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 2012  gennaio 31 Martedì calendario

L’IDEA ANTICORRUZIONE: UN PREMIO IN DENARO A CHI DENUNCIA I CASI —

In Italia la corruzione aumenta ma le denunce diminuiscono, e così i processi e le condanne. Se vent’anni fa, sull’onda dell’inchiesta Mani Pulite, furono denunciate duemila persone, con un crescendo che arrivò a oltre tremila nel 1996, nel 2006 quel numero s’è dimezzato, e le condanne per reati di corruzione sono scese dalle 1.700 del ’96 alle 239 del 2006. Nonostante ciò, il 17 per cento degli italiani ha dichiarato in un sondaggio del 2009 di aver ricevuto l’offerta o la richiesta di una tangente, mentre la media europea è del 9 per cento; e 13 italiani su cento sostengono di aver pagato tangenti per ottenere un servizio pubblico, contro una media europea del 5 per cento.
Per invertire la tendenza, ecco una proposta sotto forma di articolo di legge: «A chiunque segnala all’Autorità giudiziaria e alla Corte dei conti condotte illecite che cagionano danno erariale o all’immagine della pubblica amministrazione, spetta un premio in denaro non inferiore al 15 per cento e non superiore al 30 per cento della somma recuperata all’erario». In pratica chi segnala casi di corruzione e contribuisce al loro accertamento viene ripagato con una quota di quanto lo Stato riuscirà a recuperare.
È uno dei suggerimenti contenuti nella relazione della «commissione per lo studio e l’elaborazione di proposte in tema di trasparenza e prevenzione della corruzione» istituita a fine dicembre presso il ministero della Pubblica amministrazione, coordinata dal capo di gabinetto Roberto Garofoli e composta dai magistrati Raffele Cantone e Ermanno Granelli, nonché dai professori Bernardo Mattarella, Francesco Merloni e Giorgio Spangher. In meno di un mese il gruppo di lavoro ha partorito una relazione consegnata ieri al presidente del Consiglio, che contiene una serie di indicazioni tramutate in proposte di emendamenti al disegno di legge anticorruzione in discussione alla Camera. Le proposte, tra cui quelle di un premio a chi denuncia, si limitano all’aspetto della prevenzione, com’era previsto nel decreto istitutivo firmato dal ministro Patroni Griffi. Ma sono gli stessi commissari a segnalare che stringenti iniziative sarebbero necessarie anche nel campo della repressione: «La stessa efficacia delle misure preventive presuppone risposte sanzionatorie realmente incisive e dissuasive».
Ogni singola amministrazione, dai ministeri agli enti locali, dovrebbe varare dei «piani di organizzazione» che indichino i rischi di corruzione all’interno delle proprie procedure, le contromisure per prevenirli, la previsione di sanzioni (che possono arrivare fino alla rimozione) per chi non procede all’indicazione degli obiettivi o non li rispetta. Tra le integrazioni proposte al disegno di legge c’è il «monitoraggio dei rapporti tra l’amministrazione e i soggetti che con la stessa stipulano contratti» o ne hanno «vantaggi economici di qualunque genere», andando a verificare anche le eventuali parentele tra chi sta da una parte e chi dall’altra. E ancora: «assicurare la rotazione degli incarichi» laddove «è più elevato il rischio che siano commessi reati di corruzione».
Per garantire l’imparzialità della pubblica amministrazione, la relazione segnala che «è necessaria un’organica revisione del sistema delle incompatibilità dei dirigenti delle pubbliche amministrazioni, volta ad assicurare una maggiore ed effettiva indipendenza personale della dirigenza e una maggiore fiducia dei cittadini sulla relativa imparzialità nell’esercizio delle funzioni affidate».
L’obiettivo è rompere il cordone ombelicale che lega gli organismi politici alle aziende pubbliche, o che comunque hanno rapporti con la pubblica amministrazione per l’erogazione di servizi. Evitando passaggi troppo repentini e sospetti da un settore all’altro; soprattutto sul piano locale, dalla sanità ai trasporti. La proposta della commissione è che al vertice delle aziende pubbliche che erogano questo tipo di servizi non possano andare persone che, fino a tre anni prima, hanno ricoperto incarichi elettivi, sono stati anche solo candidati «o abbiano rivestito cariche in partiti politici». Allo stesso modo non possono diventare dirigenti coloro che hanno avuto un ruolo in imprese «sottoposte a regolazione, a controllo o a contribuzione economica da parte dell’amministrazione che conferisce l’incarico». In pratica, se uno ha lavorato per una società che ha rapporti con un settore della pubblica amministrazione non può, almeno per i tre anni successivi, assumere incarichi in quello stesso ente pubblico.
Per favorire la trasparenza, la commissione propone la pubblicazione sui siti internet istituzionali di «bilanci e conti consuntivi», nonché «i costi unitari di realizzazione delle opere pubbliche e di produzione dei servizi erogati». Quanto alle persone «titolari di incarichi politici, di carattere elettivo o di esercizio di poteri di indirizzo politico», la commissione propone l’obbligo di rendere pubblica «la situazione patrimoniale complessiva del titolare al momento dell’assunzione della carica», ma anche «del coniuge e dei congiunti fino al secondo grado di parentela», oltre ai compensi previsti per la carica ricoperta. Stesso trattamento, con la pubblicazione dei «dati reddituali e patrimoniali», anche «per alcune categorie di dipendenti pubblici, a partire da quelli con funzioni dirigenziali».
Giovanni Bianconi