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 2012  febbraio 02 Giovedì calendario

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

MADRID — Il Portogallo è lo studente modello dell’Unione Europea.
Un meridionale con il piglio del nordico, tutta un’altra fibra rispetto agli infiammabili greci, sempre in piazza a protestare invece che nei ministeri a tagliare. L’anno scorso, in sei mesi, il Portogallo ha fatto tutti i compiti per restare nella lista dei buoni e solventi: dalle privatizzazioni alle riforme, dalle potature ai servizi a vertiginosi aumenti delle tasse. Eppure il Portogallo, proprio l’allievo prediletto di Frau Merkel secondo le vignette satiriche, si è scoperto con un interesse al 22% sui buoni del tesoro a due anni. «Spazzatura» secondo le agenzie di rating. In genere, alla soglia del 7% uno Stato è considerato fallito.
«La sensazione è che la cura da cavallo che ci hanno propinato sta funzionando alla grande. Solo che nessuno capisce davvero se, a fine terapia, il paziente portoghese sarà ancora vivo o no». Pedro Araujio Cardador è professore di lettere nel liceo più prestigioso di Lisbona. I catastrofisti raccontano di code nelle parrocchie per un piatto caldo, sfrattati in cerca di un riparo da amici e gente che muore perché manca la benzina nelle ambulanze. Per il professor Araujio Cardador queste sono ancora eccezioni. Il Paese che lui descrive è depresso, spaventato dal futuro, pronto al peggio, ma non alla fame. «Sardine e baccalà hanno lo stesso prezzo di prima della crisi — spiega —. È vero, il mio stipendio si è ridotto di mezza tredicesima, ora devo pagare l’autostrada che prima non pagavo, il gas, la luce e il riscaldamento mi costano molto di più. Al ristorante ci vado meno perché l’Iva è passata dal 13 al 23 per cento. Ma in sostanza vivo come prima. Quel che è cambiato è l’umore. Si respira depressione, pessimismo».
Sono le «liberalizzazioni» varate dal governo di centrodestra del premier Pedro Passos Coelho a spaventare il professore. La riforma del lavoro, approvata poche settimane fa con il consenso amaro dei sindacati, lo ha reso licenziabile. La riforma del mercato immobiliare gli ha tolto la garanzia dell’affitto a vita.
L’unica riforma che non lo preoccupa è quella del sistema scolastico: a giugno le scuole pubbliche riceveranno per la prima volta i voti in base ai risultati degli studenti e a settembre le iscrizioni saranno libere. «Ci saranno istituti che rimarranno, a ragione, senza allievi e, a quel punto, gli insegnanti anche meritevoli, ma in ambienti degradati dove le famiglie sono meno attrezzate per aiutare i ragazzi, verrebbero licenziati. Io sono in un buon liceo, ma chi è meno fortunato di me?».
L’aeroporto di Lisbona è pieno di laureati meno fortunati. Sono i «pendolari bianchi» per l’Angola. «Dieci o vent’anni fa, a lavorare nelle ex colonie si diventava ricchi — racconta Javier Veludo Isantino, ingegnere —. Oggi dobbiamo accettare lavori precari in Angola, Mozambico o Brasile. Pochi mesi, anche poche settimane per coprire una necessità delle ditte locali. Poi torniamo indietro. Nei giornali sono gli unici annunci di ricerca di personale. Pendolari e precari. Tanto a casa non c’è nulla da fare».
L’ottantenne ex presidente socialista Mario Soares è tra i pochi a protestare: «L’anarchia finanziaria minaccia di distruggere interi Paesi e la stessa Unione Europea. Reagiamo». Ma le piazze restano rassegnate.
José Miguel Pinto dos Santos, docente di Economia alla Escuela de Dirección y Negocios, è convinto della bontà delle misure adottate. «Abbiamo un proverbio, noi portoghesi, che dice: "Meglio vendere l’anello d’oro che tagliare il dito". La consapevolezza della necessità dei sacrifici è diffusa. La disoccupazione è al 13%, non molto più di prima. Solo che sono cadute le certezze. Chi ha uno stipendio non sa per quanto ancora e chi dipende dai servizi sociali non sa cosa gli toglieranno per primo».
Il governo di Pedro Passos Coelho, entrato in carica il 21 giugno, è riuscito a ridurre il deficit dal 9,1% del 2010 al 5,9% del 2011. Per farlo, oltre a ottenere cento miliardi di aiuti europei, ha messo le mani nei tesoretti degli istituti pensionistici. Ora, è impegnato a scendere al 4,5 quest’anno e al 3% di Maastricht nel 2013. Come direbbe l’allenatore José Mourinho, eroe nazionale, il calendario è dalla sua parte. Quest’anno Lisbona deve rinnovare «appena» 10,1 miliardi di debito (in giugno), mentre Atene, per restare nella categoria dei pesi leggeri, deve ottenerne 33. L’anno prossimo uguale: Lisbona chiederà 9,7 miliardi e Atene 22. Il Financial Times, però, ha abbassato la sua mannaia: «È inconcepibile che già nel 2013 il Portogallo possa ricominciare a finanziare sul mercato il proprio debito». Tradotto significa nuovi miliardi Ue o fallimento.
«La ricetta economica è quella giusta — sostiene Luis Cabral, professore di Economia all’Università spagnola di Navarra —. Le riforme erano necessarie da trent’anni e i risultati sul medio-lungo periodo ci saranno senz’altro. Il problema è che l’austerità pubblica aggiunta alla recessione internazionale non aiuta i conti». Diminuendo il Pil calano le tasse e per ridurre il deficit Lisbona deve essere ancora più severa provocando più recessione. Il primo della classe ha ancora bisogno d’aiuto.