Natalia Aspesi, la Repubblica 5/2/2012, 5 febbraio 2012
Cinquant´anni fa la vita a Milano era ancora in bianco e nero, come nel documentario in cui Luciano Bianciardi ne illustrava il vorticoso e grigio cambiamento, come nel film tratto dal suo romanzo molto milanese, La vita agra del regista Carlo Lizzani
Cinquant´anni fa la vita a Milano era ancora in bianco e nero, come nel documentario in cui Luciano Bianciardi ne illustrava il vorticoso e grigio cambiamento, come nel film tratto dal suo romanzo molto milanese, La vita agra del regista Carlo Lizzani. C´era un sindaco di cui non si ha grande memoria, Gino Cassinis del Psdi, e proprio in quell´aprile le elezioni politiche avrebbe largamente vinte ancora una volta la Dc, eleggendo Leone premier di un governo monocolore. Milano era quietamente immersa nel suo boom, che non era solo economico ma anche culturale: scrittori da tutto il mondo, editori coraggiosi, gallerie d´arte spericolate, i concerti e naturalmente la Scala. Gli stilisti della moda pronta non erano ancora famosi, e per le prime del Piermarini le signore della buona, ricca borghesia soprattutto industriale, si vestivano nelle sartorie d´alta moda, Curiel, Mila Schön, Gandini. Era il 1963, e solo cinque anni dopo su quelle toilettes luccicanti, davanti al teatro, Mario Capanna e i giovani contestatori avrebbero gettato uova marce. Ma quella del 22 aprile di quell´anno, tempo di Fiera, fu una serata epocale, indimenticabile: dopo le tante Aide scaligere, a partire da quella del febbraio 1872, quando la "messa in scena" l´aveva curata lo stesso Giuseppe Verdi, c´era grande aspettativa per questa nuova edizione voluta dal sovrintendente Ghiringhelli: direttore d´orchestra il grande Gianandrea Gavazzeni, regista quel bel quarantenne sulla strada della celebrità mondiale che era il fiorentino Franco Zeffirelli, un cast di trentenni che oggi si definirebbe pazzesco per assoluta meraviglia, l´Amneris dell´ancor più giovane Fiorenza Cossotto, il Radames di Carlo Bergonzi, e finalmente una Aida, Leontyne Pryce, di colore, che i giornali di allora, innocentemente, presentarono come «negra». Se la ricordano ancora con emozione, come fosse stato un momento fondamentale della loro giovinezza, certi ragazzi di allora, come Dino Trappetti, che oggi si occupa della sartoria teatrale Tirelli: «Già all´aprirsi del sipario del primo atto rimasi stupefatto da quello che vedevo, era come se tutto fosse cosparso di polvere d´oro, le scene e i costumi, che trasmettevano un senso di magia, che trasportava dentro un sogno». Se la ricorda Pino Gavazzeni, industriale, che sin da bambino aveva ogni tanto il permesso di assistere alle prove generali delle opere dirette dal padre. «Quella volta la prova fu interminabile, durò sino alle due di notte, mio padre era nervosissimo, incontentabile: ma io ne ero rimasto incantato, ipnotizzato da quel palcoscenico affollato che pareva un dipinto animato di Delacroix». C´era anche la critica musicale Franca Cella: «Si sa che Zeffirelli ha sempre avuto orrore del vuoto, lo spettacolo era grandioso, non un centimetro senza un egizio, una tenda, una sfinge, un flabello: eppure tutto sembrava armonioso, leggero, fiabesco». Certo quell´Aida non l´aveva vista Stephane Lissner, che viveva a Parigi ed aveva dieci anni: eppure è lui, con tutte le Aide date alla Scala dopo quella del 1963, ad aver deciso di riprendere lo spettacolo di quel tempo lontano e di riproporlo a Milano a cominciare dal prossimo 14 febbraio, con i trentenni di oggi, il direttore d´orchestra Omer Meir Wellber, israeliano, l´Aida dell´ucraina bionda Oksana Dyka, il Radames dello spagnolo Jorge De Leon, l´Amneris dell´americana Marianne Cornetti. Resta la regia di Zeffirelli, affidata al suo assistente storico Marco Gandini, e soprattutto resta l´incantesimo dei costumi, delle scene, invenzione della favolosa Lila De Nobili, considerata da sempre un talento ineguagliabile. Si tratta di un allestimento di tale splendore e genialità