Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2012  febbraio 01 Mercoledì calendario

CORRIERE DELLA SERA 31/1/2012

FIORENZA SARZANINI
ROMA — Soldi del partito utilizzati per acquistare un appartamento al centro di Roma e altri beni personali. Ben 13 milioni di euro della Margherita che l’ex tesoriere del partito è accusato di aver dirottato su società italiane ed estere. Si tratta di rimborsi elettorali e di altri finanziamenti provenienti dal Partito democratico, ma Luigi Lusi — tuttora senatore del Pd — li avrebbe gestiti come se fossero suoi. Per questo è indagato per appropriazione indebita dalla Procura di Roma, ma l’inchiesta non è terminata. Ci sono ancora alcuni aspetti da chiarire e uno riguarda l’intera movimentazione del conto corrente, sul quale aveva la delega a operare anche l’ex presidente Francesco Rutelli che ha già annunciato di essersi costituito parte civile insieme agli ex vertici del partito. L’attuale leader di Api è stato interrogato come testimone dai magistrati e ha dichiarato di non aver mai avuto alcun ruolo nella gestione economica. Lusi avrebbe invece ammesso di aver spostato i soldi e non è escluso che alla fine possa addirittura decidere di patteggiare la pena. Intanto sono stati comunque disposti ulteriori controlli per ricostruire «entrate» e «uscite» tra il gennaio 2008 e l’estate 2011, esattamente il periodo durante il quale il senatore avrebbe «svuotato» il conto, per verificare eventuali altri trasferimenti illeciti.
L’appartamento di lusso
Gli accertamenti vengono avviati nel novembre scorso quando i magistrati ricevono una segnalazione di operazione sospetta da Bankitalia. Da un conto corrente intestato a «Democrazia e libertà» sono infatti partiti novanta bonifici in poco più di due anni e mezzo e dunque si chiede alla Guardia di Finanza di scoprire causali e destinatari dei soldi. Quel deposito — come scoprono gli investigatori delle Fiamme gialle — «è alimentato da accrediti disposti a titolo di rimborso elettorale e da trasferimento di fondi del Partito democratico». Si scopre così che gli accrediti sono stati tutti inviati alla «TTT srl». Si tratta di una società riconducibile a Lusi e il passaggio di denaro è stato giustificato come «pagamento di fatture per consulenze». In realtà le verifiche patrimoniali raccontano tutt’altra storia.
Con i soldi del partito, l’ex tesoriere della Margherita ha acquistato uno splendido appartamento in via Monserrato 24, nel cuore della Capitale, e l’ha pagato un milione e 900 mila euro. Agli atti dell’indagine viene allegata la pratica di mutuo e la documentazione dalla quale risulta che l’acquirente è proprio il politico del centrosinistra, visto che negli atti notarili non vengono indicati altri beneficiari.
Le società canadesi
Le verifiche proseguono e l’attenzione degli investigatori si concentrano su un’azienda che si occupa di transazioni di stabili e appartamenti, la «Paradiso immobiliare». Le prime verifiche accreditano l’ipotesi che anche in questo caso possa trattarsi di un trasferimento fittizio di denaro che in realtà ritorna poi nella disponibilità privata di Lusi. Ma sono gli importi a interessare chi indaga. Perché c’è un primo trasferimento di un milione e 863 mila euro nella casse di questa società e viene disposto un ulteriore accredito allo stesso beneficiario, questa volta pari a 2 milioni e 815 mila euro. La causale è sempre la stessa: consulenze. È possibile che si tratti di prestazioni professionali legate a compravendite di beni molto costosi, ma perché utilizzare i soldi del partito? Lusi si è davvero appropriato indebitamente di tutti questi soldi o copre invece affari di altri?
Una pista da seguire porta direttamente a Toronto, dove ha sede la Luigia Ltd, società di dominio canadese anch’essa riconducibile a Lusi, che riceve 272 mila euro. E poi ci sono trasferimenti di somme di inferiore entità, ma ritenuti comunque interessanti dagli inquirenti perché riguardano direttamente Lusi. Sul suo conto personale vengono bonificati 49 mila euro, altri 60 mila arrivano invece su quelli intestati al suo studio legale. Ulteriori 119 mila euro li riceve pure uno studio di architettura «Giannone-Petricone» che ha sede in Canada. Non sembra affatto una coincidenza il fatto che Pina Petricone è la moglie di Lusi e risulta nata a Toronto.
Le mancate autorizzazioni
Il senatore del Pd viene convocato in Procura la scorsa settimana e gli viene chiesto conto di ogni movimentazione. Secondo le indiscrezioni non avrebbe negato il trasferimento di denaro e adesso i magistrati vogliono capire se davvero sia riuscito a sottrarre i 13 milioni senza che nessuno se ne accorgesse, o se invece abbia potuto contare sulla complicità di qualcuno. Appare infatti poco credibile che in tre anni — quando la Margherita era già fusa con i Ds ed era nato il Partito democratico — nessuno gli abbia chiesto conto della destinazione dei soldi. Anche perché si trattava per la maggior parte di rimborsi elettorali e dunque di disponibilità da utilizzare per iniziative degli esponenti del partito o comunque da concordare con il Pd che, tra l’altro, aveva dirottato parte dei finanziamenti proprio su quel deposito.
Rutelli ha negato di aver autorizzato trasferimenti di somme, bisognerà capire che tipo di controlli erano stati predisposti dalla Margherita, tenendo conto che circa 5 milioni sono stati utilizzati per pagare le tasse. Si deve verificare se si trattava di imposte relative ai soldi ricevuti dalla Margherita dopo le elezioni oppure di balzelli relativi agli affari privati. E così stabilire anche chi avrebbe dovuto vigilare sul corretto utilizzo dei soldi e non l’ha fatto.


