Riccardo Ruggeri, ItaliaOggi 04/02/2012, 4 febbraio 2012
La Ue porti i libri in tribunale – Molti lettori che hanno condiviso il mio pezzo di due settimane fa («Il total tax rate è al 68,6%», su ItaliaOggi del 21 gennaio scorso) hanno sottolineato che mancava la parte propositiva, i suggerimenti, le ricette, implicitamente invitandomi a rispondere
La Ue porti i libri in tribunale – Molti lettori che hanno condiviso il mio pezzo di due settimane fa («Il total tax rate è al 68,6%», su ItaliaOggi del 21 gennaio scorso) hanno sottolineato che mancava la parte propositiva, i suggerimenti, le ricette, implicitamente invitandomi a rispondere. Giusto. Però io parto da un altro assunto: le ricette si propongono, e si confrontano, se si condividono i presupposti strategici, in altre parole, se si è convinti, nel caso specifico, che l’Europa sia o meno «riformabile». Se si risponde «sì», allora è corretto proporre ricette, come hanno fatto molti qualificati rappresentanti delle diverse scuole di pensiero. Personalmente, essendo per il «no» non avanzo proposte; ritengo che l’Europa dei 17 si è rivelata, nella pratica, quella che era già in fase di progettazione: un aborto, come disegno, come governance, come élite selezionata per governarla. Ora pare che, visti i risultati, molti siano quantomeno dubbiosi sul suo futuro. Ci rendiamo conto che vorrebbero «fondere» 17 aziende con storie, culture, ambizioni diverse, operare con un Consiglio di amministrazione di 17 membri, che parlano 17 lingue, uno Statuto sommatoria di ridicoli compromessi, senza un amministratore delegato, senza un centralino telefonico, senza una cassa centrale, in un crescendo di «orrori» strategici, gestionali, manageriali, organizzativi? Nessun imprenditore concepirebbe una joint-venture di tal fatta. La proposta è banale, quella che avanzerebbe qualsiasi amministratore delegato per la sua azienda, in presenza di parametri disastrati come questi: «portiamo i libri in Tribunale». Certo è sgradevole, ma non così drammatico. Da molti anni, le Classi dominanti dell’Occidente ci stanno propinando tre menu, uno nostrano, uno europeo, uno globalizzato, sono presentati benissimo (stile Ducasse), contengono molti ingredienti esotici, hanno nomi accattivanti, purtroppo molti di noi non li apprezzano, malgrado chef e mâitre cambino ogni quattro anni, e le guide gastronomiche li riempiano di stelle e di recensioni entusiaste. Alcuni dei clienti, visto che il cibo è indigeribile, il conto salato, i vini scadenti, vorrebbero tornare a mangiare a casa loro, cibi sani, contadini, vini del territorio. Poiché quelli al potere non ne vogliono sapere, almeno ci facciano fare un referendum (il massimo della democrazia), anzi tanti, come in Svizzera. Mi sfugge perché le élite vogliano sempre sbagliare da sole. Il bello dei fallimenti è che si chiude col passato, quelli al potere devono andare tutti a casa, e si riparte con obiettivi ragionevoli, strategie meno sofisticate, soprattutto un nuovo management, capace e meno velleitario. Temo che il momento non sia però quello giusto, non è matura la consapevolezza della classe dominante europea a farsi da parte, andare ai giardinetti a godersi la pensione (lauta e immeritata), la stessa opinione pubblica matura non lo è ancora (affascinata com’è dall’illusione degli Stati Uniti d’Europa, che così concepiti altro non sono che un Erasmus per adulti). Aleggia tuttora potente una frase minacciosa, costantemente ripetuta, che da anni ci sta castrando: «non voglio pensare cosa saremmo noi italiani senza l’euro!» E noi, mortificati dalla nostra pochezza di vision (senza la e), accettiamo questa frottola. Esattamente un anno fa, quando molti dei nuovi potenti nostrani non erano ancora statisti, ma professori, banchieri, alti burocrati statali, scrivevano (loro) che se fossimo usciti dall’euro avremmo perso il 30% del patrimonio: bene, siamo stati immobili, stranamente abbiamo perso il 40% (quelli che avevano investito in Unicredit, creata con grancassa da un loro collega, punta di diamante dell’azienda tipo global-europea, l’80%). Convinciamoci, dobbiamo bere la nostra cicuta, riconoscere che abbiamo un modello sociale impregnato di ideologie, di ignobili burocrazie assistenziali, dobbiamo «smontare» il nostro insostenibile modello di welfare (fra quanto in Italia la ginnastica vaginale post-parto gratuita come in Francia?), siamo immersi in una società in lento disfacimento, i nostri governanti degli ultimi vent’anni, tutte persone perbene, si sono identificati con un modello «coatto a crescere», che deve sempre distribuire dividendi, pur in assenza di profitti; senza un flusso continuo di dividendi sociali, questo modello non si regge, evapora. In questo senso, l’operato dei Professori-Banchieri sarà utile, faranno si spera cose buone (come già la riforma delle pensioni) ma non saranno certo loro a risolvere i gravi problemi legati all’Europa e alle nostre dissennatezze passate (anche loro sotto il loden sono nudi, come lo erano Silvio Berlusconi sotto il Caraceni, Romano Prodi sotto il Lebole), ma quello di «provare anche i tecnici» era un atto dovuto; fra 15 mesi, sperando che ci facciano votare, potremo dirlo: le abbiamo tentate tutte. Cosa succederà non lo so, mi chiedo solo: quando l’opinione pubblica si stuferà di queste chiacchere finto colte, quando invocherà, speriamo senza i forconi siciliani, di portare i libri in Tribunale? Appartengo a quelli, pochi o tanti non lo so, che vorrebbero liberarsi della sclerotica dominazione franco-tedesca, e finalmente ripartire, certo più poveri, ma con energie nuove, idee giovani, come diceva il trisnonno, «amico con tutti, servo di nessuno». Torniamo a casa nostra, all’indimenticabile invocazione di Gino Bartali: «l’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare!» Nel frattempo però lui pedalava, pedalava, scalava le montagne, passava pure la borraccia a Coppi.