che nessun sovrintendente ha osato mandare al macero ciò che il teatro considera un reperto prezioso della sua storia, un´irrinunciabile opera d´arte del suo passato. Appena nominato sovrintendente della Scala nel 2005, Stephane Lissner ha voluto vedere i tesori scaligeri conservati nei magazzini dell´Ansaldo, «e mi hanno mostrato i costumi dell´Aida disegnati da Lila De Nobili, che mi hanno subito incantato per il loro minimalismo, la qualità, semplicità, perfezione artigianale, modernità. Quando nel 2009, quasi contemporaneamente, ci hanno chiesto di portare in tournée l´Aida sia a Tel Aviv che a Tokyo, abbiamo deciso di inviare in Giappone la fastosa Aida zeffirelliana che aveva inaugurato la Scala nel 2006, e in Israele la sempre zeffirelliana Aida del ´63, dopo una specie di prova generale al teatro Massimo di Palermo. Sarà anche quella che daremo nel 2013 per l´anno verdiano, perché è un autentico capolavoro, memoria stupenda della grande tradizione operistica italiana. Oggi le scenografie fanno uso di video, di effetti speciali, di installazioni, di materiali diversi, non si ricorre più alla pittura. Quella fiabesca Aida è invece tutta dipinta, come una serie di affreschi, e siccome la Scala ha i più grandi artigiani del mondo, i restauri sono stati esemplari». Per Quirino Conti, regista, scenografo e costumista, quell´Aida archeologica «appartiene soprattutto a Lila De Nobili, una donnina misteriosa e solitaria, che mai si presentava sul palcoscenico per gli applausi, ma che sino a un attimo prima che il sipario si alzasse dava l´ultimo nastro a un costume, l´ultima pennellata a una scena, addirittura si impregnava i lunghi capelli d´acqua, agitandoli per spruzzarla dove voleva diluire un colore. La sua era una dedizione fisica, una creazione totalmente letteraria». Dai pennelli nervosi della signora che viveva a Parigi in una monacale soffitta piena di gatti, «uscirono vere e proprie meraviglie scenografiche», scrive il critico musicale Giovanni Gavazzeni, nipote di Gianandrea e di Camillo Ricordi, che «evocavano i fantasmi delle prime Aida e Amneris scaligere»; e lo spettatore restava incantato «dall´antico, leggermente fané, da una rivisitazione che coglieva il sapore ottocentesco con occhio acuto e moderno». È Alberto Arbasino a rievocare emozioni lontane e mai perdute per quell´Aida colta e splendente, in cui «l´orientalismo e l´egyptomania sono rivissuti in un pulviscolo dorato decadente come avessero attraversato Gustave Moreau portandosi dietro una cornice porporina, una briglia e un turbante di Gericault». Era tutto quel pulviscolo d´oro, ottenuto da invisibili veli ondeggianti, a ipnotizzare l´allora giovane Piero Tosi, il costumista dei più bei film di Visconti (Senso, Il Gattopardo eccetera): «Oggi l´opera ha bisogno di scandalo per imporsi, allora bastava la genialità e Milano era davvero una città particolare, attraversava in quegli anni una ricchezza culturale così giovane, così diffusa, tutto diventava un "evento mondano", tutto era possibile. È per questo che oggi quell´Aida potrebbe sembrare nuovissima, addirittura trasgressiva». Ci saranno in scena i cavalli, allora momento spettacolare della spettacolare scena del trionfo, che oggi gli animalisti contestano? Il regista Marco Gandini dice che non è ancora stato deciso, «anche se si sa che il maestro Zeffirelli ama gli animali, e mai li sottoporrebbe a un disagio». Essendo l´Aida anche di Giuseppe Verdi, fremono i giovani verdiani, che da giorni twittano e fantasticano di questa novità, un´Aida antica, anche nella nostalgia per l´opulenza spettacolare, per le sfumature dell´oro che brillano ovunque, per le masse egizie, tre, quattrocento persone ognuna col suo costume restaurato, che riempiono ogni spazio; e saranno entusiasmanti le scenografie scarne di oggi in palcoscenici vuoti (per modernità ma anche per risparmiare), ma alla fine non esiste opera più opera dell´Aida, di Giuseppe Verdi, di Zeffirelli, della Scala, tutti pigiati insieme.