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 2012  gennaio 31 Martedì calendario

A LISBONA TASSI DA DEFAULT

Continua la lenta discesa del Portogallo verso il default. Un nuovo pacchetto di aiuti internazionali (dopo i 78 miliardi dello scorso maggio) sembra ormai inevitabile e i mercati ormai scommettono con decisione su una ristrutturazione del debito che coinvolgerà in modo significativo le banche: per gli investitori il destino di Lisbona è segnato e basta guardare a quanto successo ad Atene per capire cosa succederà nei prossimi mesi.
Ieri il rendimento sui titoli decennali del debito portoghese è salito fino al 17,25%, dieci punti in più rispetto a quella che nell’Eurozona è considerata la soglia del non ritorno, il limite oltre il quale un Paese è ormai destinato alla bancarotta. Il differenziale rispetto ai bund tedeschi con la stessa scadenza si è allargato fino a toccare il 15,45 per cento. I tassi sui titoli a cinque anni sono balzati al 23,35%, un livello mai raggiunto nei dodici anni di euro. E per i bond con scadenza a due anni i rendimenti sono arrivati al anche al 21,47% con un incremento di oltre 200 punti in un solo giorno.
L’inversione delle curve dei rendimenti evidenzia i timori per l’avvicinarsi della bancarotta che si sono manifestati soprattutto dopo che due settimane fa anche Standard & Poor’s, come avevano fatto anche Moody’s e Fitch, ha abbassato il giudizio sul debito lusitano sotto il livello junk, spazzatura. Ieri solo l’intervento della Bce sul secondario - come hanno confermato all’agenzia Bloomberg tre fonti vicine all’Eurotower - ha evitato che la situazione diventasse ancora più grave.
«Il coinvolgimento del settore privato in qualche genere di rinegoziazione del debito portoghese è un evento considerato molto probabile», dice Jim Cielinski, di Threadneedle Asset Management, da Londra. «La preoccupazione del mercato è che la soluzione che si dovrà raggiungere sulla Grecia possa diventare un modello da seguire anche per le difficoltà che stanno attraversando altri Paesi, a cominciare dal Portogallo», spiega Gary Jenkins, di Swordfish Research. Già si comincia a stimare l’entità del «prossimo inevitabile» haircut: se per la Grecia si discute di un haircut vicino al 70%, in Portogallo gli analisti indicano un «livello minimo del 30-40% per il taglio del valore nominale dei titoli pubblici».
I credit default swap su Lisbona sono ai massimi di sempre: il Portogallo è secondo solo alla Grecia nel mondo per costi di assicurazione contro la bancarotta. A seguire nel rischio di bancarotta ci sono Venezuela e Ucraina. Coprire per cinque anni contro il rischio default dieci milioni di euro, in titoli emessi dal Tesoro portoghese, costa 4,25 milioni all’inizio del contratto, ai quali si devono aggiungere 100mila euro all’anno. Un valore che implica una probabilità di default per Lisbona superiore al 72 per cento.
Il Portogallo è in recessione: dopo dieci anni di crescita molto lenta, nel 2012 il Fondo monetario prevede una contrazione del Pil intorno al 3%, ma il crollo dell’economia potrebbe essere anche più pesante, quasi del 4% nelle stime degli esperti di Barclays Capital. Ha un debito pubblico pari al 116% del Pil e nel 2011 è riuscito a centrare l’obiettivo di deficit al 5,9% concordato con Bruxelles e con l’Fmi, ma lo ha fatto con una manovra straordinaria che ha trasferito i fondi pensione del settore bancario al sistema previdenziale nazionale.
«Se per ragioni esterne che non hanno a che vedere con l’impegno del Governo a rispettare i programmi, il Portogallo non sarà in condizioni di tornare sul mercato nel 2013 come previsto, il Fondo monetario e l’Unione europea continueranno a sostenerci», ha detto il premier Pedro Passos Coelho dopo aver a lungo negato la necessità di un nuovo salvataggio internazionale. Luca Veronese • C’E UN BUCO DI BILANCIO DA 4,7 MILIARDI NEL 2012 - Potrà apparire eccessivo quell’attacco violento del mercato al Portogallo con lo spread salito sul decennale al livello record di 1.555 punti base. E la Borsa di Lisbona che ha lasciato sul campo il 2,45%.
