Oscar Giannino, Wired febbraio 2012, 2 febbraio 2012
Sbarcherà dunque in Borsa la mitica Facebook di Mark Zuckerberg? E varrà i 100 miliardi di dollari insistentemente annunciati a fine 2011 dal Wall Street Journal? Alla prima rispondo: non lo so
Sbarcherà dunque in Borsa la mitica Facebook di Mark Zuckerberg? E varrà i 100 miliardi di dollari insistentemente annunciati a fine 2011 dal Wall Street Journal? Alla prima rispondo: non lo so. Alla seconda: spero proprio di no. Nassim Taleb, l’arcifamoso autore del Cigno nero, manuale anti-luogocomunista sugli eventi catastrofici non stocastici, nelle sue conferenze spesso spiega che: «Ho appena completato un approfondito esame statistico della vita del presidente Obama. Per decine di anni e con migliaia di osservazioni, non è mai morto neanche una volta. Posso quindi affermare che è immortale, con un alto grado di significatività statistica». Taleb vuole farci riflettere sul problema dell’inferenza inaccettabile che discende da interpretazione di dati passati effettuata con metodo a-logico. La bolla dot com di qualche anno fa parla chiaro, e non va dimenticata. Considero con una certa diffidenza la reiterata campagna di annuncio della quotazione di Facebook. Puntualmente la voce viene rimbalzata dall’agenzia Dow Jones o dal Wall Street Journal, insomma da un ben preciso gruppo editoriale. E il tambureggiamento è diventato sempre più forte dopo che a fine 2010 Goldman Sachs si occupò di un aumento di capitale di Facebook aperto solo a privati per 1,5 miliardi di dollari. Al termine del quale, dopo che la banca d’affari aveva messo in proprio 450 milioni di dollari in Facebook per un 1% in concomitanza con i russi di Digital Sky Technologies che ne misero altri 50, e poiché la stessa Goldman fece capire che si trattava di un mero 1% del capitale, ecco che da quel momento in poi tutti a scrivere e ripetere che Facebook valeva 50 miliardi. Poi, con il procedere del 2011 e le sue novità nel web, la versione rivista dell’iPad e decine di nuovi smartphone più potenti basati su Android, il sistema operativo di Google, e le acquisizioni da decine di miliardi di dollari che hanno reso Motorola una parte di Google, Skype una parte di Microsoft e Gowalla una parte di Facebook, e dopo gli addii a ottobre a giganti come Steve Jobs e Dennis Ritchie, ecco che il Wall Street Journal inizia a suonare con più forza il suo tamburo, raddoppiando però il valore potenziale e parlando di 100 miliardi di valore complessivo e di un’Ipo in sicuro arrivo entro aprile 2012, per raccogliere 10 miliardi sul mercato piazzando cioè solo il 10% della società. Francamente, si sente puzza di bruciato lontano chilometri. Goldman vuole straguadagnare sulla sua quota e inoltre guidare l’Ipo. Fa il suo mestiere, e il Wall Street Journal la spalleggia. Naturalmente, c’è chi ha interessi diversi. Tanto è vero che a ogni annuncio del quotidiano finanziario Usa ha quasi sempre fatto riscontro una mezza smentita rilanciata dal Financial Times. Di Facebook però, per poter esprimere giudizi di valore di un qualche fondamento, non sappiamo abbastanza. Come tutte le società non quotate inferiori ai 500 soci, secondo le norme americane può tenersi quasi tutti i dati nel cassetto. Il giro d’affari 2011 stimato dagli osservatori oscilla tra i 3 e 4 miliardi, ma è una forchetta amplissima. Idem dicasi per il margine di utili, c’è chi dice 300 milioni, chi dice oltre 500. Certo, sappiamo che Facebook ha solo 3000 dipendenti, non i 90mila di Microsoft o i 31mila di Google. Ma quale sia la marginalità pubblicitaria, e su che valutazioni e proiezioni di commercializzazione e profilatura clienti aperta a terzi si basino le prospettive di crescita della piattaforma, in realtà noi non lo sappiamo, e saranno i banchieri d’affari che dovessero pilotare l’Ipo a scrivere le carte sulla cui base il mercato abboccherebbe. A oggi, sono tutte congetture. L’unica cosa di cui sono certo è che un multiplo di 20 o addirittura 30 volte il fatturato è completamente lunare. Capisco che le banche d’affari non desistano dal fare denari facili cavalcando le mode di mercato. Capisco che l’Ipo di Zynga non faccia troppo testo, in quanto il multiplo applicato in quella circostanza ai giochi Internet - tra cinque e sei - deve essere considerato comunque conservativo rispetto alle possibilità dell’intera piattaforma. E comunque la quotazione del produttore di giochi internet su Facebook è stata la migliore Ipo di settore in Borsa da quella trionfale, nel 2004, di Google. Ma resta il fatto che dopo l’Ipo curata da Morgan Stanley il titolo Zynga è sceso, come erano scesi prima di lei il discounter online Groupon e la radio internet Pandora, altri due recenti approdi sul mercato. Calma e sangue freddo, dunque. E occhio che un’Ipo che va bene per Goldman può far ricchi trader di mestiere ad alta frequenza di scambi, ma non va scambiata per qualcosa la cui affidabilità saremo in grado di valutare solo quando conosceremo dati e loro sostenibilità di medio periodo. Per tornare a Taleb: Obama è un mortale, ricordatelo.