Rita Querzé, Corriere della Sera 03/02/2012, 3 febbraio 2012
CONTRATTO A SCADENZA PER OTTO GIOVANI SU DIECI
«Prima ci danno degli "sfigati" (il viceministro Michel Martone, ndr;). Adesso dei «monotoni». Eh no, il governo sta davvero esagerando». A parlare è Antonio De Napoli, il portavoce del Forum dei giovani, lo stesso che venne «consultato» da Monti nella fase di formazione dell’esecutivo. «Prendersela con noi non ha senso — continua Napoli —. E comunque i giovani l’hanno capito da un pezzo che il posto fisso è noioso. Perché il governo non lo spiega anche alle banche che non ci danno il mutuo? O ai proprietari che non ci affittano la casa se prima non vedono il contratto a tempo indeterminato?».
«I giovani devono abituarsi a non avere un posto di lavoro nella vita: diciamo anche, che monotonia averlo per tutta la vita. E’ bello cambiare...», ha detto mercoledì il presidente del Consiglio, Mario Monti, dagli schermi di Canale 5. I diretti interessati non apprezzano. E rilanciano: «Non abbiamo nessun attaccamento particolare al posto fisso», assicura De Napoli. Però: «Primo, il lavoro ci deve essere, mentre al momento se perdi il posto l’alternativa è la disoccupazione». Secondo: «La mentalità i giovani l’hanno cambiata da un pezzo. Certo, vorrebbero poter aspirare a lavori pagati il giusto e con un minimo garantito di diritti».
De Napoli ha anche il dubbio che il messaggio di Monti sia stato inviato a nuora (i giovani) perché suocera intenda (gli «anziani» che il posto fisso ce l’hanno e se lo tengono stretto). Ma tant’è, questa è solo una supposizione.
Come negli anni Ottanta
E’ una certezza, invece, la situazione degli under24 come descritta dai dati Istat. Tasso di disoccupazione che sfiora il 30 per cento (al Sud si arriva al 40). I ragazzi che hanno studiato avvantaggiato rispetto agli altri. Tanto che, sempre tra i 15 e i 24 anni, il tasso di disoccupazione dei laureati è del 19,5% contro il 28,5% di chi ha solo la licenza media (dati riferiti al terzo trimestre 2011). E le ragazze penalizzate più dei coetanei.
Se poi si guarda la serie storica dei tassi di disoccupazione dei 15-24enni dagli anni ’70 a oggi, si scopre che in passato siamo stati anche peggio. Percentuali addirittura superiori al 30% negli anni ’80. Stabilità poco al di sotto di questa soglia nei 90. E poi la situazione che è andata via via migliorando dal 2000 in poi.
«Non vorrei che questo ci portasse a concludere che la condizione dei giovani oggi non sia poi così grave. Perché invece ci deve preoccupare, eccome», analizza Carlo Dell’Aringa, docente di Economia politica all’università Cattolica di Milano. Uno che quando è stato formato il nuovo governo ha «rischiato» di trovarsi al posto di Elsa Fornero, l’attuale ministro del Lavoro. «E’ vero, i tassi di disoccupazione giovanile anche in passato sono stati molto elevati. Poi si sono ridotti grazie anche alle flessibilità introdotte prima dal pacchetto Treu (1997) e poi dalla legge Biagi (2003). Oggi, però, assistiamo a un nuovo forte incremento. Che va di pari passo con un’alta percentuale di giovanissimi che non studiano e non lavorano».
I 700 mila stagisti
Che fare? Secondo Dell’Aringa bisogna aggredire «il bubbone». Che poi sarebbe «l’abuso di contratti di lavoro autonomo falsi, che non sono altro che lavoro dipendente camuffato». «Sia chiaro — precisa il professore — i contratti a termine, l’apprendistato, la somministrazione (il vecchio lavoro in affitto, ndr;) vanno benissimo. Bisogna eliminare la vera precarietà, quella dove non esistono diritti e la retribuzione è misera».
Quanti sono i precari in Italia esattamente non lo sa nessuno perché i dati non ci sono. Limitiamoci allora alle stime, che almeno danno un’idea. Secondo la «Repubblica degli stagisti», i tirocinanti in Italia sono 700 mila (di cui 200 mila negli studi professionali di avvocati, commercialisti, consulenti del lavoro...). «Un’indagine Isfol dice che più della metà non può contare nemmeno su un rimborso spese. E quelli che alla fine conquistano un contratto di qualunque tipo sono soltanto il 13%», fotografa Eleonora Valtolina, direttore della testata on line. I collaboratori iscritti all’Inps sono circa 800 mila (dati 2009). Di questi oltre 500 mila hanno un solo committente e guadagnano meno di 8.023 euro l’anno. Poi bisognerebbe aggiungere le false partite Iva. «Quelle iscritte all’Inps nel 2009 erano 237 mila di cui il 71% non svolgeva attività concorrenti», aggiunge un tassello Ilaria Lani, responsabile politiche giovanili della Cgil. Pensare che tutti questi precari siano «giovani» può forse andare bene per gli stagisti, non certo per gli altri. Secondo uno studio Ires Cgil, infatti, l’età media dei collaboratori supera i trent’anni. Certo, se sei giovane non puoi scegliere: otto ragazzi su dieci entrano sul mercato del lavoro con un contratto a scadenza. In Lombardia solo il 7% dei neolaureati può contare subito sul tempo indeterminato.
Quanto vale la laurea?
Come si diceva all’inizio, i giovani laureati stanno un po’ meglio rispetto ai coetanei che non hanno frequentato le aule universitarie. Ma la laurea in Italia vale meno che negli altri Paesi europei. Sia sul fronte della retribuzione: «Chi esce dall’università in Germania è pagato il doppio», fa notare Anna Soru, presidente di Acta, associazione dei consulenti del terziario avanzato. Sia per quanto riguarda la possibilità di trovare un lavoro: «In molti Paesi europei i laureati hanno tassi di disoccupazione in proporzione molto più bassi rispetto ai nostri», ricorda Dell’Aringa. Cosa non va con i nostri laureati? «La struttura produttiva ne richiede meno — risponde il docente della Cattolica —. Poi ci sono quelli che scelgono le facoltà sbagliate perché orientati male. Infine manca un’offerta formativa post diploma di tipo tecnico professionale. Quello che servirebbe davvero al nostro sistema di piccole e medie imprese».
All’elenco bisognerebbe aggiungere altro. Servizi per l’impiego riformati solo sulla carta. Politiche attive più di nome che di fatto. Mancanza di presa in carico dei singoli. «In Danimarca ti pagano il sussidio di disoccupazione per quattro anni. Per due in Germania — esemplifica dell’Aringa —. Ma poi c’è un addetto del collocamento che ti sta col fiato sul collo, ti chiama ogni settimana per verificare se hai fatto colloqui. E ti propone un corso se vede che non sei all’altezza delle richieste del mercato». A questo punto sorge un dubbio. Non sarà che le ricette di cui si sta discutendo — dal colpo di spugna sull’articolo 18 alla riforma dei contratti — da sole non basteranno a risolvere il problema?
Rita Querzé