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 2012  febbraio 01 Mercoledì calendario

I fachiri delle città-freezer negli abissi dei 40 sottozero - A sentire Shaun Walker il freddo non uccide soltanto

I fachiri delle città-freezer negli abissi dei 40 sottozero - A sentire Shaun Walker il freddo non uccide soltanto. Basta abituarsi. Ci sono posti dove si diventa ricchi con il freddo. A Yakutsk, Siberia dell’Est, 200 mila abitanti e la Lena Highway che si ferma nella landa coperta dal ghiaccio, i bambini non vanno a scuola solo se ci sono più di 50 gradi sotto zero. Quando ce ne sono meno 45, il meteo locale dice «fa freddo, ma non troppo». Le donne allora vanno tranquillamente al lavoro con le pellicce lunghe fino ai piedi. I ragazzi mettono fino a tre guanti sulle mani. Però, gli abitanti di Yakutsk sono i più ricchi di tutta la Russia: i loro redditi sono 8 volte superiori alla media nazionale. E’ una zona piena di gas naturale e tutt’attorno fioriscono allevamenti di renne e cavalli. Ogni giorno, in questa bruma sospesa nel gelo, arrivano i Tir carichi di minerali. Viaggiano solo in coppia, perché se ti fermi in quella foschia di luce opaca sei un uomo morto se non c’è nessuno ad aiutarti. I camionisti dicono che non credono ai loro occhi: «Ma come fa a vivere questa gente senza morire di freddo?». Il fiume non ha neanche un ponte per attraversarlo, tanto non servirebbe. Devi prendere il battello che rompe le lastre. E in città ci arrivi solo lungo una strada bianca, chiamata la «via delle ossa», costruita dai detenuti del Gulag. La città più fredda del mondo, il suo record l’ha toccato due anni fa: meno 63 sotto zero. E quando, nel gennaio del 2010, Shaun Walker dell’Independent andò lì per vedere se era tutto vero, un giorno qualunque che faceva meno 43 disse che all’inizio stava pure bene. Ma dopo pochi minuti cominciò a sentirsi pizzicare la faccia e poi a intorpidire la pelle fino a che gli sembrò che il sangue si fosse fermato. Il freddo gli penetrò nei guanti e gli ghermì le dita e subito dopo le orecchie, mentre lui avvertiva ormai dolore in tutto il corpo. Corse faticosamente in albergo, trascinandosi come un reduce sulle strade ghiacciate: erano appena passati 13 minuti. Gli ci volle molto di più per riprendere le forze, e tornare a muoversi fra le fitte dei crampi. La cosa incredibile è che a Yakutsk vanno persino a lavorare con quelle temperature. Forse non è solo un problema di testa. Fra le dieci città più fredde del mondo, ci sono tutti posti di buona fama e molto operosi. Ottawa, in Canada, Helsinki (meno 32). C’è Varsavia, c’è Minsk e c’è Astana in Kazakistan, che in certe classifiche sarebbe addirittura prima (meno 52). A Ottawa in un solo giorno del gennaio 1947 sono caduti tutti insieme 73 centimetri di neve, e nel 1998 una tempesta di ghiaccio mise in ginocchio tutta la catena alimentare. Nel 2003, invece, 272 persone morirono congelate a Mosca. In quell’inverno erano esplosi i tubi del riscaldamento a Tikhvin, a Petrozavodsk e a Valdaj. A Tikhvin dovettero addirittura mandare la sesta armata dell’aviazione con una caldaia mobile a gasolio e impianti di ventilazione per salvare gli abitanti bloccati nelle loro case. Quell’anno il gelo paralizzò pure il porto di San Pietroburgo: il mare era ghiacciato come una grandissima pista di pattinaggio. Il vento soffiò quella tempesta fino a Trieste, lastricando le strade e le piazze e rendendo inutilizzabili le banchine e i punti d’attracco. Il raccordo autostradale era bloccato, con i Tir scivolati di traverso, e si contarono 60 feriti. D’altro canto il freddo non l’ha inventato il Duemila, e neppure questo governo. Dal 1455 in poi, una lunga serie di inverni polari gelò tutti i fiumi del Nord Italia, impedendo ai mercanti di raggiungere floride città seminate sul Po. Nel 1468, la Francia rimase senza vino, come raccontano le cronache dell’epoca: s’era gelato nelle botti. Nel 1547 il lago di Garda si trasformò quasi tutto in una enorme pista di pattinaggio. Davanti a quell’immagine, lo stupore dei testimoni si ripeté altre volte, ma mai come nel 1709. Allora, uno degli inverni più terribili della storia, piombò sull’Italia il giorno dopo l’Epifania. Gelarono tutti i fiumi, i laghi e i pozzi della Penisola settentrionale, ma non solo. Furono chiusi i porti di Marsiglia, di Genova, di Venezia e persino quello di Livorno, dove andarono distrutti i vigneti e gli ulivi. La colpa - certificavano le cronache - era di un «anticiclone termico russo». Come si vede, cambiano i secoli, ma il freddo viene quasi sempre dalla stessa parte. Quell’anno dissero che il lago di Garda fu completamente ricoperto di ghiaccio: non restò libero neanche un centimetro. A Faenza si raggiunsero i meno 36 gradi e qualcuno narrò che la gente si bruciava sul fuoco per riscaldarsi. Altri inverni nell’800 ci portarono bufere di neve e racconti di contadini spaventati nella pianura sconfinata della Padania. Ma in Europa, la data da segnare negli annali rimase quella del 1893, quando la media di Berlino toccò i meno 31 gradi con punte vicino ai 50. Il nostro record non è molto lontano, ma non riguarda le città. Il freddo più intenso in Italia è stato toccato la notte del 9 gennaio 2009 nella Busa di Manna, a 2550 metri, altopiano delle Pale di san Martino: meno 43. Il precedente resisteva dal 1929, meno 41, sul Monte Rosa, capanna Regina Margherita. Ma quando arriva il freddo c’è anche chi non si spaventa, perché alcuni studiosi sostengono che possa aiutare a sconfiggere l’inquinamento. Che sia vero o no, non deve interessare troppo a quelli di Yakutsk. Nell’anno che ci andò Shaun Walker, erano scoppiate le condutture di due villaggi, Artyk e Markha, costringendo gli abitanti a passare le notti senza riscaldamento. La cosa incredibile è che non ci fu nemmeno un ricovero in ospedale. Shaun dopo pochi minuti dovette togliersi gli occhiali: il metallo si era appiccicato alla guancia e portava via brandelli di pelle. Invece, quel giorno a 43 gradi sotto zero, la signora Nina che vendeva pesce al supermercato, lo scaricava serenamente dalle casse dicendogli che lei non aveva «mai avuto problemi di salute». Nella piazza c’era solo un albero di Natale, con il ghiaccio che colava dai rami. Più in là c’era la statua di Lenin, insensibile al freddo. Stava con la mano protesa nello sguardo, oltre la luce opaca dell’aria.