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 2012  febbraio 02 Giovedì calendario

«PER AVERE FINALMENTE I PANTALONI LASCIO LA SICILIA E VADO AL NORD»


Lara Cardella va a vivere a Bergamo. Possibile, proprio lei, la ragazza terribile degli ultimi anni Ottanta, quella che ad appena diciott’anni dalla lontana Agrigento (anzi, da Licata) esclamava: «Volevo i pantaloni»? La ribelle, l’anticonformista, antesignana delle Melisse P., assai meno impegnate, che ne hanno seguito più o meno consapevolmente le tracce? Ma andiamo con ordine. Cardella più di vent’anni fa scrisse un libro per un concorso indetto dalla rivista mondadoriana Centocose. La sua era la denuncia sonora di una certa cultura maschilista e retrogada che la opprimeva. Vinse, in premio ci fu la pubblicazione e ne seguì un successo straordinario di vendite, anche nelle principali traduzioni straniere. Il titolo divenne uno slogan, il simbolo di una scossa vigorosa alle convenzioni del tempo e del luogo. Correva l’anno 1988-1989. Adesso, un ventennio dopo, Cardella scrive ancora e sta per pubblicare il romanzo 131 Km/h (Barbera Editore, pp. 179, euro 14). La scrittrice soffre di un disturbo dell’udito. Evento a cui, proprio a Bergamo, le hanno promesso di rimediare.
In che scuole insegna?
«Alle medie e alle superiori. Sono un’insegnante di lettere precaria, mi sono laureata nel 2003, prima avevo il figlio da crescere. E la mia prossima destinazione è Bergamo, dove sono già stata e dove mi sono trovata benissimo».
Che cos’ha la Sicilia che non va? In vent’anni le cose non sono migliorate, non si è creata una mentalità più aperta?
«Per niente. Basta vedere le proteste di questi giorni, i blocchi».
Sta dicendo che c’è dietro qualcuno?
«Mannò, non ne faccio una questione di complotti! Dico solo che qualcuno ha evidentemente interesse a cavalcare certe proteste e non altre. A lei risulta, comunque, che i mafiosi siano rimasti senza benzina? Ad ogni modo mi irrita, anzi mi fa proprio incazzare, che qui debba essere difficile pensare anche solo di aver diritto alla salute. Non ne posso più della burocrazia e del clientelismo. Del fatto che devi conoscere qualcuno anche solo per avere un certificato. Sono cose che cerco di spiegare ai giovani, anche ricorrendo a Facebook, ma spesso mi trovo contro gente che non sa fare altro che alzare la voce. Ho paura di questa nuova generazione. Dell’ignoranza in cui è cresciuta. Dove abbiamo sbagliato? mi chiedo».
Lei protestava anche da ragazza...
«Certo. Avevo una coscienza politica che i giovani di adesso non hanno, neanche mio figlio. Io a diciassette anni mi ribellai a un preside che pretendeva di dirci per chi dovevano votare le nostre famiglie. Ma scherziamo? Eppure ricordo lo sguardo dei miei compagni: “Perché ti opponi?” mi dicevano. Anche adesso, il problema sono quelli che votano per i mafiosi. Che votano sempre le stesse persone. Sperando di averne dei benefici immediati. Così la legalità ha abdicato».
Ricorda come andarono le cose per lei, quando pubblicò Volevo i pantaloni?
«Certo. Vinsi questo concorso della Mondadori. Mi telefonarono che mi volevano incontrare. Io andai con tutto il timore reverenziale che provavo per i libri. Allora erano davvero oggetti affascinanti e misteriosi. Sacri e irraggiungibili. Un libro mio? Non riuscivo a crederci. Ancora adesso metto le copie dei miei libri su uno scaffale diverso da quelli di, che ne so, Moravia o Pirandello».
Come fu accolta?
«Benissimo. Incontrai Antonio Franchini e Ferruccio Parazzoli, con il quale ho mantenuto un legame di amicizia negli anni. Non ho vissuto bene il successo, però, e in generale neanche l’approccio alle case editrici. Io scrivo per una mia esigenza, non per compiacere il pubblico. Gli editori invece sono sempre alla ricerca di un prodotto commerciale. A volte mi è stato chiesto, per esempio, di far morire un personaggio. Io non ho mai ceduto».
Da quanto tempo non pubblicava?
«Sono stata ferma tredici anni. Con la sensazione di non aver più niente da dire».
Il suo scrittore preferito, di riferimento?
«Sartre, perché nei suoi lavori si respira sempre la lotta per un ideale».
Quelli che non le piacciono?
«Non posso nemmeno definire scrittore l’ultimo Paulo Coelho. Per me i libri sono una cosa seria. E anche la scrittura. Come ogni cosa che faccio, io scrivo per passione. Perciò non è facile starmi accanto. Quando scrivo, vivo per il libro. I miei personaggi hanno bisogno di me».
Nel suo libro ci sono due protagoniste. Stefania, professoressa quarantenne e Roberta, sua allieva. Entrambe cercano di fuggire dalla Sicilia. È autobiografico?
«Diciamo che c’è un po’di me in entrambi i personaggi. Quando Stefania cerca di far germogliare una coscienza civile in Roberta, ma anche quando Roberta si pone interrogativi profondi sul tema dei rapporti affettivi. Però io sono troppo pudica per mettermi veramente a nudo. Per i miei personaggi prendo spunto dalle persone che mi circondano».
I suoi studenti leggono i suoi libri?
«Non mi riconoscono neanche. Io poi mi presento con il mio primo nome, che è Graziella. Così li depisto un po’. In Sicilia è più facile che mi scoprano, in Lombardia credo proprio di no».
I pantaloni li ha ottenuti. È vero che fa lezione con i jeans strappati?
«Be’ mi è capitato. Ma non lo faccio in maniera programmatica, figuriamoci. Può succedere una volta ogni tanto».
Si definirebbe di sinistra?
«Non sono di sinistra, ma comunista sì. Il fatto è che il mio essere non si riconosce in alcun partito di quelli esistenti».
A Bergamo non le mancherà il mare?
«Posso sempre tornare ad Agrigento. In vacanza».

Paolo Bianchi