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 2012  febbraio 04 Sabato calendario

ZANZOTTO STRONCATO DALLA REGINA DEI POETI


La distruzione dell’archivio di Cristina Campo è una ferita irreparabile per il nostro Novecento. Per incuria o semplice destino, gli appunti e i manoscritti dell’autrice della Tigre assenza, sparirono dopo la sua morte nel gennaio del 1977. La Campo (Bologna 1923-Roma 1977) fu, però, una straordinaria corrispondente epistolare, e ogni nuovo carteggio è un prezioso contributo alla conoscenza della sua figura assetata di perfezione e bellezza come nessuno.
Le 104 lettere a Gianfranco Draghi (Il mio pensiero non vi lascia – Lettere a Gianfranco Draghi e ad altri amici del periodo fiorentino) appena pubblicate da Adelphi, corrono dall’estate del ’52 al giugno ’59 e sono una miniera di informazioni sulla scrittrice allora trentenne. Il valore dello scambio epistolare aumenta se si pensa che sono rare le lettere della Campo dei primi anni Cinquanta: per suo espresso desiderio, infatti, si fece restituire dagli amici quelle precedenti al ’55 per poi affidarle alle fiamme. Draghi (poliedrico artista nato a Bologna nel 1924) fu per la mente della giovane Cristina, «piena di castelli in rovina, d’incendi e di bagliori notturni», un corrispondente perfetto, una sorta di fratello d’ispirazione. La Campo, così aristocratica ed esclusiva nella scelta delle amicizie, considerava Draghi (o almeno così gli scriveva) il solo corrispondente al quale rispondere sempre (lettera da Fiuggi dell’estate 1957). Talvolta portava le sue missive con sé «per giorni e per mesi» come un «talismano» o un «prezioso scarabeo» per proteggersi da ogni male e da ogni disgrazia.
Sono tante le «Cristine» che incontriamo sfogliando l’epistolario. Spesso, sullo sfondo, c’è l’amica insonne e notturna, implacabilmente visitata dalla malattia, che racconta di una «vita che va in bricioli [sic]» (29 gennaio 1958) o che dà qualche ragguaglio sulla grave disfunzione cardiaca che la costringerà a una vita «separata» e alla morte prematura: «Sembra che quest’anno, per misteriose ragioni, io debba stare sdraiata due giornate su quattro; e in quelle giornate il mio cuore sembra una talpa che scavi: nelle costole, nella vita, nel giorno. Sto immobile sul letto e lo lascio scavare» (1958).
Addentrandosi nelle lettere, si scopre una sorta di vademecum icastico sugli scrittori di quella stagione: Pound è un «vecchio santone» (dicembre ’53), Luzi «da buon Taoista non ha il minimo senso del tempo» (28 dicembre ’53), Manganelli «è di un’incantevole intelligenza ma così brutto da straziare il cuore» (dicembre ’56).
Talvolta la Campo sente di aver preso un abbaglio e non ha paura di ammetterlo. Per esempio, inizialmente considera Zanzotto «un ragazzo molto importante» (10 ottobre ’57, Zanzotto aveva appena pubblicato per lo Specchio Mondadori Dietro il paesaggio), salvo poi ricredersi: «Ho fatto un passo falso con Zanzotto... Gli ho chiesto il libro, promettendogli una recensione; poi il libro è arrivato [...] con 1/4 di questo libro, si potrebbe, suppongo, far qualcosa di ammirevole, ma il resto è malattia, gramigna, febbre» (15 novembre ’57). Interessanti anche le primissime notazioni su Elémire Zolla, che sarà poi il compagno di una vita. Fin dal primo incontro le sembrerà «un uomo di straordinaria intelligenza ma imprevedibile e imperscrutabile» (16 febbraio ’58), qualche mese più tardi il giudizio sarà più approfondito: «La sua presenza mi dà gioia, e insieme una sottile angoscia metafisica» (agosto 1958).
L’«orecchio assoluto» della Campo in quegli anni ebbe tre «fari» di riferimento: Hofmannsthal, «Caro Gianfranco, la cosa più importante che m’abbia detto iersera (e forse da quando ci conosciamo) è di aver scelto Hofmannsthal come modello della sua vita»; Simone Weil e il Luzi di Primizie del deserto e di Onore del vero. Nelle lettere troviamo abbondanti conferme di quelli che saranno i suoi compagni di viaggio: William Carlos Williams, T.E. Lawrence («lo scrittore che, sino dalla mia infanzia, si può dire, mi ha più aiutata a vivere») e Hölderlin («leggevo Hölderlin senza interruzione; ed era per me come assistere alle letture della Passione in una qualche abbazia perduta tra le montagne. Un vivere ogni parola a capo chino, sommersi nelle lacrime», aprile ’58).
Nel suo rapporto con Draghi troviamo conferma della sua capacità di cogliere i nuovi diamanti della letteratura. Saluta con entusiasmo il Gattopardo («È un libro tragico, molto bello – senza rapporti (grazie a Dio) con la nostra letteratura attuale», febbraio ’59) e l’uscita del Dottor Zivago: «È un libro che mi ha fatta soffrire terribilmente: tutte quelle cose che non si credono più possibili – tutti quei miracoli raccontati con tanta fede... un libro grande; pieno di voci, di misteri, di rimpianti e di ammonimenti» (fine estate del ’58), e fa di certo un po’ effetto vederla patrocinare i versi di una giovanissima Alda Merini, a suo giudizio «vacillante tra approssimazione e folgorazione», ma comunque «commovente» (luglio 1953).
Tra i messaggi più interessanti inviati a Draghi c’è una cartolina scritta tutta in inglese. Aveva copiato un passo di Virginia Woolf per ritrarre sé stessa: «Si sentiva molto giovane; e al tempo stesso indicibilmente vecchia. Affondava come una lama nelle cose; e al tempo stesso rimaneva fuori, osservava. Aveva l’impressione costante, anche ora guardando i taxi, di essere lontana, lontanissima, in mare aperto, e sola» (15 maggio ’58).
Per la Campo l’arte era necessaria per colmare le privazioni (5 ottobre del ’58), «scriveva in chiave» fin da ragazza, e, «abituata al soliloquio», sentiva il silenzio come necessità («Non ho che un desiderio: silenzio e acqua. Ricordo una leggenda che mi dicevano da bambina, una storia delle Dolomiti, dove una donna soffriva di un male oscuro, come un senso della morte del mondo – e lo superava soltanto correndo all’acqua, tuffandoci dentro le mani», giugno ’58).
Come mi dice Alessandro Spina, interprete e custode della memoria letteraria di «Cristina», le lettere della Campo (anche se «giovanili» o rifiutate), compongono, insieme a quelle del Tasso e del Leopardi, un trittico impareggiabile della nostra letteratura. A lettura conclusa, nonostante la moltitudine delle cose apprese (anche le più quotidiane, come la veglia sulla morente gatta Orsolina, gli aiuti alle persone indigenti come «il mutilato di Vimercate» o la minuziosa descrizione degli incidenti stradali) e di quelli che si vorrebbero apprendere (nell’apparato critico si fa riferimento alle lettere ancora inedite con Vittorio Sereni...), si ha la sensazione che una sola cosa resti: la bellezza sovrana della prosa: bianca, trasparente, nuda. Fu questo il sogno di una donna che viveva «altrove... in vecchie storie di paesi sepolti, o in compagnia di persone [nate] nel dormiveglia».

Alessandro Rivali