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 2012  febbraio 05 Domenica calendario

La neve d’inverno non è una notizia, in sé. Lo è la rete autostradale tristemente bloccata, a Nord, come al Centro

La neve d’inverno non è una notizia, in sé. Lo è la rete autostradale tristemente bloccata, a Nord, come al Centro. Lo è l’immobilità delle lamiere ghiacciate che ha trasformato le arterie più trafficate di Roma in accampamenti di automobili intrappolate in ingorghi inestricabili. Lo è la quantità di piccoli comuni rimasti senza elettricità. Lo è lo spettacolo desolante dei treni che si fermano tra Cesena e Forlì, lasciando i passeggeri al gelo, senza informazioni, senza rispetto. Roma sepolta sotto un po’ di centimetri di neve, senza nemmeno il sale cosparso sulle strade, è il simbolo di un’inefficienza cronica che l’Italia patisce con regolare, umiliante continuità. Ma anche l’ospedale delle Molinette che deve ridurre la sua attività per colpa del freddo e della neve non è un’immagine di cui andar fieri. È vero: Roma non è Stoccolma, e nevicate così non sono la norma. Ma, insomma, come è possibile che quasi tutti gli autobus dell’Atac non abbiano potuto proseguire nella loro corsa, lasciando i passeggeri al loro destino, mentre i pullman continuavano a scaricare i turisti davanti agli alberghi? E i taxi, come mai sono spariti in poche ore tutti i taxi romani? E come è concepibile che una corona di centri urbani a pochi chilometri dalla capitale d’Italia sia rimasta senza luce, senza riscaldamento? Se nevica forte la colpa non è del sindaco. E se i malanni strutturali e infrastrutturali vengono da lontano, la colpa non è dell’ultimo sindaco in carica. Ma insomma, un sindaco come Gianni Alemanno potrebbe pure evitare il balletto sulle scuole chiuse e non chiuse e poi, a dramma consumato, scegliere di stare più in tv a giustificarsi che in ufficio a coordinare i soccorsi, dare la colpa alle previsioni meteo e disporre la chiusura degli uffici fino a lunedì compreso. Un eccesso di zelo a posteriori. Non poteva piuttosto licenziare gli addetti del suo Comune che non hanno distribuito il sale onde evitare che le vie romane diventassero piste da bob? O chiedere perché a una certa ora non si è più visto un vigile urbano che si adoperasse per sciogliere il grande groviglio di macchine? Ma certo che non esiste una colpa unica e specifica se i treni si bloccano con la neve, se Roma viene paralizzata, se tra Torino e Milano ci vogliono quattro ore sull’autostrada (sempre costellata di «lavori in corso» da anni). Ma è una maledizione italiana se si scopre, nel Paese ancora impressionato dal naufragio del Giglio e dal comportamento sconcertante del comandante della nave, che con la tempesta una nave è andata a sbattere nel porto di Civitavecchia, squarciandosi, e che questa nave non disponeva di giubbotti salvagente? Una maledizione «antropologica» se a Roma pochi negozianti spazzano la neve davanti alla bottega per consegnare ai passanti marciapiedi meno micidiali. Una maledizione se l’emergenza nazionale mette sempre a nudo un deficit incolmabile di infrastrutture povere e desuete, di treni premoderni, di strade abbandonate, di impianti vecchissimi anche se decisivi per misurare la qualità civile di una nazione. Una maledizione perché non solo non si fanno le cose nuove, ma non si pensa alla normale manutenzione di quello che c’è. Una maledizione che ci dice che lo spread non è solo una cifra monetaria, ma anche un deficit civile desolante. Non ci voleva tutta la neve di questi giorni per farcelo scoprire. C’è voluta questa neve per confermarcelo. Per mettere in luce un confronto sconfortante con il resto dell’Europa. Bisognava pensarci prima. Purtroppo in Italia non ci si pensa mai.