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 2012  febbraio 04 Sabato calendario

LA DISOCCUPAZIONE USA AI MINIMI —

In attesa del «supermartedì» repubblicano (il 6 marzo, quando le primarie in 10 Stati potrebbero mettere un punto fermo nella corsa alla nomination dando la spinta decisiva alla candidatura di Romney che oggi dovrebbe vincere con facilità in Nevada), Barack Obama si gode il suo «supervenerdì»: ieri mattina sono stati pubblicati i dati sul mercato del lavoro, dai quali emerge che a gennaio l’occupazione è cresciuta a un ritmo addirittura superiore a quello di un dicembre già molto positivo, sconfiggendo le previsioni pessimistiche degli economisti e della stessa Federal Reserve. In un mese sono stati creati 243 mila nuovi impieghi (le previsioni dicevano 150 mila) che si aggiungono ai 200 mila di dicembre. Rivisto al rialzo anche il dato di novembre (+157 mila posti invece dei 100 mila fin qui indicati).
La situazione economica degli Usa resta molto difficile: il bilancio positivo degli ultimi mesi ha consentito di recuperare solo una frazione dei 9 milioni di posti persi con la grande recessione del 2007-2009. Rimane, poi, il sospetto che questa apparente svolta sia influenzata da fattori momentanei: nel caso di gennaio un clima eccezionalmente mite che non ha bloccato, come negli anni scorsi, le lavorazioni che si svolgono all’aperto.
Ma a crescere sono stati tutti i settori produttivi: dall’industria, ad esempio, sono venuti 50 mila posti, ben più dei 20 mila aggiunti dalle costruzioni, l’area più sensibile ai fattori stagionali. E poi, come nei mesi scorsi, l’occupazione è salita pur in presenza di una diminuzione dei posti di lavoro nel pubblico impiego, colpito dai piani di ridimensionamento imposti dalle crisi di bilancio del governo federale, degli Stati e delle amministrazioni municipali.
Insomma, segni di vitalità del settore privato (che guadagna complessivamente 257 mila posti) confermati anche da un lieve aumento dei salari medi orari e delle ore lavorate mediamente in una settimana. Spostamenti molto limitati, che non consentono di recuperare il terreno perduto negli anni della crisi. Ma si tratta, comunque, di segnali che vanno tutti nella giusta direzione. E, infatti, i mercati hanno subito festeggiato: dollaro in rialzo e Borse in recupero. Quelle europee, dopo una mattinata incerta, sono salite in ascensore appena sono arrivati i dati Usa. Milano ha chiuso con un rialzo di poco superiore all’1%, mentre Londra, Francoforte e Parigi hanno fatto ancora meglio. In netto recupero anche l’indice Dow Jones a Wall Street, che ha chiuso toccando i 12.862,23 punti, il livello più alto dal 2008.
I segnali di stabilizzazione e consolidamento che vengono dall’America, rasserenando parzialmente un orizzonte economico non certo privo di nuvole, hanno favorito anche un’ulteriore riduzione dello spread tra Btp a 10 anni e Bund tedeschi, sceso ieri a 377 punti (dopo essere arrivato anche a quota 372): ben 200 punti sotto i massimi del novembre scorso.
Buone notizie per i mercati. E, come dicevamo, ottime notizie per Obama. Anche perché, all’aumento dei posti di lavoro, si associa anche questo mese un calo della disoccupazione, scesa all’8,3%. È il livello più basso dal febbraio 2009: i giorni del suo insediamento alla Casa Bianca. Non è ancora tempo di proclamare enfaticamente che «America is back» e infatti ieri il presidente ha evitato ogni trionfalismo: «I dati, da un mese all’altro possono andare su e giù, c’è ancora molto da fare. Ma è un fatto che negli ultimi 23 mesi abbiamo creato 3,7 milioni di posti di lavoro. L’economia si sta rafforzando, ma dobbiamo stare attenti a non ricadere nelle politiche recessive del passato. Il Congresso non freni l’economia facendo pagare più tasse a 160 milioni di americani, come avverrà se non agisce entro febbraio».
Il riferimento è agli sgravi contributivi sulle buste paga, oggetto di un braccio di ferro: i repubblicani non sono contrari a prorogare le detrazioni che scadono tra quattro settimane, ma non vogliono far pagare il conto ai ricchi, come chiede Obama.
Ora la loro posizione si fa scomoda: se il mercato del lavoro continuerà a migliorare nei prossimi mesi, i conservatori non potranno più condannare come fallimentare la politica economica di Obama (anche se in una società ormai impoverita resterà, comunque, un diffuso malessere). Le parole di ieri dello speaker repubblicano alla Camera John Boehner («ripresa positiva, ma non basta») sono il sintomo di questo disagio.
Certo, la ripresa è fragile e il vento può sempre cambiare. Ma se Obama riuscisse a raggranellare un pò di mesi positivi, anche se la congiuntura dovesse di nuovo peggiorare in estate o alla vigilia delle elezioni di novembre, potrebbe sempre prendersela col «contagio» della crisi europea. O con i veti repubblicani che paralizzano il Congresso, in caso di mancata proroga degli sgravi.
Massimo Gaggi