MONICA GUERZONI
ROMA — Il tesoriere modello, conti a posto e reputazione specchiata. Questo era il ritratto di Luigi Lusi, fino a quando dalla Procura non è filtrata la notizia dell’indagine a carico del senatore del Pd. «Le carte? Di quale carte parla?», risponde al cellulare alle sei della sera. «Non c’è nessuna carta». Le notizie però ci sono, o no? Il buco di 13 milioni nelle casse della Margherita, i 90 bonifici in uscita, la casa da 2 milioni nel centro storico della Capitale. Gli investigatori sospettano che abbia intascato un tesoro... «Ho parlato con i giudici e mi sono assunto la responsabilità di tutto e di tutti». Quindi è vero che ha accettato di patteggiare? «Le dirò solo quel che qualunque tesoriere di un partito deve dire se succede qualcosa, e cioè che mi assumo ogni responsabilità. Non ho altro da dichiarare». E la casa a Campo de’ Fiori? «Io pago un affitto di 2.500 euro al mese, come può dimostrare un contratto regolarmente trascritto».
Sul conto di Democrazia e libertà, è la tesi degli inquirenti, ci sarebbero due firme, quella di Lusi e quella di Francesco Rutelli, fondatore della Margherita. Ma l’ex tesoriere smentisce che il conto fosse cointestato con il leader dell’Api e definisce «sbagliati» molti passaggi delle ricostruzioni: «Le cose che girano sono mestate ad arte. I miei bilanci sono sempre stati in attivo e, grazie alla buona amministrazione, nelle casse della Margherita ci sono oltre 20 milioni». Non è vero che ha versato i soldi pubblici su un suo conto personale? E che ha effettuato un bonifico di 120 mila euro a una società immobiliare che farebbe capo allo studio di sua moglie? «Mia moglie non è architetto, ma medico chiropratico, e non possiede alcuna società. E non sta né in cielo né in terra che il Pd abbia versato soldi alla Margherita».
Gli investigatori non escludono che Lusi stia coprendo responsabilità di altri. Ma il senatore, che pure di storie da raccontare deve averne, se le tiene per sé: «La cosa che più mi sta a cuore, in questo momento, è la mia famiglia». E alle dieci di sera — con una nota firmata assieme al presidente dell’Assemblea federale Enzo Bianco e al presidente del Comitato di tesoreria della Margherita srl, Giampiero Bocci — Rutelli scarica ufficialmente Lusi. Ne loda la personalità e i «bilanci sani e in attivo», ma dice di aver «appreso con sconcerto che Lusi aveva confessato di essersi appropriato di ingenti somme di denaro». Annuncia di aver dato «corso immediato a tutte le azioni giudiziarie come parte offesa» e rivela che il tesoriere dimissionario «ha manifestato la sua intenzione di restituire, in tempi brevissimi, le somme di cui si è appropriato e che sono nella sua disponibilità».

CORRIERE DELLA SERA 1/2/2012
MONICA GUERZONI
ROMA — Luigi Lusi non molla. Il Pd valuta l’espulsione e, con una lettera della presidente Anna Finocchiaro, gli chiede di dimettersi dal gruppo del Senato. Ma l’ex tesoriere della Margherita è determinato a resistere: «Non lascio, perché dovrei? Se mi dimettessi io dovrebbero farlo tutti gli indagati del Parlamento». Nel Pd la storia del capo scout diventato senatore, al quale Francesco Rutelli affidò la cassa del primo partito da lui fondato, ha aperto una ferita profonda. I democratici, già colpiti sei mesi fa dalla bufera giudiziaria su Filippo Penati, tradiscono sconcerto e imbarazzo, una tensione che riporta dolorosamente a galla reciproche diffidenze.
«Non faremo sconti a nessuno, come sempre — annota su Twitter Pierluigi Bersani, che ha già convocato la commissione di garanzia — Le procedure verranno applicate rigorosamente». La segreteria sceglie la linea dura e valuta l’espulsione. «Noi non ne sappiamo niente — è la prima reazione del leader — Sono sorpreso, e non gradevolmente». La domanda che molti si fanno è se sia davvero possibile che i vertici della Margherita non si siano accorti del buco da 13 milioni di euro, che Lusi avrebbe intascato per uso personale. La reazione di Francesco Rutelli, uscito dal Pd per fondare l’Api, è durissima: «Siamo incazzati e addolorati. La Margherita intende recuperare tutto il maltolto». La Margherita srl annuncia di aver affidato alla società di revisione Kpmg il mandato di attuare una due diligence dei bilanci. Ma intanto Pierluigi Castagnetti chiede la convocazione dell’assemblea nazionale «per assumere i provvedimenti del caso» e Arturo Parisi rivela: «Nel 2011 chiesi un approfondimento su alcune voci di bilancio troppo ampie in uscita, che mi sembravano opache». Perplessità che devono aver sfiorato un altro ex ministro, Giulio Santagata: «Ho chiesto più volte le carte ma non me le hanno date. Le cose che so le dirò ai giudici, se mi chiameranno». Ma in serata il deputato precisa di non aver nulla da raccontare ai magistrati, «era solo una conversazione scherzosa».
Tira una brutta aria, nel Pd. Rosy Bindi, «triste e amareggiata», allarga lo sguardo al vero nodo della questione: «Questa vicenda ripropone l’urgenza di varare una legge che regoli la vita dei partiti, prevedendo nuove norme per il finanziamento pubblico». Quanto a Lusi, la presidente del Pd definisce «sconcertanti» i fatti e chiede al senatore un passo indietro: «Ha fatto bene la presidente Finocchiaro a chiedere le dimissioni dal gruppo». Se Lusi lasciasse lo scranno al suo posto entrerebbe il bersaniano Stefano Fassina, responsabile economico del Pd. Alla Camera non si parla d’altro. Enzo Carra, ora nell’Udc, definisce «inverosimile l’idea che la Margherita abbia subìto inerte le decisioni solitarie del suo amministratore». Massimo D’Alema sceglie l’ironia, un registro che fotografa l’eterna rivalità tra fondatori. «Quello ha una casa in Canada — sorride l’ex premier rivolto al tesoriere della Quercia, Ugo Sposetti — Ora se tu non ci dici che hai almeno una casa in Siberia, non si fa un’unificazione alla pari».
Monica Guerzoni

