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 2012  gennaio 31 Martedì calendario

DALLA CRISI SOLO VANTAGGI PER BERLINO

Il cancelliere tedesco Angela Merkel ripete spesso ai tedeschi che l’euro ha portato loro grandi vantaggi e che va salvato per salvare l’Europa. Non sembra averli convinti, visto che l’opinione pubblica, diversi ambienti economici e persino una fetta crescente della sua maggioranza mostrano una crescente irritazione su come le cose stanno andando nell’unione monetaria e sono sicuri solo di una cosa, che, qualunque cosa accada, il contribuente tedesco non deve sborsare un centesimo di più. E comunque deve avere un controllo più stretto su dove vanno anche i soldi già promessi, come dimostra l’idea di limitare la sovranità fiscale della Grecia e, in prospettiva di ogni Paese i cui conti sgarrino.
Ma la signora Merkel ha un leit-motif anche per gli europei, ripetuto al vertice di ieri a Bruxelles: basta essere un po’ più tedeschi per tirarsi fuori dalla crisi. Abbracciare il rigore fiscale assoluto, con il fiscal compact, e stringere la cinghia come fece la Germania dopo la riunificazione, cercando una via d’uscita con un recupero di competitività che porti al rilancio della crescita attraverso l’export. Qualche commentatore ha osservato che, se tutti i Paesi dovessero usare questa strategia mercantilista per far ripartire l’economia, ci sarebbe bisogno di commerciare con Marte per trovare qualcuno che assorbisse tutto questo export.
Altri hanno fatto i conti con i benefici che la Germania ha incassato dal regime di moneta unica, mentre si mostra recalcitrante a fare la sua parte per tenerla assieme. E si rifiuta di vedere che questa tattica dell’intervento minimo, solo all’ultimo minuto prima della rottura, ha contribuito ad aggravare la crisi. Come evidenzia il contagio di questi giorni sul Portogallo a causa dei timori di default greco e le preoccupazioni di un avvitamento rigore-recessione in altri Paesi, Italia e Spagna comprese.
Il tutto, mentre persino la crisi, con il suo flusso di capitali in cerca di rifugio verso i Bund tedeschi, ha avvantaggiato la Germania, con rendimenti dei titoli di Stato sotto zero e quindi un risparmio sul servizio del debito. Inoltre, i prestiti ai Paesi in difficoltà, lungi dall’essere un danno per Berlino come nella convinzione popolare, si sono rivelati un bell’affare, grazie al differenziale fra l’interese pagato dai destinatari degli aiuti e quello corrisposto dalla Germania agli investitori. Il che ha consentito addirittura al Governo Merkel un piccolo taglio di imposte a favore dei redditi più bassi.
I vantaggi maggiori vengono però dall’appartenenza a un’unione monetaria, che ha consentito, secondo i calcoli di Nathan Sheets, di Citigroup, alla Germania di approfittare di un tasso di cambio reale effettivo deprezzato del 15-20 rispetto all’ipotesi del mantenimento del marco. In parte, questo è un effetto della virtù tedesca, di un costo del lavoro sotto controllo, che è cresciuto assai meno che negli altri Paesi dell’Eurozona (dove i salari hanno superato gli aumenti della produttività) nell’ultimo decennio. Questo ha dato un atout competitivo ai produttori tedeschi nei confronti del resto dell’area euro, che rappresenta pur sempre oltre il 40% del commercio del Paese. Ma c’è anche l’effetto deprezzamento che viene dall’agganciarsi con la moneta a Paesi meno competitivi (anche se di solito siamo abituati a pensare agli altri agganciati alla Germania), il che ha creato un’euro molto più debole nei confronti dei concorrenti esterni. Va dato atto peraltro alle imprese tedesche di essersi sapute muovere molto efficacemente per catturare la crescente domanda dei mercati emergenti.
Gli ultimi dieci anni, quelli dalla nascita dell’euro, mostrano un’Eurozona nel suo complesso in equilibrio nella bilancia commerciale, ma in cui a un crescente surplus tedesco fanno da contrappeso i deficit della periferia. Sheets, di Citigroup, calcola che il cambio più basso ha dato una spinta al surplus commerciale tedesco, in termini nominali, di circa 100 miliardi di euro l’anno, quasi il 4% del Pil. Ce n’è abbastanza per mostrarsi un po’ più generosi nelle discussioni con i partner europei.