Federico Fubini, Corriere della Sera 31/01/2012, 31 gennaio 2012
LE CONDIZIONI DELLA GERMANIA – A
che serve un patto di bilancio? Lo si è capito quando qualcuno a Davos ha chiesto a Wolfgang Schäuble cosa pensasse degli eurobond. Il ministro delle Finanze tedesco, ruvido, ha iniziato a rispondere: « Il problema degli eurobond... » .
Quasi si potevano sentire nella penombra della sala i banchieri e i politici sospendere il fiato. Tutti si saranno detti: ora fa a pezzi il progetto. Ma Schäuble non si è lasciato distrarre. Ha spiegato che non bisogna permettere a nessun Paese di comportarsi in modo irresponsabile, nell’idea che del suo debito tanto risponderanno i contribuenti del resto d’Europa grazie al meccanismo gli eurobond. Ha aggiunto che per evitare questo rischio servono regole di bilancio che limitino l’arbitrio dei singoli governi nel mandare alla deriva le proprie finanze: alla sovranità sui conti bisogna rinunciare come lo si è fatto per quella monetaria, ha detto. Ma a patto che ci si metta d’accordo sulla vigilanza di bilancio, non ha più escluso gli eurobond. È un segnale che la Germania non è più allergica all’idea di una (parziale) messa in comune nell’area euro delle emissioni di debito sul mercato: prima però esige garanzie che il resto del club non possa più sbandare sul piano dei conti pubblici. Quel che Schäuble non ha detto, è che una svolta del genere è vitale. Senza di essa, tra qualche anno l’unione monetaria potrebbe aver sviluppato talmente tante distorsioni da non poter più resistere. Oggi queste tensioni si stanno sviluppando sotto la superficie della tempesta sui debiti, ma sono sempre più evidenti; la più esplosiva riguarda il sorgere di nuove frontiere: in eurolandia le persone circolano liberamente, eppure il denaro lo fa sempre di meno. Il sistema finanziario si sta frammentando lungo le linee nazionali dei 17 Paesi. È come se ai tempi della lira il denaro della Lombardia fosse rimasto solo in Lombardia, quello della Sicilia in Sicilia. Oggi il debito italiano viene comprato sempre più solo da investitori, banche o famiglie, residenti nel Paese: sono crollati i creditori francesi che prima avevano un’esposizione per circa 400 miliardi. E di recente una grandissima banca europea ha deciso di distribuire in Italia solo le risorse raccolte in Italia. È come se Intesa Sanpaolo o Unicredit prestassero in Umbria solo gli euro che raccolgono in Umbria. Tutto questo potrebbe funzionare solo se ogni Stato di eurolandia avesse conti in equilibrio con l’estero, ma non è così e in fondo è questa la causa vera della crisi. La Germania è in surplus. Ma all’Italia, settori pubblico e privato insieme, servono flussi netti di credito dall’estero per circa 50 miliardi di euro l’anno per mantenere il proprio (modesto) tenore di consumi. Se il sistema finanziario europeo si frammentasse in 17 pezzi, l’Unione monetaria non potrebbe più tenere per molto tempo. Per ora la Bce supplisce facendo esplodere il proprio bilancio da 1.300 a 3.000 miliardi di euro e distribuendo denaro a tutti, ma alla lunga solo il progetto eurobond può riattivare la circolazione. Alle condizioni, beninteso, che ieri la Germania ha ottenuto a Bruxelles.
Federico Fubini