CORRIERE DELLA SERA 1/2/2012
FIORENZA SARZANINI
ROMA — Adesso Luigi Lusi vuole patteggiare la condanna. Il tesoriere della Margherita, attualmente senatore del Partito democratico, accusato di aver utilizzato a fini personali tredici milioni di euro del partito, mira a far chiudere l’inchiesta riconoscendo le proprie responsabilità. Ai magistrati ha spiegato di essere anche disponibile a restituire il maltolto. Ma i conti non tornano. Perché la proposta di fidejussione che è già stata depositata «copre» 5 milioni di euro, dunque una cifra molto inferiore al totale contestato. Perché tanta differenza? Lusi avrebbe spiegato che in realtà il resto dei soldi è servito a pagare le tasse, ma non è apparso convincente e dunque bisognerà effettuare nuove verifiche. Anche per comprendere come sia riuscito a sfuggire ai controlli, soprattutto tenendo conto che quel denaro proviene da rimborsi elettorali e da versamenti effettuati dal Partito democratico dopo la fusione, dunque si tratta — almeno in parte — di denaro pubblico.
I conti fatti dagli investigatori della Guardia di Finanza sono precisi: la cifra trasferita in tre anni dal conto corrente intestato a Democrazia e libertà alla società TTT srl grazie a 90 bonifici, ammonta a 12 milioni 961 mila euro. Un milione e 90 mila euro sono stati spesi per l’acquisto di un appartamento di lusso nel centro di Roma, in via Monserrato 24. I 4 milioni e 700 mila euro finiti alla società Paradiso Immobiliare sono invece serviti, almeno in parte, per acquistare una splendida villa a Genzano, ai Castelli Romani. E poi ci sono le operazioni di accredito al conto personale e a quello dello studio legale, i trasferimenti alla società canadese Luigia Ltd, quelli a uno studio di architettura intestati alla moglie. Oltre ai 5 milioni per le imposte. Ed è questo il nodo da sciogliere: si tratta di tasse per gli affari personali oppure sono state versate per conto del partito? E soprattutto, davvero Lusi ha speso tutti i soldi per sé?
Al momento si sa che dopo la consegna dell’informativa dei finanzieri con la ricostruzione della storia del conto corrente, è stato convocato in Procura l’ex presidente della Margherita Francesco Rutelli che — proprio per il ruolo che ricopriva — aveva la delega a operare su quel deposito. «Non so nulla di questa storia — avrebbe detto l’attuale leader di Api — però posso dire che mi sono sempre fidato ciecamente di Lusi e dunque sono certo che potrà chiarire ogni cosa». Di fronte ai magistrati Rutelli avrebbe poi contattato il tesoriere chiedendogli di presentarsi la mattina dopo. E così è stato. Lusi è stato interrogato e ha ammesso le proprie responsabilità spiegando di essere sempre stato «responsabile per tutto». Frase sibillina che però non ha avuto seguito, visto che subito dopo ha manifestato la propria intenzione di chiudere la vicenda patteggiando la pena per il reato di appropriazione indebita e restituendo i soldi. Una mossa che potrebbe però non essere sufficiente.
Secondo gli accertamenti effettuati dalle Fiamme gialle i soldi provengono da canali pubblici — rimborsi e Pd — e dunque è su questo che bisogna continuare a indagare per scoprire se altri possano aver beneficiato — attraverso giri societari — dei bonifici del tesoriere. Ma pure per comprendere come mai non siano stati attivati dei «filtri» per mettere al riparo il denaro che serve, tra l’altro, a garantire lo stipendio dei dipendenti. «All’attività degli inquirenti — dichiara l’avvocato Titta Madia, che tutela Rutelli e la Margherita — si affiancherà una verifica che è stata già affidata alla società Kpmg specializzata nella revisione dei bilanci, proprio per accertare se Lusi possa aver compiuto altri illeciti. Vogliamo conoscere ogni esborso, compreso il pagamento delle fatture, per stabilire se siano state versate somme non dovute o se possano essere state effettuate operazioni "coperte"».
Ora bisognerà capire se il partito accetterà l’offerta di Lusi per la restituzione di soli 5 milioni. Nell’attesa i magistrati stanno valutando l’eventualità di disporre il sequestro cautelativo dei beni immobili, ma anche di convocare quei dirigenti di Democrazia e libertà — primo fra tutti Arturo Parisi — che sostengono di aver chiesto una verifica dei bilanci già nei mesi scorsi, ma di non aver ottenuto alcuna risposta perché «la commissione istituita appositamente non ha mai fatto nulla».

