Sergio Romano, Corriere della Sera 5/2/2012, 5 febbraio 2012
In merito alla sua risposta su Carlo d’Asburgo, vorrei solo aggiungere che lo stesso ultimo imperatore austro-ungarico fu beatificato da Giovanni Paolo II il 3 ottobre 2004
In merito alla sua risposta su Carlo d’Asburgo, vorrei solo aggiungere che lo stesso ultimo imperatore austro-ungarico fu beatificato da Giovanni Paolo II il 3 ottobre 2004. Patrizio Giangreco p.giangreco@tiscali.it Ho letto la sua risposta sulle vicende post-belliche del re Carlo d’Asburgo, che, pur avendo perso il trono d’Austria, ambiva a riprendersi quello d’Ungheria, anche con la forza, visto che atterrò abusivamente in Ungheria e marciò su Budapest con un corpo di polizia (cioè con le armi). Visitando alcune chiese di Vienna, ho trovato dei «santini» di Carlo d’Asburgo con l’aureola, in quanto beato e candidato ad esser proclamato Santo. Ma non ho mai saputo per quali virtù abbia meritato la beatificazione e per quali virtù aspiri alla santificazione. Mio dicono inoltre che in uno dei tanti meeting di Comunione e Liberazione a Rimini, vi era uno stand completamente dedicato a questo «aspirante santo». Le vicende da lei raccontate, invece, rivelano in Carlo d’Asburgo un attaccamento al potere di alle glorie di quaggiù che mal si conciliano con la Santità. Può delucidarmi lei meglio la questione della Santità commista con la voglia di potere dell’ultimo degli Asburgo? Bianca Tragni biancatragni@virgilio.it Cari lettori, E siste un «partito della santità», nato in ambienti austriaci e mitteleuropei, ma sostenuto da settori importanti del clero romano, che si batte da parecchi anni per la santificazione di Carlo. Coloro che ne fanno parte ricordano i due meriti dell’ultimo imperatore: i suoi numerosi tentativi di pace, dopo l’ascesa al trono nel novembre del 1916, e la sua intenzione di trasformare l’impero asburgico in un grande Stato federale o confederale. Come spesso accade in queste circostanze, Carlo è divenuto, agli occhi di molti nostalgici e di qualche storico controfattuale, la dimostrazione che le cose, se la perfidia dei governi non lo avesse impedito, sarebbero potute andare diversamente e all’Europa sarebbe stato risparmiato il dramma di una seconda guerra mondiale. Nella storia dell’ultima famiglia imperiale, pubblicata da Rizzoli nel 1974 («La tragedia degli ultimi Asburgo»), Gordon Brook-Sheperd ricorda che Carlo fu spesso definito l’«imperatore del popolo» e l’«imperatore della pace». Le umiliazioni subite, l’esilio, l’insensibilità degli Alleati, l’ultima malattia e il fervore religioso con cui visse le ultime ore della sua vita, hanno fatto di lui, agli occhi dei suoi fedeli, un martire. Esiste tuttavia anche un partito che giudica la politica di Carlo con distacco e scetticismo. Le intenzioni erano eccellenti, ma i risultati sui due fronti (pace e federalismo) furono nulli. Non fu sempre colpa di Carlo. Nel 1917, quando il giovane imperatore cominciò a tessere la sua tela, la Germania aveva ancora buone speranze di vincere la partita. Nella seconda metà del 1918, quando le condizioni degli imperi centrali erano considerevolmente peggiorate, gli alleati dell’Intesa ponevano condizioni che l’imperatore non poteva soddisfare. Di fronte a una situazione terribilmente imbrogliata, Carlo poté contare su pochissime amicizie e dette prova di una certa imperizia. Secondo Leo Valiani, autore di un libro importante su «La dissoluzione dell’Austria-Ungheria» pubblicato dal Saggiatore, era incostante e velleitario, non era tagliato per il regno e dette prova di una «incostanza dilettantesca». Alla sua domanda, cara signora, sulla compatibilità della presunta santità di Carlo con le sue ambizioni dinastiche, rispondo che l’ultimo degli Asburgo si considerava re per diritto divino. Sul letto di morte, quando era in preda al delirio, vedeva delegazioni di cittadini viennesi che gli chiedevano udienza per riportarlo sul trono e disse alla moglie Zita: «Hanno fatto un viaggio così lungo che non posso rifiutare di vederli. Falli entrare».