Stefano Lorenzetto, Libero 1/2/2012, 1 febbraio 2012
LA FABBRICA DELL’ITALIANO SI TROVA A VIMERCATE
La fabbrica delle parole è ubicata all’interno di un signorile condominio di Vimercate, alle porte di Milano. Qui, in un appartamento ingentilito da arredi e dipinti provenienti dall’Estremo Oriente (e più avanti si capirà il perché), abita il professor Mario Cannella, da vent’anni la Cassazione del neologismo. Il 2011 è appena finito e lui già sta rifinendo i nuovi lemmi che compariranno nell’edizione 2013 dello Zingarelli, il più vecchio fra i dizionari che vengono aggiornati con periodicità annuale, essendo stato pubblicato per la prima volta a dispense dal 1912 e poi in volume dal 1922.
A ogni edizione in media ne aggiunge dai 1.200 ai 1.500. Ma sulle new entry è di una riservatezza assoluta. L’unica che sono riuscito a strappargli è pensionando: «Definisce chi deve andare in pensione o aspira a farlo. Di stretta attualità, direi».
Mestiere per vecchi
Niccolò Tommaseo firmò il contratto per il suo primo dizionario a 54 anni, Nicola Zingarelli a 52, Mario Cannella a 50. Parafrasando Cormac Mc-Carthy, verrebbe da dire che il vocabolario è una faccenda per vecchi. «Per diversamente giovani», corregge il professore. Il quale, nonostante sia pensionato e prossimo a festeggiare i 72, svolge a tempo pieno il mestiere di lessicografo. «Mestiere rimanda al latino ministerium, servizio, e quindi a minister, servitore, la stessa origine di ministro».
Il suo servizio all’Italia, che comporta mediamente 10-12 ore di lavoro al giorno, è appunto questo: rivedere ogni anno circa 15 mila delle oltre 143 mila voci che riempiono le 2.720 pagine del dizionario edito dalla Zanichelli. Una base indispensabile anche per il recente e non meno prezioso Dizionario analogico della lingua italiana di Donata Feroldi ed Elena Dal Pra, che aiuta a trovare per associazione di idee le parole giuste, quelle che di solito abbiamo sulla punta della lingua e stentano a raggiungere il cervello. Cannella è nato a Trieste, dove ha frequentato il liceo classico Dante Alighieri, stessa sezione, la B, dello scrittore Claudio Magris, che era un anno più avanti. S’iscrisse a Giurisprudenza, perché in famiglia dicevano che quella facoltà «apriva tutte le porte», ma dopo due anni e mezzo passò a Lettere e Filosofia, «perché volevo indagare ciò che sta a monte del diritto, la parola, che non a caso nei testi giuridici ha un’importanza fondamentale: basta spostare una virgola per cambiare una legge».
Sconcerto dei genitori. Tentativi, vani, di dissuaderlo. «Forse c’entrava l’inquietudine tipica di noi triestini citata da Giorgio Strehler in una commemorazione del poeta Umberto Saba, quella che ci spinge a cambiare, a non accontentarci mai, ad andarcene dalla nostra città, quasi che la bora, oltre ai capelli, scompigliasse anche l’animo». Dopo la laurea in letteratura italiana, il professore raggiunse a Milano la sua futura moglie, Donatella Cappellari. Pochi anni d’insegnamento nella scuola media e nei corsi cosiddetti delle 150 ore, lezioni serali ad adulti dai 18 ai 70 anni, «utenti medi e medio bassi del vocabolario che per primi mi hanno obbligato a essere chiaro e comprensibile».
Poi, nel 1978, il grande salto: docente all’Università di lingue estere n. 1 di Pechino, dove cercavano un temerario che redigesse il primo dizionario italiano-cinese. «Portai con me la famiglia. Restammo là fino al 1980, senza mai ritornare in Italia. Sensi di colpa? Guardi, se li ho, non me li ricordo. Per mia figlia Francesca, che aveva appena 5 anni, fu uno shock. Dalla scuola materna in zona Città Studi, si ritrovò in un asilo col pavimento di terra battuta. In sei mesi aveva già imparato la lingua locale. Ma rimosse di colpo l’esperienza cinese al rientro in Europa, dopo un viaggio di 12 giorni sulla Transiberiana, quando, arrivata a Vienna, vide le vetrine dei negozi addobbate per il Natale». Dei due inverni trascorsi a Pechino con 20 gradi sotto zero, a stento mitigati da una stufa di ghisa nella stanza assegnatagli dall’ateneo, Cannella ricorda i guanti («me li toglievo solo per scrivere») e le cene con Piero Ostellino, corrispondente del Corriere della Sera: «Noi gli preparavamo la pasta e fagioli e lui ci raccontava quello che non potevamo sapere». Mao Tse-tung era morto da tre anni. «Cinque dei professori con cui lavoravo provenivano dai campi, dove li avevano mandati “a rieducarsi fra le masse” durante la Rivoluzione culturale. Come base di riferimento utilizzai lo Zingarelli del 1970. Allora non usciva tutti gli anni. Lo consultavo a tappe forzate, 100 pagine al mese. Alla fine, guardando la copertina, mi dissi: io qui ci voglio entrare».
