Diego Gabutti, ItaliaOggi 1/2/2012, 1 febbraio 2012
Per lo Spiegel, Napoli spiega il carattere degli italiani Beneamato, infallibile, caro ai tedeschi, amico dei francesi, portato in palmo di mano dagli americani, snobbato forse un po’ solo dai postsovietici (ma neanche tanto post, a pensarci) che rimpiangono il suo predecessore, amico di lettone e di patonza del presidente russo, il Caro Leader non ha che amici, in particolare tra i gazzettieri, che stravedono per lui
Per lo Spiegel, Napoli spiega il carattere degli italiani Beneamato, infallibile, caro ai tedeschi, amico dei francesi, portato in palmo di mano dagli americani, snobbato forse un po’ solo dai postsovietici (ma neanche tanto post, a pensarci) che rimpiangono il suo predecessore, amico di lettone e di patonza del presidente russo, il Caro Leader non ha che amici, in particolare tra i gazzettieri, che stravedono per lui. Come la folla, che secondo il Dux (aveva letto La psicologia della folla di Gustave Le Bon senza capirne un tubo) «è femmina e ama essere fottuta», mentre i capi sono maschi, boia d’un mondo, forse anche il giornalismo è un po’ femminiello, con rispetto parlando. * * * «Il dittatore ha scelto tra più di cento candidati un lustrascarpe. Non lo incarica d’altro che di pulirgli le scarpe. Questo giova al semplice uomo di campagna, che rapidamente acquista importanza. [Ora] tutti lo temono, persino i ministri e i confidenti più stretti del dittatore. (_) La sera incrocia gli stivali e suona. Scrive lunghe lettere alla famiglia, che diffonde la sua fama in tutto il paese. «Quando si è il lustrascarpe del dittatore» affermano «si è la persona a lui più vicina»» (Thomas Bernhard, Eventi, SE 2007). * * * Se Napoli, come ha scritto un giornale tedesco, spiega il carattere degl’italiani, non è possibile che spieghino qualcosa, geograficamente e antropologicamente parlando, anche Auschwitz e Mauthausen? * * * Qualcuno, nel giorno della memoria, avrà ricordato all’autore dell’articolo in questione, affinché lui lo ricordasse ai suoi lettori, che cosa precisamente, il 27 gennaio, si doveva ricordare? Comincia per «geno» e finisce per «cidio». Oppure comincia per «olo», a piacere, e finisce per «causto». Perpetrato da indovinate un po’ chi (comincia per «te» e finisce per «deschi») su chissà quale specie inferiore di subumani (cominciano per «giu» e finiscono per «dei»). * * * A Michele Serra, che legge queste grossonalità (non proprio queste, queste sono mie) sul Giornale di Alessandro Sallusti e Vittorio Feltri, viene da ridere perché dare del nazista ai tedeschi, dice lui, il maestro di bon ton culturale, è come dire che gli scozzesi sono avari o che i vicentini mangiano i gatti. Si potrebbe istituire un giorno della memoria anche per gli editorialisti di Repubblica affinché non dimentichino d’essere stati loro (mica il Dottor Goebbels, e nemmeno Alessandro Sallusti) a evocare la differenza (e in buona sostanza la superiorità) antropologica delle tribù di sinistra su quelle di destra? Cioè la superiorità De Benedetti su Berlusconi. E di Michele Serra sul suo esatto corrispettivo di destra: Ignazio La Russa quando fa lo spiritoso. * * * C’è «un’Italia che dice no». Alla tirannia? Al Ku Klux Klan? Allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo? Alla fame? Alla pestilenza? Alla morte? No, all’alta velocità. Ai treni che volano (ciuf- ciuf) attraverso la pianura padana portando passeggeri (cosa già poco tollerabile) e merci (cosa assolutamente intollerabile) dal punto A al punto B. Bassa velocità o morte. Venceremos. * * * «Mi piace molto che la gente mi racconti la sua infanzia, ma deve fare in fretta, altrimenti comincio io a raccontare la mia» (Dylan Thomas, Ricordi d’infanzia, in D. Thomas, Molto presto di mattina, Einaudi 1964). * * * «Stroncare il negazionismo», dice il presidente della repubblica. Che nessuno neghi l’atroce evidenza dell’Olocausto. O almeno che non la neghi per sempre, e comunque per non più di quarant’anni, quanti ne ha fatti passare Napolitano dopo l’invasione dell’Ungheria da parte dell’Armata rossa. Egli ha riconosciuto l’evidente infamia dell’intervento sovietico solo all’inizio del presente millennio, cinquant’anni dopo l’invasione, dieci anni dopo la fine dell’Urss. Gli ci sono voluti quasi cinque decenni per rivedere la sua opinione iniziale sulla rivolta ungherese (all’epoca aveva liquidato gl’insorti come teppisti controrivoluzionari). Stroncare, dunque, ma adagio, pianissimo, senza fretta. * * * In procinto di partire per Washington, dove incontrerà il presidente uscente e forse (ma chissà) presto rientrante, il Caro Leader anticipa qualcosa dei colloqui che avrà con Barak Obama. Non gli ricorderà che la crisi globale è colpa di Wall Street e dunque sua. Non glielo rinfaccerrà, dice, anche se potrebbe. Ma anticipa che entrambi «guarderemo avanti, piuttosto che indietro». Questo per evitare di sbattere l’uno nell’aureola dell’altro. * * * «In un saggio, Borges analizzò l’arte dell’insulto latinoamericano, traendo tutti i suoi esempi da polemiche letterarie; a guadagnarsi la medaglia d’oro fu Vargas Vila, barocco esponente dell’arte del vituperio che “distrusse” Chocano con la seguente asserzione: «Gli dèi non hanno acconsentito che Santos Chocano disonorasse il patibolo morendo su di esso. Vive tuttora, dopo avere spazientito l’infamia» (Mario Vargas Llosa, Gioco senza regole, cit. in M. Vargas Llosa, Gioco senza regola. Contro vento e marea, III, Scheiwiller 2011).