrapposti i paesi periferici e meridionali al blocco settentrionale. La crisi, come è noto colpisce anche al di là dell’Atlantico: a partire dal 2007 sono stati oltre 13 mila i posti di lavoro persi da giornalisti statunitensi, di pari passo al crollo degli introiti pubblicitari. La Newspaper association of America, a questo proposito, ha pubblicato uno studio secondo cui la raccolta pubblicitaria è in calo da 20 trimestri consecutivi, cioè cinque anni. In altri termini, se nel 2011 gli introiti erano di 25 miliardi di dollari (19 miliardi di euro), solo sei anni prima il dato era più che doppio. Ma anche qui, il digitale non è sufficiente a salvare i giornali: secondo uno studio dell’università del Missouri, infatti, la metà dei giornali a stelle e strisce genererebbe poco meno del 9% dei propri ricavi dal web, percentuale che sale al 10% fra le testate che hanno previsto di ottenere il 25-30% dei propri ricavi dall’online nel giro di tre anni. Qualche conto non torna, anche perché i modelli di riferimento sono Wall Street Journal (1,3 milioni di abbonati digitali) e New York Times, che a fine settembre 2011 traeva il 14% del proprio fatturato dal web, grazie a 324 mila abbonati. Nel frattempo, gli abbonati hanno superato quota 400 mila, ma i conti sono tornati in rosso (si veda l’articolo in questa pagina).