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 2012  febbraio 01 Mercoledì calendario

Quei veti che fanno fuggire i capitali esteri - Ci voleva il presidente Barroso per scoperchiare le vergognose lungaggini che impediscono agli stranieri di investire in Italia

Quei veti che fanno fuggire i capitali esteri - Ci voleva il presidente Barroso per scoperchiare le vergognose lungaggini che impediscono agli stranieri di investire in Italia. Ikea, colosso svedese dei mobili fai-da­te, voleva aprire un punto vendita presso Pisa: ha dovuto attendere sei anni e alla fine si è insediato al­trove. La regione Toscana si è ar­rabbiata, il governatore democra­tico Enrico Rossi ha puntigliosa­m­ente sfoderato tutto l’armamen­tario della burocrazia nostrana per difendere il proprio operato. «In Cina bastano otto mesi», ha ri­b­adito il presidente della Commis­sione europea. E tanti saluti a mer­cato unico, semplificazioni, libera­lizzazioni. «In Germania ci sono esempi peggiori», ha aggiunto Barroso per indorare la pillola. Dell’Ikea di Pisa (20mila metri quadrati, 70 mi­lioni di investimento, 350 posti di lavoro) si occupò anche l’ Interna­tional Herald Tribune che l’additò come «esempio della scoraggian­te via per la prosperità» dell’Italia. Purtroppo non è un caso isolato. Nessuno si è indignato quando fu l’imprenditore brianzolo Vittore Beretta, titolare dell’omonimo sa­lumificio, a dire le stesse cose l’an­no scorso. Dieci anni fa propose al comune di Rovagnate (Lecco) di aprire un nuovo stabilimento do­ve assumere 300 persone. Gli enti locali si mossero nel 2008, il pro­g­etto poté essere presentato a mar­zo 2010: tutto è ancora fermo. «Ab­biamo sedi in tutto il mondo e le aperture in America e Cina sono state molto meno problemati­che », ha confessato Beretta alla Provincia di Lecco . Lo Stivale è pieno di casi analo­ghi. Sempre l’Ikea voleva aprire un secondo magazzino nel Torine­se, 160mila metri quadrati presso Moncalieri: cinque anni di riunio­ni, sei conferenze dei servizi, un milione di euro per i progetti, poi il «no» della provincia di Torino per­ché «non possiamo consumare al­tro suolo ». E così l’anno scorso,as­si­eme a un investimento da 60 mi­lioni di euro e 250 nuovi posti di la­voro, è sfumato un altro po’ della credibilità italiana agli occhi di chi ci vuole portare soldi e lavoro. Per lo «store» di Padova la multinazio­n­ale svedese dovette attendere no­ve anni, ma almeno alla fine ce l’ha fatta. A Brindisi da undici anni la Bri­tish Gas lotta per installare un ri­gassificatore per importare otto miliardi di metri cubi di metano egiziano. Senza nemmeno aprire il cantiere, ha già speso 250 milio­ni. Centinaia di posti di lavoro nel Mezzogiorno in un settore dell’in­dustria energetica che dovrebbe rilanciarsi, visto il definitivo ab­bandono del nucleare. Invece no. Un altro rigassificatore è stato bloccato dal comune di Porto Em­pedocle, in provincia di Agrigen­to. Sempre in tema di gas, nella Bas­sa modenese, tra Finale Emilia e San Felice, da cinque anni la socie­tà Ers è disposta a investire 20 mi­lioni in ricerche per verificare se si possa realizzare un deposito in una cavità naturale sotterranea: le trivellazioni servirebbero non (an­cora) per realizzare il sito di stoc­caggio, ma per studiarne scientifi­camente la fattibilità senza rischio per la popolazione. L’ultimo «no» della regione Emilia Romagna è della scorsa settimana: ragioni di sicurezza. Altre lentezze dell’Italia del «non fare». Gli impianti a biomas­s­a di Monreale e i due impianti eo­lici della Apiholding nel Foggiano hanno atteso quattro anni la valu­tazione di impatto ambientale. Lo scorso maggio la danese Maersk, il numero uno al mondo nella mo­vi­mentazione dei container, ha de­c­iso di abbandonare il porto di Gio­ia Tauro, dove trasportava un con­tainer su quattro. Aveva chiesto al­­l’autorità portuale di snellire le procedure, aumentare la funzio­nalità del retroporto, migliorare l’organizzazione produttiva. Ha preferito dirottare le proprie navi verso attracchi più convenienti: Malta e il Nordafrica. Secondo la classifica Doing business ( fare affa­ri) stilata dalla Banca Mondiale, l’Italia è all’80mo posto nel mon­do, penultima in Europa davanti alla Grecia. Colpa della burocra­zia, dei veti, della «sindrome Nim­by », dell’incapacità di decidere.