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 2012  febbraio 01 Mercoledì calendario

NOI E IL SENSO DELLA NEVE

Il senso degli italiani per la neve non è come quello di Smilla, la protagonista del famoso romanzo. Del resto, la storia di Peter Høeg si svolgeva in Groenlandia e noi viviamo tra Bolzano e Capo Passero, tra Pordenone e Mazara del Vallo.
Dunque, l’empatia fisica, psicologica e persino morale con il gelo non può essere la stessa. In più, ci si è messa una specie di mezza stagione diffusa a darci l’illusione di essere immersi in una gigantesca campana di vetro che ci regala tutto l’anno un inquietante tepore, per cui quando scoppia davvero l’inverno non possiamo che sorprenderci. Figurarsi se ci ritroviamo di colpo con la Siberia in casa. Non è una novità, il nostro mancato senso per la neve: già nel ’69, non uno degli anni più rigidi che Dio abbia mandato sul nostro emisfero, Nada cantava «Ma che freddo fa», reclamando carezze per un cuore di ragazza. Noi, in fondo, il vero ghiaccio siberiano l’abbiamo vissuto, per lo più, a debita e rassicurante distanza. Al cinema o nella letteratura piuttosto che nella realtà dei nostri inverni per quanto inclementi. Il più crudele e insieme commovente è forse quello del Dottor Zivago, dove il gelo finisce per assecondare il vento della Rivoluzione travolgendo una delle coppie di amanti più memorabili della storia letteraria. Ben prima di Pasternak, però la letteratura russa aveva prodotto scenari glaciali degni di essere ricordati: come quelli in cui si realizzano gli incontri segreti di Anna Karenina con il suo amante.
Simili nevicate cosmiche gli italiani le hanno piuttosto vissute da vittime della Storia. Basta pensare alle Centomila gavette di ghiaccio, in cui Giulio Bedeschi racconta la tragica epopea degli alpini sul fronte russo con immagini, appunto, agghiaccianti: «La visibilità divenne nulla, come ciechi i marciatori continuarono a camminare affondando fino al ginocchio, piangendo, bestemmiando, con estrema fatica avanzando di trecento metri in mezz’ora. Come ad ogni notte ciascuno credeva di morire di sfinimento sulla neve, qualcuno veramente s’abbatteva e veniva ingoiato dalla mostruosa nemica, ma la colonna proseguì nel nero cuore della notte». Memorie lontane, che si possono rinnovare anche aprendo una pagina a caso di Nuto Revelli, dove il gelo ustiona la pelle come fosse fuoco.
Per il resto, a farci scoprire il senso degli altri per la neve, ci sono sempre le fiabe innevate dei fratelli Grimm o quelle assideranti di Andersen (chi non ricorda la piccola fiammiferaia?), che i nostri bambini mediterranei ascoltano ancora volentieri rintanati in casa al calduccio con il calorifero a palla. E per gli adulti ci sono sempre i libri di avventura o di fantasia. Edgar Allan Poe ne è stato un maestro insuperabile, tanto che le sue Avventure di Gordon Pym, uscite da una fantasia geniale, sono diventate modello per le relazioni dei viaggi reali nell’Antartide e delle spedizioni nel Polo: le imprese eroiche che sfidarono davvero (e non solo con l’immaginazione) le intemperie naturali, a partire da quelle di Cook e di Amundsen. Nessuna finzione. Tutti antenati in carne e ossa di Smilla.
Paolo Di Stefano