LA REPUBBLICA 1/2/2012
ANNALISA CUZZOCREA
ROMA - La maggior parte delle dichiarazioni sono di sorpresa.

Deputati e senatori non parlano che di Luigi Lusi e di quei 13 milioni sottratti a un partito "in sonno". Ricostruiscono, fanno ipotesi, ripetono: «Non è possibile, era uno scout». Tirano fuori Primo Greganti, il funzionario Pci che andò in carcere nel ’93 per aver incassato tangenti senza mai confessare, per poi dire che no, quella era un’altra storia. Il tesoriere della Margherita, ora senatore pd, ha ammesso di aver preso quei soldi per sé. «Siamo incazzati e addolorati - dice l’ex presidente del partito Francesco Rutelli - intendiamo recuperare tutto il maltolto». «Noi del Pd non ne sappiamo nulla - dichiara Pier Luigi Bersani - aspettiamo l’accertamento dei fattie poi, se ci sono responsabilità individuali, procediamo secondo le regole».

La presidente dei senatori Anna Finocchiaro chiede che Lusi si dimetta dal gruppo. Mentre la commissione di garanzia del partito annuncia che si riunirà per prendere decisioni. Per qualcuno non basta. «A mio modesto avviso - dice Pippo Civati, consigliere regionale e animatore dei quarantenni di Prossima Italia - Bersani dovrebbe invitare caldamente Lusi a dimettersi da parlamentare». Civati si sofferma sul «discutibile» regime dei rimborsi elettorali. Il segretario radicale Mario Staderini accusa: «Fu Lusi a presentare nel 2010 l’emendamento per condonare ai partiti oltre 100 milioni di euro di multe per i manifesti illegali. I compagni di merende gli devono tanto».

E aggiunge: «Dal 1994 a oggi i partiti hanno incassato oltre 2 miliardi e mezzo di euro di rimborsi, pur avendo sostenuto spese per un quinto di quella cifra». Si discute di questo, e del fatto che una formazione politica non è una bocciofila: «Servono revisori esterni», dice il tesoriere pd Antonio Misiani. Molto inseguiti, ieri, i tesorieri. D’Alema incrocia l’amministratore dei ds Sposetti: «Quello ha una casa in Canada, ora se tu non ci dici che hai almeno una casa in Siberia, non ti guardiamo in faccia».

Eppure alla Margherita tutti giurano che ci si poteva fidare. «Il potere amministrativo era interamente nelle mani di Lusi - si legge in una nota - persona da tutti stimata, che aveva iniziato la propria attività in quanto direttore generale degli Scout, apprezzato dal sindaco Rutelli ed eletto due volte amministratore del partito». Proprio Rutelli, insieme a Enzo Bianco e Giampiero Bocci, dovrà ora occuparsi dei conti, affidati a una società di revisione esterna. Lusi si è dimesso il 25 gennaio. E in mezzo alla sorpresa, si fanno strada i ricordi: «Avevo notato opacità nelle voci di spesa e lo avevo denunciato», dice Arturo Parisi. «Chiesi una sospensione della votazione sul bilancio ma venne rifiutata. La commissione di verifica si riunì una volta sola e andò deserta». «C’era qualche opacità anche nei bilanci precedenti al 2011- aggiunge Pier Luigi Castagnetti - voci troppo generiche». Solo che il bilancio era in attivo di 20 milioni di euro, talmente positivo da non dar seguito ai dubbi. «La cosa che più mi rattrista- sospira Paolo Gentiloni - è che questa storia rischia di infangare una vicenda politica che merita assoluto rispetto».

LA REPUBBLICA 1/2/2012
CARLO BONINI
ROMA - Esiste una spiegazione, quale che sia, per un furto di 13 milioni di euro di denaro pubblico? E come è possibile che, in tre anni, nessuno nella Margherita abbia avuto anche solo la percezione che qualcosa nei conti del partito non tornava? Alle due domande che sono il cuore dell’affare che lo ha travolto, Luigi Lusi offre risposte bofonchiate, sostanzialmente reticenti, in qualche modo allusive. E nel farlo si impegna con la Procura e la Margherita, ora parte offesa nei suoi confronti, a una restituzione parziale del maltolto - 5 milioni di euro - che anziché chiudere il caso, ne moltiplica gli interrogativi. Vediamo.

