FRANCESCO BONAMI, La Stampa 2/2/2012, 2 febbraio 2012
L’arte contemporanea non è solo spettacolo - I direttori del Guggenheim sembra li cerchino tra i giocatori dell’Nba, il campionato di basketball americano
L’arte contemporanea non è solo spettacolo - I direttori del Guggenheim sembra li cerchino tra i giocatori dell’Nba, il campionato di basketball americano. Dopo il gigante Thomas Krens che per due decenni è stato lo zar del mondo dell’arte internazionale, nel 2008 è arrivato Richard Armstrong, un metro e novantanove, 62 anni. Krens pareva uscito da un film western, Armstrong, con la sua barba bianca, arriva dal Nome della rosa di Umberto Eco. A parte la statura non ci potrebbero essere due personalità più diverse. Armstrong arriva a Torino (oggi alle 18,30 conferenza alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, a precedere l’inaugurazione della mostra «Press Play») scortato da un manipolo di fedeli trustees , quelli che mettono mano al portafoglio per consentire al suo museo di essere fra i più importanti del mondo. «Mi hanno detto che Torino è una bellissima città con molti tesori da conoscere e il cibo è eccezionale, non vedo l’ora». Il suo ufficio è sopra la famosa spirale di Wright dove stanno smontando la mostra di Maurizio Cattelan. «La seconda mostra più visitata per il mese di dicembre nella storia del museo. La più visitata fu quella di Armani nel dicembre del 2001». Armani, Cattelan: come vede questa tendenza del pubblico a prediligere lo spettacolo e l’intrattenimento all’arte «pura»? «Che dire. La gente ama vedere la moda. È una questione a metà tra il voyerismo e l’aspetto estetico ed esteriore della realtà. Nel caso di Maurizio però credo che il pubblico fosse più seriamente interessato all’arte. Un pubblico giovanissimo, mediamente tra i 16 e i 25 anni. Hanno preso la mostra molto seriamente. Maurizio fa spettacolo, ma se da una parte non si vergogna di questo, da un’altra parte sembra chiedere perdono. Questa contraddizione è chiara e la gente l’apprezza molto». Cosa è cambiato in quindici anni, da quando nel 1995 fu nominato direttore del Carnegie Museum a Pittsburgh? «Direi che la cosa più dolorosa è il fatto che l’arte contemporanea è diventata così cara che per un museo è molto difficile continuare a collezionare. Sono felice che gli artisti facciano tanti soldi, ma per noi direttori è un problema. L’arte è diventata così desiderabile come bene di consumo che il suo valore è sconcertante. Ma credo che sia un fenomeno temporaneo». Non saranno felici di sentirlo quelli che stanno investendo pesantemente in arte. «Non dico che l’arte costerà meno, dico che in futuro ci sarà un numero sempre maggiore di gente generosa. Il nostro benessere è così diffuso che il privato non sarà sufficiente per assorbirlo e quindi tornerà a spostarlo sulle istituzioni pubbliche». Come è cambiata la strategia del Guggenheim dai tempi in fu inaugurato il museo di Bilbao, nel 1997? «Siamo diventati più cauti e razionali. Pochi sanno che non è il Guggenheim ad andare a cercare posti dove espandersi. Ci cercano. Ogni settimana qualcuno viene a parlarmi per esplorare la possibilità di diventare un nostro partner. La maggior parte delle persone che vedo è molto seria ma spesso non capiscono cosa voglia dire ripetere l’esperienza di Bilbao». Già, che cosa vuol dire? «Una leadership politica molto forte, la capacità di investimenti altissimi e una fede nel contemporaneo che non ammette dubbi». Ovvero non l’Italia. «In Italia abbiamo già Venezia: la riteniamo più che sufficiente per parlare al pubblico italiano». Che cosa blocca possibili progetti? «Quando approfondisco mi rendo conto che le proposte arrivano da entusiasti imprenditori che però non hanno una