Federico Fubini, Corriere della Sera 02/02/2012, 2 febbraio 2012
I PALETTI EBA E LA BEFFA DELLO STOP AL CREDITO
Questa è la storia di uno dei grandi errori di questa crisi, che alle famiglie e alle imprese italiane sta costando una violenta riduzione del credito. È un errore collettivo, non di un singolo protagonista, ma tutto inizia il 28 agosto con poche frasi di Christine Lagarde. Quel giorno l’ex ministro delle Finanze francese, a un simposio della Federal Reserve a Jackson Hole, pronuncia il suo primo discorso come direttore del Fondo monetario internazionale. Non è un debutto in sordina. Lagarde dice la verità sulle banche europee, ossia che hanno bisogno «urgente» di essere ricapitalizzate. La caduta di prezzo dei titoli di Stato nei loro bilanci le ha indebolite. «Siamo entrati in una nuova fase pericolosa», avverte la francese. I politici europei reagiscono con fastidio, ma da quel giorno parte il conto alla rovescia: si mette in moto in Europa il meccanismo che obbligherà le banche a rafforzare il capitale. È una scelta comprensibile, ma la sequenza parte con l’obbligo imposto agli istituti a valutare a prezzo di mercato del 30 settembre 2011 i titoli nel loro bilancio. Il fabbisogno di capitale si calcolerà sulla base delle perdite teoriche di quel momento, come se i titoli fossero da vendere quel giorno o i principali Stati europei (non solo la Grecia) potessero davvero fare default. Anche l’amministrazione americana aveva condotto un esercizio simile sulle banche di Wall Street nel 2009, per stimare le perdite sui titoli immobiliari: ma allora erano già pronti i fondi del Tarp per ricapitalizzazioni immediate. In Europa no, non esiste nessuna garanzia collettiva: la European Banking Authority (Eba) si limita a indicare l’ammontare del rafforzamento di capitale che le banche devono concludere entro giugno 2012. Per i primi cinque istituti italiani, com’è noto, sono 15,4 miliardi. Da allora le banche iniziano a lesinare il credito per irrobustire il capitale, il credit crunch in Italia e in buona parte d’Europa si aggrava.
C’è però una piccola contraddizione nell’ingranaggio. I «buchi» nel capitale degli istituti sono calcolati sulle perdite su titoli al 30 settembre, eppure ai prezzi di ieri le perdite sono già molto meno significative: come si nota nel grafico accanto, sulle scadenze a 3-5 anni i titoli italiani oggi valgono circa 100 punti-base più del 30 settembre. Se il test si fosse fatto oggi, l’aumento di capitale imposto alle banche sarebbe stato minore, il credit crunch meno grave e la recessione meno profonda. Ma l’Eba, almeno per ora, non intende rivedere i criteri.
Federico Fubini