La mattina del 17 gennaio, interrogato dal Procuratore aggiunto Alberto Caperna e dal sostituto Stefano Pesci, l’ex tesoriere abbozza sulle prime una difesa spericolata. «Quel denaro - esordisce - è il compenso per regolari consulenze pagate dal partito alla TTT», una srl italiana controllata da una società canadese di cui lo stesso Lusi è proprietario. E’ una frottola, evidentemente, che si affloscia sotto il peso di una sola domanda dei pm: «E’ in grado di fornire la documentazionea sostegno di queste fatture?». «No - dice Lusi - l’ho distrutta per ragioni di privacy».

Raccontano fonti inquirenti che, a questo punto, l’interrogatorio viene sospeso. Che Lusi è invitato a riflettere insieme al suo avvocato, Luca Petrucci.

E che nel giro di dieci minuti, una bugia insostenibile si trasforma in una confessione.

Che suona così: «Mi assumo per intero la responsabilità di quanto mi viene contestato.

Avevo bisogno di quel denaro di cui avevo la disponibilità e l’ho preso». Apparentemente senza particolari remore o timori, nella convinzione, lascia intendere ai pm, che in qualche modo il partito gli dovesse molto. «Ho lavorato dieci anni come amministratore...», dice. Lusi non va oltre. Ma che si senta in "credito" con la Margherita per una "liquidazione" mai avuta, per i segreti professionali di cuiè custode,è anche nella proposta di restituzione che abbozza. Cinque milioni di euro subito, garantiti da una fidejussione sul suo patrimonio personale, per chiudere il contenzioso e alleggerire la sua posizione penale in vista del patteggiamento.

E questo, secondo un calcolo che, all’osso, è così fatto: dei 13 milioni sottratti, 5 sono stati pagati a titolo di tasse. Ne rimangono 8. E di questi, 5 possono essere garantiti immediatamente, mentre sugli altri 3 la Margherita potrebbe anche "transare", magari imputandoli quali compensi mai riconosciuti a Lusi, anche perché a nulla può valere la garanzia degli immobili di via Monserrato e della villa di Genzano, acquistati dall’ex tesoriere con una parte del denaro sottratto alla Margherita, ma per il resto gravati da mutui.

Lusi, insomma, è disposto a portare la croce, ma senza cantare. Anche perché sa bene quanto complicato sia per i suoi ormai ex compagni di partito spiegare come sia stato possibile che nessuno abbia mangiato la foglia per un tempo così lungo. Perché se è vero che il 16 gennaio, l’ex segretario della Margherita, Francesco Rutelli, si è dimostrato solerte nel collaborare con la Procura (interrogato di sera, dopo essere caduto dalle nuvole - «Io di conti non mi sono mai occupato» - ha chiesto a Lusi telefonicamente di presentarsi dai pm l’indomani mattina),è altrettanto vero che lo spettacolo offerto ieri dall’ex gruppo dirigente del partito è apparso sconcertante.

Si scopre infatti che, già nel giugno dello scorso anno, Arturo Parisi aveva segnalato, in seno all’Assemblea federale chiamata ad approvare il bilancio, «opacità di bilancio che imponevano risposte dettagliate». «Ricordo voci in uscita per milioni di euro - dice Parisi - giustificate come "attività di partito". Peccato che la Margherita non esisteva più da 4 anni». E si scopre anche che l’ «organismo di verifica» chiamato a una revisione su quelle opacità (ne facevano parte tra gli altri Rosy Bindi, Dario Franceschini, Beppe Fioroni, Enrico Letta) trovò il modo di non riunirsi mai.

Certo, Lusi godeva della «piena fiducia» dell’ex gruppo dirigente della Margherita. Ed è altrettanto vero che, in tre anni, ha svuotato il tesoretto del partito facendo attenzione a non superare mai, con i 90 bonifici destinati alla sua "TTT", la soglia dei 150 mila euro ad operazione (cifra entro la quale aveva diritto ad operare senza dover chiedere autorizzazione al vertice del partito). E tuttavia, dove erano il Comitato di Tesoreria e il suo presidente Gianpiero Bocci? E il collegio dei Revisori contabili? E’ anche a queste domande che dovrà rispondere l’inchiesta della Procura di Roma.

LA REPUBBLICA 1/2/2012
ANTONELLO CAPORALE
ROMA - «Non ho nessuna intenzione di andar via dal Pd». Sono le nove di sera, la giornata è stata assai triste ma l’umore del senatore Luigi Lusi pare combattivo, ed è un imprevisto. Sembrava infatti che il cratere dentro cui è sprofondato insieme alla Margherita con i milioni di euro dispersi in novanta bonifici, lo avesse costretto alla resa.

Invece pare depresso ma non distrutto. «Mi hanno buttato un sacco di fango addosso». Molto fango, vero. Fango e stupore e qualche veleno.

L’avvocato Lusi girava in Mercedes, così ricordano. E aveva autista e segretaria, così ricordano. E non badava al soldo, ma teneva a una bella e fruttuosa carriera politica.

Il collegio elettorale l’ha sembre accudito con una spruzzatina di soldi, frutto della sua autorevolezza nel destinare le briciole della annuale legge mancia, le spese minute che il governo affida ai parlamentari». «Francesco Rutelli si arrabbiò moltissimo quando Lusi non lo seguì nell’Api», rievoca Pino Pisicchio, che nella piccola barchetta centrista ha trovato ospitalità. «Fu molto turbato da quella scelta, si notava che mai si sarebbe aspettato quel voltafaccia». Da amici erano diventati ex, e però - tutto sommato - i rapporti rimasero cordiali.

