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 2012  febbraio 01 Mercoledì calendario

Rivolte e sequestri Il Sinai non è più il paradiso dei turisti - Un tempo i turisti israeliani lo chiamavano «l’ultimo paradiso»

Rivolte e sequestri Il Sinai non è più il paradiso dei turisti - Un tempo i turisti israeliani lo chiamavano «l’ultimo paradiso». Milioni di turisti di tutte le nazionalità si riversavano tutto l’anno sulle sue spiagge dorate, che si estendono per 120 chilometri da Ras Mohammed a Sud fino a Taba a Nord, a ridosso del confine con Israele. Mare incontaminato e fondali limpidi con una varietà infinita di pesci, foreste di coralli disseminate in un mare azzurro. Clima asciutto e sole per 350 giorni l’anno, e non mentiva la pubblicità del ministero del Turismo egiziano. Prezzi a portata di tutte le tasche. E gran divertimento pure di notte, nelle discoteche all’ultimo grido. Aggirando la legge islamica, il governo aveva autorizzato l’apertura di un casinò a Sharm e uno a Taba per gli israeliani, visto che in Israele è vietato giocare l’azzardo. Ora questo flusso di uomini e denaro si è rallentato a causa della violenza che sta devastando la Penisola del Sinai e il resto dell’Egitto. Il 30% di turisti in meno quest’anno, ammette il ministero del Turismo. Anziché 11 milioni di turisti, ne sono arrivati 9 milioni. Un affare da 12,5 miliardi di dollari, soltanto nel 2010, pari al 14% del Pil. Ma gli esperti stimano il crollo dei turisti del 60%. Il Sinai figura tra le località più colpite. Ci sono alberghi che funzionano al 10% del loro potenziale. La Penisola è stata investita dall’uragano della rivoluzione. Da mesi parte dei 200 mila abitanti autoctoni (i beduini) del Sinai sono in preda a furori rivoluzionari. Non obbediscono più allo Stato centrale, sfidando apertamente i rappresentanti del Cairo che da sempre li avevano emarginati, ignorati e bistrattati. L’ultimo episodio di questa ribellione «strisciante» risale a ieri. Nella parte centrale della Penisola hanno sequestrato un gruppo di 25 tecnici e ingegneri cinesi impegnati in un cementificio di proprietà dell’esercito. I sequestratori chiedono la scarcerazione di parenti e amici incarcerati fra il 2004 e il 2006 per gli attentati a Taba, Nuweiba e Dahab. L’altro ieri trafficanti di uomini hanno ridotto in fin di vita un soldato al confine con Israele, nella parte centrale, «colpevole» di aver cercato di bloccare il passaggio illegale di emigranti africani al di là della frontiera. Sabato scorso un turista francese di 42 anni è rimasto ucciso nel suk di Sharm nel corso di una rapina a mano armata contro un cambiavalute. I rapitori in fuga hanno sparato all’impazzata ferendo 25 persone. Non accadeva mai nella tranquilla Penisola. A 250 chilometri più a Sud, a Ras Sidr, altri beduini, nello stesso giorno, hanno bloccato la statale che collega Sharm al Cairo. Pretendevano il rilascio di un detenuto per reati comuni che aveva scontato metà della pena, come prevedeva l’amnistia varata dal capo della giunta militare in occasione del primo anniversario della rivoluzione. Rapine, furti e blocchi stradali sono all’ordine del giorno nonostante la presenza della polizia e dei militari. Il che fa infuriare gli investitori e i commercianti. Ahmed, un albergatore di Sharm el-Sheikh, si lamenta: «I militari non vogliono calcare la mano sui beduini per non esasperare la situazione. Ma alla fine qui dominerà l’anarchia e perderemo tutti quanti». Gli egiziani della Valle del Nilo e i beduini non si amano. Si considerano rivali. I secondi rimproverano ai primi di avere scippato loro «la gallina d’oro» del turismo lasciando le briciole. Anche negli uffici statali e nelle fabbriche gli autoctoni non trovano occupazione. Nel centro del Sinai vive la parte più povera del Paese. I rappresentanti del Cairo si giustificano dicendo che si tratta di individui senza istruzione. La Penisola sta lentamente scivolando verso l’anarchia, avvertono gli israeliani. Secondo loro Al Qaeda ha già attecchito. Per questo Israele sta costruendo un muro di separazione lungo il confine, come nei territori palestinesi.