In fondo il Portogallo non è la Grecia: il debito in rapporto al Pil è al 108%, meglio assai meglio della martoriata Grecia e in fondo della stessa Italia. Ma vista solo così la situazione di Lisbona è illusoria.
Nuovi aiuti indispensabili
Dietro c’è ben altro. C’è la consapevolezza, ormai diffusa tra gli osservatori, che un secondo piano di aiuti da parte del Fondo monetario e della Ue sarà pressoché inevitabile.
È questa percezione che soffia e alimenta il fuoco della crisi portoghese, rendendo il Paese di fatto una seconda Grecia. A bocce ferme, secondo le stime formulate dall’Ufficio studi di Intesa Sanpaolo, c’è già per quest’anno un buco di bilancio da colmare.
Il buco nero nei conti di Lisbona è quantificato per il 2012 in 4,7 miliardi, il 2,8% del Pil. E questo nonostante i 25 miliardi di aiuti messi a disposizioni da Ue e Fmi. Ma la situazione si ripropone pari pari per il 2013. Neanche l’anno prossimo pur con la tranche da 10 miliardi delle autorità internazionali, il Portogallo riuscirà a colmare il gap tra fabbisogno e fonti di finanziamento: altri 4,8 miliardi di buco. Che saliranno a 14 miliardi se Lisbona non riuscisse a tornare di nuovo sul mercato obbligazionario.
Ecco perché il mercato si è messo a vendere pesantemente sia le azioni che il debito lusitano. Troppo rischio, troppa incertezza e lo spettro di un nuovo appello all’aiuto esterno.
«Nonostante la situazione fiscale sia senza dubbio migliore di quella greca – spiega Luca Mezzomo, responsabile della ricerca macroeconomica di Intesa Sanpaolo – pesano su Lisbona una serie di incertezze, o meglio zone d’ombra. Innanzitutto lo stato di salute delle banche portoghesi fortemente appesantite dai bond di casa; il forte indebitamento delle aziende pubbliche che non riescono più a ricorrere al mercato internazionale; e quel debito occulto nascosto tra le pieghe dei piani di parternariato pubblico-privato sulle infrastrutture».
Quel debito occulto
Mezzomo lo chiama debito occulto, perché di fatto non si è mai riusciti a quantificare la parte di debito di appannaggio del Governo nei maxi-piani di infrastrutturazione del Paese degli anni pre-crisi.
Il giorno che si farà luce si rischiano brutte sorprese. C’è chi ipotizza che il livello del debito possa d’incanto salire oltre il 120% del Pil. Sono queste zone d’ombra a rendere il mercato sempre più nervoso. E la scommessa in fondo è che per i due Paesi periferici dell’area euro il destino sia segnato. Un’uscita pilotata di Grecia e Portogallo sarebbe, per dimensioni e impatti, assai più digeribile che non la fuoriuscita di colossi come Italia e Spagna. E allora i mercati giocano contro. Avendo tra l’altro un atout formidabile. Con il declassamento a spazzatura a metà gennaio del debito portoghese, i fondi e i grandi investitori professionali sono stati obbligati a vendere Lisbona. E l’effetto è stato più che palpabile con lo spread del decennale sul Bund schizzato da allora di oltre 500 punti-base e il rendimento del titolo biennale salito sopra il 20%. A pagarne le spese l’intero debito portoghese e chi lo detiene. In particolare le banche di casa. Con le principali quotate che hanno in pancia 23 miliardi di titoli. Oggi quei bond sono una mina vagante. Se venissero valutati a prezzi di mercato vorrebbe dire una decina di miliardi di perdite per il sistema bancario. Lo stesso film della Grecia. Fabio Pavesi