«Rompi i coglioni una volta, li rompi una seconda, li rompi una terza. Ti sembra che basti. Invece avrei dovuto fare di più. Perché quella schifezza di legge che destina in capo al segretario del partito ogni ricchezza, delegandolo alla spesa persino a sua insaputa, io l’ho avversata subito», dice Arturo Parisi, incredulo, ancora intontito. «E da subito mi sono messo a chiedere cosa mai dovessimo fare di quei soldi, e del giornale. E di tante cose ancora».

Lusi era il gioiello dei tesorieri, un professionista da riverire. «Con me nessun rapporto, niente», assicura Antonio Misiani, tesoriere del Pd. «Ho tutto il bilancio certificato, spesa per spesa». Lusi magari specificava di meno. «Leggevo voci di bilancio troppo riassuntive, striminzite, evasive», nota ora Castagnetti.

Anch’egli turbato.

La cassa è un affare esclusivo del tesoriere che ne risponde solo al segretario. «La cassa serve a pagare le tessere, a pagare i convegni del segretario, e sostenere le campagne elettorali della cordata del segretario. I soldi in genere i partiti li spendono così. Prenda il Pdl: ha fatto la campagna per il tesseramento, ogni tessera dieci euro. Un milione di iscritti ha dichiarato. Quindi dieci milioni di euro. E a Napoli, duecentomila tessere fanno da sole due milioni di euro. Chi controlla le tessere controlla il partito. E chi controlla il partito, se non iol segretario?«, domada Flavia Perina, ex An.

I soldi servono unicamente per fare questo? Di certo il tesoriere risponde solo al segretario e a nessun altro. «Non mi hanno mai invitato ai loro incontri», dice Italo Tanoni, ex socio della Margherita, la srl gestita da Lusi. «Io denunciai tutto per tempo», ricorda Lusetti, anch’egli un ex. «Io chiedevo che all’Api andasse il gruzzoletto di spettanza, quel tesoretto che c’era potesse essere diviso visto che a noi mancano sempre i quattrini», dichiara Pisicchio. «Eppure mi dicevano che non si può, non si può, non si può».

I bilanci dei partiti puzzano un po’. «Siamo andati in tribunale, con quelli di An ce la vedremo lì», dice Bocchino.



LA REPUBBLICA, 1/2/2012
GAD LERNER

LA MARGHERITA, un partito che non esiste più da cinque anni, dispone tuttora di un patrimonio superiore ai 20 milioni di euro. Questo partito-fantasma, cioè, da solo detiene una cifra di gran lunga superiore ai soldi che risparmieremo in un anno con la decurtazione sugli stipendi dei parlamentari approvata lunedì scorso. Il suo tesoriere, senatore Luigi Lusi, si è assunto davanti ai giudici la colpa di un’appropriazione indebita per 13 milioni.

Tredici milioni distolti attraverso 90 bonifici in soli due anni e mezzo dai conti bancari di cui era cointestatario insieme a Francesco Rutelli. Confidiamo di sapere al più presto se davvero si tratti solo di un clamoroso episodio di disonestà personale, come affermano gli ex dirigenti della Margherita, o se invece Lusi stia sacrificandosi anche nell’interesse di altri. Ma nel frattempo dobbiamo chiederci: cosa se ne fa la defunta Margherita, dopo la confluenza nel Partito Democratico, di tutti questi soldi? Nella reticente dichiarazione attraverso la quale i rappresentanti legali della Margherita (Francesco Rutelli, Enzo Bianco e Gianpiero Bocci) si dissociano dall’operato di Lusi, stupisce il compiacimento con cui rivendicano di avere sempre goduto di "bilanci sani e in attivo". Quasi che il risparmio e la valorizzazione patrimoniale rientrassero tra le finalità di un partito politico, alla stregua di un’azienda profit. Grazie alla legge sui rimborsi elettorali (sovrabbondanti) con cui s’è aggirato il referendum che nel 1993 abrogò il finanziamento pubblico dei partiti, ci sono forze politiche che incassano molto più di quanto spendono, dedicandosi a investimenti speculativi di cui non sono tenute a rendere conto. La Margherita, per esempio, è riuscita a "risparmiare" oltre 20 milioni in un decennio. Usufruendo peraltro di rimborsi elettorali ben oltre la data del suo scioglimento. La verità è desolante: fra le ricchezze nascoste che penalizzano l’economia nazionale, rientrano pure i tesoretti occultati dalle forze politiche che ne predicano il risanamento. Partiti viventi e scomparsi gestiscono patrimoni mobiliari e immobiliari grazie ai quali i loro notabili intestatari perpetuano il proprio potere, talvolta traslocando perfino da uno schieramento all’altro. Non paghi di una legge elettorale che riserva loro l’esclusiva sulla scelta dei candidati, profittano ulteriormente di questo potere di firma per ostacolare la contendibilità democratica delle cariche dirigenti.