Gli ideogrammi
Di quell’esperienza gli resta il dizionario italiano-cinese, il primo al mondo, e per molti anni l’unico; milioni di ideogrammi che cominciano con 13 lettere dell’alfabeto latino: Mario Cannella. Il curatore dello Zingarelli è uno specialista nel cogliere al volo tutte le nuove parole che gli si presentano davanti agli occhi o che giungono alle sue orecchie. «A volte mi capita di ascoltarle per radio, mentre sono in auto, per cui raccomando a mia moglie di ricordarmele appena arriviamo a casa. Le definizioni migliori poi mi vengono mentre cammino o pedalo sulle cime dolomitiche, soprattutto in Val Badia, ma anche in Valtellina, sulla Grigna, sul Resegone. Essendo ipoteso, col movimento il sangue irrora meglio il cervello. Appena afferro un concetto, mi fermo e lo registro col telefonino».
I neologismi di cui Cannella va a caccia sono di due tipi: quelli lessicali, cioè vocaboli che prima non esistevano, e quelli semantici, che acquistano nuovi significati col mutare dei tempi. «Prenda navigare: oggi si naviga anche in montagna, basta avere con sé uno smartphone e collegarsi a Internet».
Ma quante volte avrà dovuto sentir ripetere kebabbaro o sclerare prima di inserirli nello Zingarelli? «Si seguono precisi criteri. Il filtro iniziale è rappresentato dalla frequenza con cui una nuova parola è citata sulle testate nazionali, Corriere della Sera, Repubblica, Stampa, Giornale, Sole 24 Ore e Gazzetta dello Sport, e su alcuni quotidiani di nicchia, come Foglio, Manifesto e Avvenire. Idem sui settimanali Panorama ed Espresso». Se una parola è significativa, ci mette pochissimo ad affiorare. «Si ricorda inciucio? Viene da ’nciucio, che nel dialetto caprese significa pettegolezzo maligno. Massimo D’Alema lo usò per designare un accordo sottobanco, un pateracchio, in un’intervista rilasciata alla Repubblica nell’ottobre 1995. Da allora è rimasto nel linguaggio della politica e ha generato qualche figlio, da inciucista a inciucione».
La verifica successiva avviene su Internet: «Quattromila referenze su Google, attentamente vagliate e depurate dai doppioni, costituiscono già un discreto incentivo all’introduzione di un neologismo nel vocabolario». Sicché viene da chiedersi come procedesse il lessicografo prima dell’avvento del Web. «Un momento: stiamo parlando di una doppia verifica. E poi teniamo in gran conto la qualità dei siti. Un tempo potevamo basarci solo sulla stampa. Miro Dogliotti, che mi ha preceduto in questo lavoro, ancor oggi porta in redazione qualche scheda di segnalazione alla quale pinza le pezze d’appoggio, cioè articoli di giornale».
Ovviamente Cannella non attinge solo dalla stampa e dalla Rete. «Una delle fonti primarie per un riscontro è il Ciz, ovvero il Corpus italiano Zanichelli, un database che contiene 5 miliardi di caratteri, 1.120 volte la lunghezza della Bibbia, e racchiude otto secoli di opere, da Jacopone da Todi a Mario Luzi, più intere annate della stampa quotidiana e periodica. Questo consente una selezione e un affinamento rigorosi. Esemplifico: celodurismo, nato da una locuzione volgare, si usa dal 1993 ma è entrato nello Zingarelli soltanto dall’edizione 2012, dopo che è stato attribuito a un politico statunitense e quindi ha smarrito la sua originaria connessione col gergo leghista».
