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 2012  febbraio 02 Giovedì calendario

LA CRISI E QUEI 50 «ADDII» A PIAZZA AFFARI

Un duro colpo per Piazza Affari il delisting del gruppo Benetton. Dopo la scelta di Prada di quotarsi a Hong Kong, il listino italiano sembra destinato a giocare un ruolo sempre più marginale rispetto alle piazze europee, e l’ultima mossa di Ponzano Veneto viene al termine di una serie di Ipo annunciate e quasi mai realizzate. Neppure le piccole e medie imprese sono riuscite a rilanciarlo, al contrario il crollo delle quotazioni è diventata un’exit strategy per molte di loro che oggi si trovano con valori di Borsa inferiori a quelli di collocamento. «Il fenomeno del delisting impoverisce il mercato», avverte Antonio Tognoli, vice presidente dell’Aiaf, l’associazione italiana degli analisti finanziari, secondo il quale «quello che sta succedendo era atteso: quando la capitalizzazione di Borsa è inferiore alla cassa, come è avvenuto per alcune società, la convenienza della quotazione viene meno».
Dallo scoppio della crisi finanziaria del 2008 sono state una cinquantina le imprese che hanno abbandonato Piazza Affari e ora si scommette su chi sarà il prossimo nome ad abbandonare il listino. Soltanto lo scorso anno, i delisting sono stati 14 con una casistica variegata: quattro società hanno avviato procedure fallimentari, la maggioranza è uscita lanciando un’Opa volontaria o totalitaria, fino al caso dell’Editoriale Olimpia delistata per carenza degli obblighi informativi minimi richiesti dal regolamento di Borsa italiana. Numeri destinati a crescere: soltanto a gennaio sono stati annoverati due casi, oltre a Benetton, è uscita la Cogeme per la messa in liquidiazione della società. Il listino principale di Piazza Affari (Mta) si è ancora accorciato, passando dalle 313 società quotate di fine 2010 a 304. Una sola la matricola nel 2011, quella di Salvatore Ferragamo, mentre se si considerano gli altri segmenti le nuove ammissioni sono state in tutto dieci, contro le 14 revoche.
«I motivi di questa corsa al delisting sono molteplici tra cui la scarsa informazione sulle mid caps per le quali non solo mancano gli analisti, ma soprattutto gli specialist in grado di garantire la liquidità», aggiunge Tognoli. Se le mid caps non catalizzano gli scambi, a fare la parte del leone sono le large caps su cui si concentra il 40% delle attività dei trader domestici ed internazionali. «Una perdita di importanza di Borsa Italiana che rischia di non rappresentare la realtà economica del Paese», commenta Tognoli osservando come la capitalizzazione di Borsa ieri a 431 miliardi, è precipitata al 20% del Prodotto interno lordo italiano, mai così in basso dal 1996 quando le società quotate valevano il 20,2% del Pil. Eppure lo spazio per sviluppare un mercato delle mid caps paragonabile all’Aim inglese non manca: in Italia le Pmi sono 5milioni, basterebbe che si quotasse lo 0,1% di queste per fare ripartire il mercato. Ancora una volta l’informazione è cruciale: gli investitori sono disponibili a investire in società con credibili piani di crescita e non perché le risorse raccolte vengono utilizzate per ridurre i debiti. «In questa fase il ricorso al mercato per finanziarsi può essere un’ottima alternativa al sistema bancario – aggiunge Tognoli – ma il risparmio al momento viene canalizzato in altre direzioni».
Il lesiglatore, secondo Tognoli, può fare molto: dalla defiscalizzazione, alla costituzione di fondi chiusi specializzati in Pmi, fino al rilancio del mercato dei bond, le cose da fare sono tante per fermare la progressiva perdita di importanza della Borsa italiana.