È capitato (di rado) che i "residui attivi" venissero investiti in operazioni politiche trasparenti: l’estate scorsa i Democratici dell’Asinello - dieci anni dopo il loro scioglimento! - li hanno devoluti per la raccolta di firme del referendum abrogativo della legge porcellum. Ma il più delle volte i capipartito e i capicorrente investono i nostri soldi nella loro autoperpetuazione. Basti pensare ai derivati speculativi acquisiti in Tanzania, a Cipro e in Norvegia dalla Lega Nord. E agli appartamenti comprati da Di Pietro e Mastella. Distinguere fra il lecito e l’illecito, in questa corsa all’accaparramento di risorse pubbliche, risulta difficoltoso. Perché i gruppi dirigenti tendono a diffidare anche al loro interno, come dimostra l’insolita "separazione dei beni" stabilita fra ex Ds e ex Margherita al momento del matrimonio nel Partito Democratico. Mentre i notabili che non dispongono di accesso diretto alla mangiatoia dei rimborsi elettorali, ricorrono alle Fondazioni per attingere finanziamenti sia pubblici che privati.

Stupisce la cautela di Bersani, cui non bastano le ammissioni di colpa già rese ai giudici dal senatore Lusi per deferirlo ai probiviri del partito, e resta in attesa che vengano "accertate responsabilità individuali". Forse perché Lusi è depositario di troppe informazioni riservate, come già Filippo Penati? A vent’anni da Mani Pulite intorno ai partiti ruota un eccesso di denaro pubblico sottratto al dovere del rendiconto perché mascherato sotto forma di rimborsi elettorali, un eccesso scandaloso quanto il ritorno in auge delle tangenti, ancorché legalizzato.

Né può essere addotto come giustificazione il fatto che il principale partito della destra goda del sostegno di uno degli uomini più ricchi del paese.

L’autoriforma del Pd promessa da Bersani non potrà dunque limitarsi alla selezione delle candidature attraverso le primarie, su cui si è impegnato alla recente Assemblea nazionale. Deve contemplare un censimento veritiero delle risorse patrimoniali ereditate dal passato e un sistema di controlli rigoroso sul loro utilizzo no profit condiviso. Come direbbe lui, "non siamo mica qua a scimmiottare l’investment banking...".

Desta invece curiosità Francesco Rutelli, trasmigrato con Casini e Fini nel Terzo Polo centrista, quando rilascia dichiarazioni a nome della fu Margherita intenzionataa "recuperare tutto il maltolto".

D’accordo, ma per farne poi che cosa? Basterà la sua firma sul conto in banca depredato, sottoscritta con delega congressuale al tempo in cui Rutelli credeva ancora nel bipolarismo e nel progetto democratico, per riconoscerlo comproprietario di quei 13 milioni? Per oltrepassare la stagione della politica sottomessa alla tecnocrazia, urge liquidare questi partiti ridottia consorterie private, in palese violazione dell’articolo 49 della Costituzione della Repubblica: "Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale". Con metodo democratico, appunto.

LA STAMPA 1/2/2012
FRANCESCO GRIGNETTI
Era da dieci anni un tesoriere di assoluta fiducia, l’uomo a cui erano state affidate le chiavi della cassa della Margherita, l’ex scout approdato alla politica grazie all’incontro magico con Francesco Rutelli. Ma Luigi Lusi, senatore Pd, li ha fatti fessi. Nel giro di qualche mese, grazie a centinaia di bonifici intestati a una sua piccola società con la dizione «consulenze», ha dirottato 13 milioni di euro che appartenevano a un partito defunto, ma vitalissimo quando si tratta di incassare dallo Stato i rimborsi elettorali. Lusi con quei soldi si è comprato un appartamento da favola nel centro storico di Roma e una villa ai Castelli romani. Altri milioni sono finiti chissà dove: risulta che la ristrutturazione della villa è costata 2,8 milioni di euro. Lusi è stato scoperto dopo che la Banca d’Italia ha segnalato alla Guardia di Finanza e alla procura di Roma una serie di operazioni bancarie sospette. Di fronte all’evidenza è crollato assumendosi ogni colpa, spiegando che si era assegnato da sé una «congrua» buonuscita per i suoi anni da tesoriere, impegnandosi però a restituire i fondi e prefigurando un patteggiamento: ieri sera, tramite fidejussione, ha offerto una transazione da 5 milioni di euro sui 7 che ammette di avere intascato.

«Siamo incazzati e addolorati», grida al mondo Francesco Rutelli, il mentore di Lusi. Scopre i fatti quando è convocato in procura il 16 gennaio e gli chiedono di un conto bancario di cui formalmente è co-titolare. A quel punto esplode lo scandalo e il giorno dopo Lusi va con l’avvocato davanti al magistrato. Ma ai soci della Margherita in fondo interessa poco come andrà a finire l’inchiesta penale. Ai loro occhi conta di più la trattativa tra avvocati per definire le modalità della restituzione. Nel frattempo una società di revisori ha iniziato a guardare dentro la contabilità e entro la fine di febbraio i soci esamineranno il nuovo bilancio.

Per il momento la procura sta a guardare. Se venissero sequestrati i fondi del senatore, indagato per appropriazione indebita, ovviamente la restituzione diventerebbe più complicata. Ma il patteggiamento è subordinato alla transazione con il partito. E quindi molto ruota attorno alla risposta che verrà da Rutelli & soci.