forte influenza sul potere politico. Inoltre la quantità di denaro per mettere in piedi qualcosa di serio è brutale». Lo spieghi a noi italiani che pensiamo sempre di fare le nozze con i fichi secchi: quanto costa avere un Guggenheim? «È molto astratto dirlo, comunque, considerando un museo di 12 mila metri quadri, in Europa costa almeno 165 milioni di dollari - e mi sono tenuto basso. Dopodiché ci sono i costi per far funzionare una macchina del genere». Quindi il segreto di Bilbao sono stati i soldi. «I soldi uniti a una fortissima volontà politica e al desiderio di reinventarsi che i Paesi Baschi avevano in quel momento». Come a New York il successo del museo è dovuto all’architettura. «Sicuramente Bilbao come New York sono edifici irresistibili. Ancora oggi a Bilbao va un milione di persone, il che è incredibile in una città che ha lo stesso numero di abitanti». A New York quanti visitatori fate? «Paganti circa un milione e centomila, più un centomila non paganti. Di questi il 37% viene dagli Stati Uniti e di questo 37% il 70% dalle regioni attorno a New York». Siete più cauti ma non immobili: state portando avanti Abu Dhabi, sempre disegnato da Gehry. «Dovrebbe aprire nel 2017». Helsinki: come mai questa città, una scelta abbastanza anomala... «Helsinki è una città che ci sta insegnando molto. È una delle città tecnologicamente più avanzate». Che tipo di pubblico vi aspettate di attrarre? «Finlandesi prima di tutto, ma anche russi e turisti che arrivano nel porto di Helsinki con le crociere. Non dimentichiamo poi che la città ha un aeroporto che è diventato uno snodo internazionale importantissimo, fermano qui moltissimi voli per l’Asia». I costi per mandare avanti un museo sono sempre più alti: questo mette in pericolo l’autonomia dei programmi? «Non bisogna essere troppo puritani. Ma al tempo stesso bisogna sempre ricordare che un museo ha un impegno morale e quindi deve fare quello che è necessario, non solo quello che è di moda». Cosa è necessario? «Costruire una collezione e un programma di mostre che vada a fondo geograficamente e storicamente, indipendentemente dal fatto di quanta gente poi viene a vedere le mostre. Un museo deve ancora essere un luogo sacro che viene preso seriamente». Cosa considera conflitto d’interessi nel mondo dell’arte di oggi, dove i confini tra le professioni e i ruoli si sono molto confusi? «Credo che sia essenziale mantenere separata l’idea d’investimento e quella di ricerca e studio. Il pericolo è sempre quello di diventare lo specchio del mondo commerciale». Può un museo sostenere un numero di visitatori illimitato senza mettere in pericolo l’esperienza culturale? «Credo di sì. È una questione di organizzazione, di orari, di come si distribuisce il pubblico nel corso della giornata». Quanto guadagna? «Può andarlo a vedere sul sito dell’Irs (il fisco americano ndr), ma sarà sorpreso di come sono contenuto». Armstrong guadagna attorno ai 700 mila dollari, quasi un terzo di quello che guadagnava Krens. È stato difficile raccogliere l’eredità di Krens? «Dopo vent’anni il museo era diventato un tutt’uno con la sua figura e la sua personalità. Ma con calma abbiamo trovato il bandolo della matassa». Quando ha visto il progetto di Cattelan si è spaventato... «Ero un po’ preoccupato lo ammetto. Avevo paura per il pubblico, per l’arte e per l’edificio». Se dovesse scegliere per forza, preferirebbe che si danneggiasse l’edificio, un’opera d’arte o la testa di uno spettatore? «Oh mio Dio, nessuna di queste opzioni!». Qual è la cosa più difficile per un direttore di museo oggi? «Capire cosa è rilevante. Come si fa a creare un programma forte senza cedere alla tentazione di essere modaioli e al tempo stesso evitando di essere noiosi».