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 2012  febbraio 04 Sabato calendario

«BCE HA TAMPONATO LA CRISI. ORA SERVE PIU’ COMPETITIVITA’»

Lorenzo Bini Smaghi ha cambiato visuale. Per oltre quattro anni ha seguito la più grave crisi finanziaria dagli anni ’30 dall’Eurotower, la sede della Banca centrale europea a Francoforte. Da poche settimane, invece, insegna al «Centre for International Affairs» di Harvard, a Boston, da dove ha iniziato a scrivere per il Financial Times: un viaggio dal nucleo duro europeo a ambienti tradizionalmente scettici, ai quali cerca di spiegare perché la moneta unica terrà.
Gli spread di Italia e Spagna sono in calo da un paio di mesi: la crisi si sta avviando verso la fine?
«La riduzione degli spread è incoraggiante, però troppo spesso in passato abbiamo visto il mercato migliorare e poi invertire di nuovo la tendenza. Non bisogna rilassare gli sforzi. La situazione resta incerta, gli investitori hanno ancora paura».
I progressi dell’Italia si devono all’azione del governo o alla liquidità della Bce con cui le banche comprano Btp?
«Penso di non svelare un mistero se dico che ho spinto per quelle misure della banca centrale dall’autunno scorso. L’operazione di liquidità ha un impatto soprattutto sui tassi a breve, perché dà alle banche opportunità d’investimento dai tre mesi ai tre anni. Ma conta anche il lungo periodo e, quanto a questo, i mercati guardano alle misure di finanza pubblica ma anche di crescita. Sul lungo termine il calo degli spread è stato più contenuto perché gli investitori hanno bisogno di tempo per valutare. Il sostegno della Bce non risolve i problemi di fondo delle divergenze tra economie».
Ma anche gli spread a dieci anni sono scesi di 200 punti.
«Bisognerebbe vedere quanto è dovuto al calo dei tassi a breve, per capire in che misura è strutturale. C’è stata una riduzione, benché relativamente limitata: è il segnale che le misure del governo vanno nella direzione giusta. Ma lo spread rimane alto e ha un effetto depressivo sulla crescita».
Quella italiana è una crisi di bilancio, bancaria o di bilancia dei pagamenti, cioè di competitività?
«Non credo che sia interessante parlare di cosa ha scatenato la crisi, meglio capire quali misure la ricompongono. Questa è una situazione che, per come si è sviluppata, si risolve riducendo i divari di competitività emersi negli anni».
Può misurarne l’impatto?
«Se uno guarda alla graduatoria degli spread, la misura che le corrisponde di più è la perdita di competitività accumulata in dieci anni. Non i livelli di deficit o debito. Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna, Italia: quello dei rendimenti dei titoli è lo stesso ordine della perdita di competitività. Questo gap va gradualmente chiuso. Perché le tensioni di mercato si possono ridurre nei prossimi sei o dodici mesi, ma i mercati si chiedono comunque come fa a tornare competitivo un Paese che ha bisogno di finanziarsi all’estero».
Senza poter svalutare, contro la Germania che corre e ha inflazione minima, è dura. Non trova?
«Sì, ma non impossibile, ad esempio se si riduce massicciamente la tassazione sul lavoro e si riforma il sistema dei contratti per aumentare gli incentivi alla produttività. Se non si segue questa via, l’unica alternativa per tornare competitivi sul costo dei prodotti all’export è comprimere i salari e dunque crescere poco».
A quanto stima la perdita di competitività italiana?
«Sulla Germania, in termini di costo del lavoro, del 35% dall’inizio dell’euro nel ’99».
E sulla media della zona-euro?
«Venticinque punti. Misurati come costo del lavoro come unità di prodotto, cioè come produttività. Sono i dati della Bce: gli stessi che guardano tutte le banche d’investimento, tutte. Era il grafico famoso che Jean-Claude Trichet faceva vedere ai ministri dell’Economia nell’eurogruppo negli ultimi quattro o cinque anni. Diceva che era un andamento insostenibile. Questi dati dicono che l’Italia è troppo cara, i prodotti italiani sono troppo cari rispetto alla concorrenza».
Non si rischia una spirale deflattiva dei salari, per recuperare?
«Dipende appunto da come si cerca di recuperare. Si possono ridurre i costi con misure specifiche, ad esempio una forte detassazione del lavoro compensata da tassazione di altro tipo, dall’Iva, all’Ici, all’Irpef. E misure che consentano di incentivare la produttività sul mercato del lavoro: nuovi contratti, per esempio affrontando anche il tema dell’articolo 18».
E se non si prende questa strada?
«L’unica alternativa allora è una fase di deflazione prolungata, una svalutazione interna con la riduzione del valore reale dei salari. Ciò mette a rischio la sostenibilità dei conti pubblici, perché significa mantenere un alto surplus primario (al netto degli interessi, ndr), tanto più alto quanto è lo spread, mentre l’economia non cresce: si rischia di avere un Paese in condizioni sociali molto difficili».
Da come la mette lei, i sindacati devono scegliere fra addio all’articolo 18 e depressione salariale.
«Superare l’articolo 18 può aiutare ad aumentare la produttività. Il dato sorprendente, unico, è che l’Italia è praticamente il solo Paese al mondo in cui la produttività non è aumentata negli ultimi anni. Per eliminare la minaccia di crisi finanziaria, bisogna far sì che si rimetta in moto».
Federico Fubini