Lettere a Sergio Romano, Corriere della Sera 03/02/2012, 3 febbraio 2012
QUANTI VOTI OCCORRONO PER TAGLIARE LA TESTA DI UN RE
Nell’articolo «La Danza Macabra della Rivoluzione» («la Lettura», Corriere del 15 gennaio) lei ha evidenziato che si pronunciarono 361 a favore della pena capitale, mentre «quelli che proposero il carcere e la messa al bando» sarebbero stati solamente 319. E i restanti 42 deputati dei 720 presenti alla Convenzione nazionale che cosa proposero? Mi risulterebbe che dei 720 votanti (su 749), la maggioranza assoluta (per la morte immediata) è quella da lei correttamente citata (361), mentre 71 deputati sarebbero stati concordi per la morte con diversi tipi di rinvio dell’esecuzione, e 289 per la condanna a pene detentive. Totale: 361 contro 360. Per un solo voto, quindi, cadde la testa di Luigi Capeto. Tra chi votò a favore della pena di morte il cugino del re, il duca d’Orléans Filippo, che avrebbe disgustato, per il tradimento, gli stessi rivoluzionari. Le risulta che
ci siano stati 26 voti dell’emendamento Mailhe fraintesi e conglobati in quelli a favore?
Claudio Villa
claudio.villa@hotmail.it
Caro Villa, la votazione sulla morte di Luigi XVI fu molto più lunga e complicata di quanto non abbia potuto descrivere nell’articolo per la «Lettura». I punti su cui l’assemblea dovette pronunciarsi erano tre: la colpevolezza, la pena e la possibilità di un eventuale appello al popolo. Quando cominciarono le votazioni, la mattina del 15 gennaio 1793, i deputati presenti erano 749. Grazie a una pressante proposta di Marat, fu deciso che il voto sarebbe stato palese e che ogni deputato si sarebbe pronunciato ad alta voce nel silenzio dell’Assemblea: una formula che ebbe l’effetto d’intimidire coloro che nel segreto dell’urna, probabilmente, avrebbero preferito votare per l’innocenza. Vi furono deputati che scomparvero dall’aula o rifiutarono di pronunciarsi, ma nessuno votò esplicitamente per l’innocenza e i «colpevolisti» furono 693.
Il secondo voto fu sulla possibilità di un ricorso al popolo e si concluse con un risultato più contestato: 424 voti contro l’appello, 283 a favore. Prima del voto sulla pena, un deputato, il magistrato bretone René Lanjuinais, cercò di allontanare la prospettiva della morte chiedendo che una eventuale condanna alla pena capitale fosse valida soltanto se votata da due terzi dell’Assemblea. Ma Danton tagliò corto sprezzantemente ricordando che una tale condizione non era stata chiesta neppure per l’abolizione della monarchia e che sarebbe stata, in questo caso, del tutto assurda. Il voto sulla pena iniziò così il 16 gennaio e si protrasse sino alla mattina del giorno seguente in una sala dove, come scrive Simon Schama nella sua cronaca della rivoluzione francese («Cittadini», Mondadori 1989), il pubblico «beveva e mangiava arance e sorbetti per potersi reggere in piedi durante la lunga nottata d’inverno».
La svolta decisiva ebbe luogo con l’emendamento Mailhe, ricordato dalla sua lettera. Il deputato Jean-Baptiste Mailhe era girondino e apparteneva quindi all’ala moderata dell’Assemblea, quella a cui si attribuivano intenzioni meno sanguinose. Votò per la morte, ma chiese un altro voto sul possibile rinvio dell’esecuzione. Voleva guadagnare tempo e aprire una prospettiva per la salvezza del re. Ma il fattore che maggiormente influì sugli orientamenti dell’Assemblea fu la constatazione che un parlamentare moderato si esprimesse a favore della morte. Da quel momento la situazione cominciò a precipitare. Secondo Schama, il conteggio finale fu questo: sui 721 deputati presenti 361 votarono per la pena capitale, 319 perché il re fosse incarcerato e bandito dal Paese dopo la fine della guerra contro la coalizione austro-tedesca, 2 per i lavori forzati a vita, 2 per la morte dopo la guerra, 23 per la proposta Mailhe, 8 per la morte e l’espulsione di tutti i Borbone, compreso Filippo d’Orléans, meglio noto come Philippe Egalité. La morte, quindi, sarebbe stata approvata con una maggioranza di 75 voti. Circolarono altri calcoli, fra cui quello di Malesherbes, avvocato del re, secondo cui la maggioranza sarebbe stata soltanto di 5 voti. Ma temo che fossero ispirati dal desiderio di sminuire il valore della condanna piuttosto che dalla realtà.
Sergio Romano