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 2012  febbraio 01 Mercoledì calendario

MA IL BUCO NERO E’ IL «SISTEMA» DI FINANZIAMENTI PER I PARTITI —

Impossibile non sentire puzza di bruciato. L’ha avvertito, quell’odore, anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: si sta facendo di tutto per dare fuoco alla riforma che dovrebbe causare la dissoluzione delle Province, dopo averle svuotate di competenze e poteri.
Ricordate le promesse? «Sono inutili e fonte di costi per i cittadini», proclamava Silvio Berlusconi. «Aboliamole tutte!» gli faceva eco l’opposizione, da Antonio Di Pietro a Pier Ferdinando Casini. Ma poi, messi di fronte all’eventualità di farle saltare per decreto con il «salva Italia», si è materializzata la profezia del Cavaliere: che una volta, dopo averne annunciato la fine, rivelò il suo vero pensiero: «Eliminare le Province in Italia, non lo potrà mai fare nessuno». Le norme che avrebbero fatto fuori le giunte e ridotto a dieci componenti i consigli provinciali, facendo saltare almeno 3.500 poltrone, sono dunque finite sul binario quasi morto. Per far scattare quel taglio si dovrà fare una legge entro il 31 dicembre di quest’anno. E le lobby provinciali stanno già disseminando il campo di mine.
Non ci stanno, le Province, a fare l’agnello sacrificale per placare l’ira che si è scatenata nel Paese contro i costi abnormi della politica. Ben consapevoli, tuttavia, di esserne diventate il simbolo. E difficilmente potranno scrollarsi di dosso quel marchio che forse potrebbe meglio figurare appiccicato addosso ad altri soggetti.
Per esempio, i partiti. La manovra del governo di Mario Monti non li ha nemmeno sfiorati, limitandosi a confermare i tagli alla stampa politica, che si sta però cercando di far rientrare in parte con un nuovo regolamento sulla ripartizione dei contributi. Eppure comincia proprio da lì il problema.
C’è chi argomenta che i partiti italiani costano meno di quelli tedeschi. Ma a parte la differenza di efficienza fra il sistema politico italiano e quello della Germania (a loro vantaggio, naturalmente), è certo che i finanziamenti pubblici alla nostra politica negli ultimi anni sono andati letteralmente in orbita. Dal 1999 al 2008, mentre le retribuzioni dei dipendenti pubblici aumentavano del 42,5%, quelli che ipocritamente si definiscono «rimborsi elettorali» lievitavano del 1.110%. Senza che la massiccia iniezione di quattrini, va detto, abbia fatto scomparire una corruzione arrivata a pesare sui conti pubblici per 60 miliardi l’anno.
Dietro quella sfacciata ipocrisia, il finanziamento pubblico abrogato dal referendum popolare nel 1993 è sopravvissuto, prosperando. Perché come ha ripetutamente stigmatizzato la Corte dei Conti, non si possono definire tecnicamente «rimborsi»: per le elezioni del 2008, a fronte di spese documentate di 136 milioni, quei «rimborsi» sono stati pari a 503 milioni. Dal 1996 in poi il sistema è impazzito. Se per le politiche di quell’anno An e Forza Italia avevano dichiarato spese per 5,1 milioni, nel 2008 la campagna elettorale del Popolo della libertà è ufficialmente costata ben 68,5 milioni. E mentre le spese salivano del 1.239%, i «rimborsi» decollavano del 1.008%, da 18,6 a ben 206,5 milioni. Più o meno lo stesso incremento registrato per l’incasso dei partiti che nel 1996 facevano parte dell’Ulivo e che nel 2008 hanno dato vita all’Unione: +960%, da 17 a 180,2 milioni.
Dalla prossima legislatura entrerà a regime un taglio del 30% dei «rimborsi»: scenderanno da 200 a 145 milioni l’anno. Che sono pur sempre 12 milioni in più di quanti ne arrivano dallo Stato federale ai partiti della Germania, Paese con popolazione più numerosa del 30% e ricchezza procapite maggiore del 23% rispetto alle nostre.
Ma questa non è certo la soluzione. Il fatto è che in Italia nessuno, tranne forse i tesorieri, sanno quanti soldi intascano davvero i partiti. I rivoli che li alimentano sono numerosi e incontrollabili. Nel capitolo dei fondi pubblici, ai rimborsi si devono infatti aggiungere i finanziamenti ai gruppi parlamentari, quelli dei gruppi consiliari delle Regioni, gli sgravi fiscali concessi ai contributi privati e i soldi che vanno ai giornali di partito: valutati nel libro «I soldi dei partiti» di Francesco Paola ed Elio Veltri, in oltre 850 milioni di euro dal 1994 a oggi. Per non parlare di alcuni interessanti capitoli, come i cospicui rimborsi elettorali destinati a partiti sciolti, come la Margherita, e i rendimenti, enormi e sconosciuti, dell’immenso patrimonio dei Democratici di sinistra (3 mila immobili), partito fiscalmente ancora in vita, custoditi in fondazioni blindate.
Perché il vero nemico della politica made in Italy è la trasparenza: praticamente inesistente. Dimostrazione lampante è la legge, approvata all’inizio del 2006, che ha alzato a 50 mila euro il tetto al di sotto del quale i finanziamenti di aziende e privati cittadini possono restare anonimi. Uno sconcio al quale si sarebbe dovuto mettere mano, decretando l’obbligo di trasparenza assoluta, e su Internet, di quei contributi. Mentre oggi si possono conoscere i benefattori dei politici esclusivamente recandosi di persona presso l’ufficio competente della Camera dei deputati, dopo aver firmato una dichiarazione che autocertifichi l’iscrizione alle liste elettorali.
Una norma del genere sarebbe il minimo sindacale, per un Paese che ha necessità estrema di ricostruire la propria ossatura morale. Come lo sarebbe un provvedimento per porre fine a quel regime indecente che concede a un privato cittadino che finanzia la politica sgravi fiscali 51 volte più favorevoli rispetto a chi fa una donazione a un’associazione benefica. Una regola assurda che però nessuno, nonostante le varie proposte di legge presentate in Parlamento, si è mai sognato di abolire. Sarà forse perché ne possono beneficiare anche i parlamentari che versano soldi al proprio partito?
Sergio Rizzo