Viaggio nel tempo
Giulio Nascimbeni, che fu per lungo tempo il responsabile delle pagine culturali del Corriere, mi ripeteva spesso una frase: «L’unico libro in cui troverai sempre qualcosa di nuovo è il dizionario». Commenta il professore: «Aveva ragione. Non è solo un luogo di domande e risposte, bensì un viaggio nello spazio e nel tempo». Un viaggio che neppure Cannella, pur essendo il pilota di questa astronave cartacea, è riuscito a compiere del tutto: «Credo che neppure Pico della Mirandola sarebbe arrivato al traguardo». Per cui se gli citi mirònico, il curatore dello Zingarelli non ha nessuna difficoltà a dichiarare la propria incompetenza: «Credo sia un lemma specialistico». E quando gli riferisci la definizione («Detto di acido organico complesso contenuto sotto forma di sale potassico nei semi della senape nera»), conclude rassegnato: «Ecco, lemma chimico. Più vado avanti e più so di non sapere, come diceva Socrate».
A un lessicografo, secondo Cannella, sono richieste quattro doti: occhio, orecchio, cervello, estro. «L’occhio serve a cogliere le novità nella lettura di qualunque testo, dall’articolo di giornale al cartellone pubblicitario. L’orecchio dev’essere sempre teso quando si ascoltano la radio, la televisione o una conversazione. Il cervello è la sede della capacità logica nel costruire le voci del dizionario. L’estro soccorre nella creazione di esempi adeguati che spieghino le parole».
Stupisce, a questo proposito, che nel Tommaseo la definizione di casa occupasse 29.381 caratteri, mentre nello Zingarelli si ferma a 5.610. «Quella era la lingua letteraria, scritta. Pochi la parlavano. Il Tommaseo la infarciva di citazioni. E si allargava parecchio nelle definizioni: a proposito del mestiere di lessicografo, per esempio, scrisse che era poco pagato. In compenso la voce cane cominciava così: “Quadrupede noto”».
Ci sono lemmi che a Cannella non piacciono e che ciononostante è costretto a registrare. «Uno è il burocratico attenzionare. Anche vigilessa m’infastidiva parecchio, sembrava una presa in giro. Ora è entrato nell’orecchio di tutti. Ma il fatto che una certa parola figuri nel vocabolario non va considerato come un via libera a un uso indiscriminato».
Ha senso inserire il sostantivo raga, che nel linguaggio giovanile è un’abbreviazione di ragazzo o ragazza, con relativi plurali? Un dizionario che rincorre le mode non contribuisce alla corruzione della lingua? «Non rincorriamo le mode, tutt’altro. Sa quando apparve raga per la prima volta? In epoca antecedente al 1963. L’ha usato Beppe Fenoglio nel romanzo Il partigiano Johnny».
Il giudizio del professor Cannella sullo stato di salute della lingua italiana è bifronte: «Da un lato positivo, perché per la prima volta dall’Unità a oggi la stragrande maggioranza degli italiani è in grado di comunicare, almeno oralmente, usando la lingua italiana; dall’altro negativo, perché c’è stato un netto peggioramento del livello medio della competenza ortografica, morfologica e sintattica nella scuola. Lei provi a dettare nei licei questa frase: “Di mele non ce n’è più”. Poi ne riparliamo. Comunque aveva ragione il grande linguista Graziadio Isaia Ascoli, quando, in polemica con Alessandro Manzoni, pronosticò che solo lo sviluppo civile e culturale avrebbe unificato il linguaggio della nazione. L’italiano è nato attraverso la comunanza dei soldati nelle trincee durante due guerre mondiali, la diffusione della stampa, l’avvento della radio e della televisione, le canzoni, lo sport, le radiocronache di Nicolò Carosio, e così via».
I tormentoni
Il curatore dello Zingarelli non sembra turbato più di tanto dai tormentoni linguistici, per esempio dall’ossessiva ripetizione dell’intercalare come dire. «Ogni stagione ha il suo nella misura in cui. Mi preoccupano di più gli stereotipi scorretti – uno per tutti: piuttosto che al posto di oppure – dilaganti persino, ahimè, fra alcuni ministri di questo nuovo governo di super professori».
Ma non udirete mai il professor Cannella, che pure ne avrebbe titolo, parlare ex cathedra: «Lo Zingarelli è solo un’agenzia autorevole che fissa lo stato della lingua in un dato momento storico. Non sindachiamo che cosa sia giusto e che cosa sia sbagliato. Siamo notai, non giudici».
Stefano Lorenzetto