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 2012  febbraio 04 Sabato calendario

È CRISTIANA E ANTICOMUNISTA ECCO PERCHÉ ODIANO L’UNGHERIA


Ieri, dopo 66 anni di attività, è fallita la Malev, storica compagnia aerea di bandiera ungherese, oberata da debiti per 200 milioni di euro. Il governo di Budapest ha tentato fino all’ultimo di salvarla, tanto che il 2 febbraio era stato nominato un liquidatore per “calmare” il pressing dei creditori. Ma nulla da fare, anche perché ci ha messo del suo l’Unione Europea giudicando illegittimi gli aiuti statali ricevuti dalla aerolinea fra il 2007 e il 2010. Una Bruxelles più morbida avrebbe contribuito a salvare, almeno per ora, i 2600 posti di lavoro di un’azienda che comunque lavorava con volumi di 3 milioni di passeggeri all’anno.
Ma negli ultimi tempi l’Ungheria è nel mirino dell’Unione Europea, e pure intellettuali alla moda come Bernard-Henry Lévy l’hanno tacciata di essere dominata da un regime fascista. Una guerra fredda che ha portato l’Ue a minacciare di non pagare i fondi di coesione per Budapest, insieme a un prestito anti-crisi dell’FMI, per un totale di circa 20 miliardi di dollari. E meno male che Budapest non ha adottato l’euro, restando fedele al fiorino, altrimenti rischierebbe più rappresaglie.
Il rigore Ue è abbastanza strano e puzza di azione politica, se si considera che il debito pubblico magiaro è «solo» l’80% del PIL, nulla rispetto a Grecia o Italia. Indigeste agli euroburocrati sono molte novità del 2011 in fatto di Costituzione e leggi, ritenute contrarie all’ideologia di Bruxelles, pronta a gridare alla «dittatura» se alcuni Paesi la pensano diversamente.
Accuse rigettate al mittente non solo dal primo ministro Viktor Orban, la cui maggioranza cattolica di centrodestra Fidesz- KDNP ha stravinto le elezioni del 2010 col 52,7 %, ma anche dalla Fondazione “Cristoforo Colombo” per le libertà, che ha pubblicato un dossier per fare chiarezza. Dove sarebbe, ci si chiede, «l’estremismo» del governo Orban nell’estendere il diritto di voto agli ungheresi residenti all’estero? Bernard-Henry Lévy, il 14 gennaio, scriveva di «appartenenza etnica e razziale» e di «legge elettorale che credevamo morta con il nazismo». Al che, la Fondazione ribatte serenamente: «I cittadini ungheresi possono votare anche se non residenti in Ungheria, proprio come avviene in 24 su 27 Paesi Ue, e come consente il nostro Paese agli italiani all’estero».
Il bersaglio maggiore è la nuova Costituzione in vigore da Capodanno. Ma bisogna ricordare che è andata a sostituire una Carta datata 1949: eh sì, l’Ungheria ammessa nell’Ue aveva ancora la legge fondamentale varata dai comunisti. Che il governo Orban l’abbia cambiata sembra più un motivo di merito. Ma perché la nuova Carta non piace a euroburocrati e politici di sinistra? Semplice: il governo magiaro, sovrano e votato dalla gente, vi ha inserito i riferimenti a una base di valori cristiani senza i quali non hanno senso né l’appartenenza alla civiltà europea, né quel rispetto delle persone a cui la stessa Ue dice (a parole) di appellarsi.
Così, se fin dal preambolo si chiede «la benedizione di Dio» per il Paese, l’articolo 1 menziona «l’istituto del matrimonio quale comunità di vita tra uomo e donna, stabilita con decisione volontaria, nonché la famiglia come base per la sopravvivenza della Nazione». E l’articolo 2 sancisce che «la vita del feto va difesa fin dal concepimento». Parole anch’esse non gradite dai poteri finanziario-illuministici in sede europea, che magari fanno il tifo per i matrimoni gay e l’aborto in barba a tutte le convenzioni a protezione della famiglia e dei bambini.
E se nelle scorse settimane tutte le TV hanno mostrato migliaia di manifestanti delle opposizioni di sinistra in corteo contro il governo, quasi in sordina è passata il 21 gennaio la grande mobilitazione popolare a sostegno di Orban, che ha portato 100.000 persone in piazza a Budapest e forse un milione in tutto il Paese. Non pare avventata la conclusione della Fondazione “Cristoforo Colombo”, secondo cui esiste una «odiosa campagna di stampa che ha investito l’Ungheria, finendo col rappresentare uno Stato di diritto alla stregua di una dittatura simil-fascista da telefilm». Si è persino tentato di far passare l’Ungheria come antiamericana, solo perché la piazza Roosevelt di Budapest è stata ridedicata al conte magiaro Szecheny. Dimenticandosi però di ricordare l’inaugurazione alla presenza della Clinton di un istituto dedicato al politico USA di origini ungherese Tom Lantos, e quella di un monumento a Ronald Reagan, alla presenza dell’ex-segretario di Stato Condoleezza Rice.

Mirko Molteni