Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2012  febbraio 02 Giovedì calendario

SE LA BORSA DÀ UN «VALORE» ALLA PRIVACY

Il più provocatorio è stato il New York Times di ieri mattina:«Quanto valgono i tuoi dati personali? Lo scopriremo presto». Il riferimento è alla richiesta di collocamento in Borsa di Facebook e alla stima che alcuni valutano in 100 miliardi di dollari. Se così fosse, si tratterebbe della più grande "public offering" della storia. E la conferma, come sospetta il New York Times che i dati personali della gente valgono molto, anzi moltissimo. La genialità di Facebook, infatti, sta nel fatto che ci sono 800 milioni di persone che ogni giorno compilano spontaneamente quello che di fatto è un "questionario" nascosto dietro la piacevolezza di ascoltare musica, scambiare messaggi con gli amici, dare consigli su acquisti, condividere foto, video e informazioni-chiave sulla tendenza in tempo reale della nostra società.

Il problema è che ufficialmente Facebook deve tutelare la privacy. Cosa che sa fare bene: finora informazioni, dati, strategie di gestione e di sviluppo del gruppo sono state tenute rigorosamente segrete. Ma ora, con la quotazione in Borsa, sarà obbligatorio aprire i libri, rispondere a quesiti che interessano sia il legislatore che il consumatore. Solo a quel punto si capirà fino a che punto l’utilizzo di Facebook può davvero aprire un flusso di informazioni private sul nostro conto ad agenzie di marketing specializzate; fino a che punto noi, ignari, ci accorgeremo che stiamo in realtà lavorando per Facebook. E qui stiamo parlando soltanto del danno «nascosto». C’è poi il danno indiretto, dovuto alla stupidità degli utenti che mettono con leggerezza informazioni personali che possono ritorcersi contro di loro. E qui non stiamo parlando di amanti segreti che si scambiano messaggi e vengono scoperti da mariti o mogli tradite, ma di studenti che magari per una foto sciocca messa magari da una terza persona si trovano sottoposti a provvedimenti disciplinari a scuola.

Il problema vero per l’azienda è quello che gli analisti hanno studiato più a lungo e riguarda la flessibilità nell’utilizzo dei dati personali degli utenti. Nel 2007 Beacon, uno strumento che girava automaticamente su Facebook gli acquisti online degli utenti, o la pubblicizzazione di scelte come “like” su questo o quel prodotto o trend sono finiti nel mirino della Federal Trade Commission e sono stati bloccati. Il paradosso possibile sarebbe se Facebook avesse tutti questi dati disponibili senza poterli usare. Ma questo non succederà. Con l’ingresso sul mercato ci sarà almeno più trasparenza: prima sospettavamo che i nostri dati potessero essere usati. Ora ne avremo la certezza.