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 2012  febbraio 04 Sabato calendario

TONINO CONTRO I RIMBORSI (CHE PRENDE DAL 1998)


Si dice che «non c’è più vergogna» anche se nel suo caso non c’è mai stata. Antonio Di Pietro continua a picchiare sul caso Lusi (Luigi, l’ex tesoriere della Margherita) come se il tema del finanziamento dei partiti lo obbligasse a performance particolari. Invoca «più trasparenza» e dice, ora, che«anche l’Italia dei Valori si è trovata nel rischio concreto di sbagliare». È scatenato, fa discorsi di leggi più repressive, galera, ineleggibilità, mancano solo le frustate.
Più trasparenza, dice. È sempre la stessa storia: da una vita Di Pietro si batte ufficialmente contro i soldi alla politica – anche quelli regolari – e poi ufficiosamente li incassa, come ha sempre fatto con la trasparenza di una notte antartica. Quando battezzò la prima versione dell’Italia dei Valori, il 20 marzo 1998, il primo cavallo di battaglia lo montò al galoppo: in Senato si stava proprio discutendo una nuova legge sul famigerato finanziamento pubblico ai partiti, materia sua, e prese la parola.
Fu drammatico. Disse: «Voglio protestare contro questa legge che è un’ipocrisia contro tutti, contro i cittadini, contro gli elettori e contro l’erario... Il contribuente ha già detto che non vuole aderire al finanziamento pubblico dei partiti... Ve ne siete infischiati... È tutto solo un’ipocrisia, e io non voterò contro questo provvedimento ipocrita». Ipocrita. Una settimana dopo Antonio Di Pietro incassò senza problemi 164 milioni e 348.215 lire per le spese elettorali sostenute nel Mugello, dove era stato eletto in quota Pds per disgraziata idea di Massimo D’Alema. Dopodiché fondò immediatamente il gruppo «Ulivo alleanza per il governo» così da avanzare formale richiesta di quello stesso finanziamento pubblico contro il quale si era svenato in Senato: altri 230 milioni che entravano in saccoccia, questo, mentre rilasciava interviste contro l’ipocrisia dei partiti, come oggi. Ed è solo un esempio. Quello stesso anno, sempre nel 1998, precisamente il 26 maggio, la procura di Brescia gli notificò una richiesta di rinvio a giudizio per concorso in corruzione in atti giudiziari (vicenda Pacini Battaglia: seguirà un non luogo a procedere) e lui rilasciò un’intervista a Giuseppe D’Avanzo che ai tempi scriveva sul Corriere della Sera: «Berlusconi ha cercato di avermi dalla sua parte. Quando ho visto da che parte stava lui, ho preferito scegliere la strada opposta... Sa quando l’ho capito? Quando sono intervenuto al Senato contro il finanziamento pubblico dei partiti». Legge che, per inciso, era stata votata da un governo di sinistra.
Un paio d’anni dopo Di Pietro rifondò da capo l’Italia dei Valori: e la sua «società personale», come la definì Marco Pannella, fece uno statuto con soli tre soci (quasi come oggi) e la prima battaglia politica fu subito sui soldi: minacciò ingiunzioni al gruppo dei Democratici – dai quali si era distaccato, meglio: fu cacciato – e fece fuoco e fiamme per la parte di finanziamento pubblico che reputava spettargli: dopo un po’ di tira e molla trovarono un accordo. La seconda battaglia, il 25 ottobre, chiedeva formalmente ad Arturo Parisi la restituzione di 20 scrivanie, 16 armadi, 63 ripiani, 9 attaccapanni, 94 sedie, 7 poltrone, un divano, 21 telefoni, 2 computer e una fotocopiatrice. Di lì in poi a gestire l’intero finanziamento pubblico del partito saranno i coniugi Di Pietro più Silvana Mura: rimborsi per 250 mila euro nel 2001, 2 milioni nel 2002, e poi 400 mila euro ogni anno dal 2001 al 2005, più 10.726.000 euro nel 2006 eccetera. Tutti soldi che, poveretto, Di Pietro è stato costretto a prendere.
La trasparenza, Di Pietro, non sa neppure che cosa sia. Nel suo partito non si ha notizia di assemblee dei delegati (e i congressi li abbiamo visti) mentre sappiamo (ma che fatica, saperlo) che costituì l’associazione «Italia dei Valori» sganciata dal partito, con uno statuto blindato. Di Pietro di fatto è il proprietario del (suo) Partito e nel consiglio dell’associazione «Italia dei Valori», quella che prende i soldi pubblici, e di cui lui per statuto si nominò presidente a vita. Vi si poteva accedere solo con il suo consenso e a lui è perciò sempre andato tutto il finanziamento pubblico (il resto del Partito è finanziato coi soldi degli iscritti) e nessun iscritto né un eventuale vero congresso potrebbe sfiduciarlo. Di Pietro ha sempre diretto l’attività politica e organizzativa, rappresentato il partito in tutte le sedi, nominato il tesoriere, approvato i rendiconti e i consuntivi, convocato e presieduto l’esecutivo del Partito, costituito e diretto l’ufficio di presidenza, sovrinteso al centro elaborazione dati, approvato anche gli statuti regionali, commissariato le federazioni, ripartito i finanziamenti, assegnato gli incarichi retribuiti, piazzato il figliolo e la moglie, fatto fare il praticantato alla figlia. È noto, poi, che avesse acceso dei mutui sulle sue case di Roma e Milano e Bergamo i quali faceva pagare al Partito sotto forma di affitto.
Ora parla di Lusi, di trasparenza e recita il mantra anti-casta. Parole dell’uomo che ha cooptato la famiglia in politica. Che è sostanzialmente proprietario di un Partito, finanziamenti annessi. Che, dopo essere andato in pensione dopo 13 anni scarsi da magistrato, denota un carnet previdenziale che lo farà titolare della somma o dell’incrocio di tre pensioni. Che si è fatto scudo dell’immunità europarlamentare. Che, a partire dai finanziamenti pubblici, definiti «porcata» e poi regolarmente incassati anche quando non fu eletto, non ha mai rinunciato a un privilegio che sia uno.

Filippo Facci