Certo è incredibile come nessuno della ex Margherita abbia controllato le azioni di Lusi tanto più che si tratta di un partito fantasma che sopravvive esclusivamente per incassare i milioni del rimborso elettorale (nel 2010 ci dovevano essere 24 milioni in cassa ed era in arrivo ancora una tranche di altri 10 milioni). E pensare che per la spartizione di quel tesoretto hanno litigato mica poco. Enzo Carra, che nel frattempo è approdato all’Udc, ha avviato una causa civile assieme a Renzo Lusetti, Gaspare Nuccio, Rino Piscitello e Giovambattista Bonfanti per invalidare un’assemblea da cui era stato escluso. Così l’onorevole Italo Tanoni a nome dei diniani.

Nel giugno scorso si erano visti in dodici per approvare un bilancio clamorosamente taroccato. Ora molti ammettono di avere sospettato. «In effetti c’era qualche opacità anche nei bilanci precedenti al 2011», dice Pier Luigi Castagnetti. «Io le carte le ho sempre chieste e non me le hanno mai date», rilancia il prodiano Giulio Santagata.


FABIO MARTINI
Erano riunioni semiclandestine, convocate - chissà perché - la mattina presto. Riunioni con pochi intimi, da matrimonio di Renzo e Lucia: dieci, dodici persone, chiamate ad approvare il bilancio consuntivo di un partito non più in vita, la Margherita. L’ultima volta era la mattina del 20 giugno 2011 accadde qualcosa di molto curioso. Luigi Lusi, il tesoriere, lesse le varie voci del bilancio e Arturo Parisi, per poterle giudicare, chiese un po’ di tempo di più, almeno «un aggiornamento al pomeriggio». Non fu facile, ma alla fine si convenne che la richiesta era ragionevole. Tra le voci del bilancio, ce ne era una (“attività”) molto più ricca del previsto, visto che il partito era stato sciolto tre anni prima e visto che l’esposizione corrispondeva ad alcuni milioni di euro. Parisi chiese conto: «E questa spesa a cosa corrisponde?». Lusi rispose: «Un contributo per le spese elettorali per le Primarie di Dario Franceschini». Ma come? Un partito defunto, senza mandato, spende 2-3 milioni di euro per alimentare la lotta intestina di un partito vivo e vegeto? E come mai la spesa era stata rendicontata nel bilancio del 2010, visto che le Primarie del Pd risalivano al 2009? Successivamente interpellato dallo stesso Parisi, Dario Franceschini negò con molta energia di aver mai ricevuto sostegni.

Al di là delle responsabilità penali, la resurrezione post-mortem della Margherita è vicenda esemplare, perché offre uno spaccato su come abbiano vissuto alcuni dei più grandi partiti italiani durante la Seconda Repubblica. Molto trae origine da una norma legislativa in base alla quale i partiti presenti in Parlamento hanno diritto ad un rimborso elettorale annuo per tutta la durata della legislatura, anche se questa si interrompe prematuramente. Grazie a questo «trucchetto», non solo la Margherita ma anche Ds, Forza Italia e An hanno continuato ad intascare denaro pubblico per diversi anni anche se nel frattempo si erano sciolti. La Margherita, per esempio, ha deliberatola fine attività nell’ottobre del 2007, ma ha proseguito a ricevere soldi pubblici fino al 2011 per rimborsi relativi alle Europee 2004, alle Regionali 2005, alle Politiche 2006. Un bel gruzzolo, amministrato da Lusi. E qui occorre fare un passo indietro. Cinquanta anni, romano, Lusi viene portato sulla ribalta politica nazionale da Francesco Rutelli. Nel 2001, poco dopo essere stato eletto presidente della Margherita, Rutelli annuncia ai vertici del partito di aver rimosso da tesoriere Renato Cambursano e di aver chiesto di assumere l’incarico a Luigi Lusi. Ricorda Cambursano: «Appresi la notizia seduta stante».

Qualche tempo dopo, per garantire una più attenta e collegiale disanima dei bilanci, a Lusi viene affiancato un Comitato di Tesoreria, formato da alcuni degli esponenti di punta del partito e presieduto da Arturo Parisi che «in un clima di guerriglia permanente» chiedeva, non sempre con successo, carte, riscontri. Alla vigilia delle elezioni politiche del 2006 un duro e prolungato scontro contrappone da una parte i prodiani, che vorrebbero presentarsi con il simbolo dell’Ulivo e dall’ altra Ds e Margherita che invece chiedono di avere il proprio logo quantomeno al Senato. «Prevalse l’opinione dei due partiti, ma la mancata presentazione dell’Ulivo al Senato ci fece mancare quei seggi poi rivelatisi decisivi per garantire un margine di sicurezza al governo Prodi», ha scritto l’ex ministro Giulio Santagata nel suo libro "Il braccio destro". Una scelta che consentì di continuare ad incassare fondi pubblici ai due partiti, tanto è vero che quando la Margherita si scioglie, Rutelli ne resta formalmente il presidente, Lusi il tesoriere, Enzo Bianco il presidente dell’Assemblea federale. In una delle assemblee chiamate ad approvare il bilancio, Luciano Neri propone che le ingenti somme incassate da un partito oramai defunto vengano devolute ad associazioni di volontariato ma nessuno dei leader della fu-Margherita prende in esame la proposta. In compenso un po’ di fondi sono stati investiti per convegni organizzati in collaborazione col Pde, il partito di cui sono co-presidenti Rutelli e François Bayrou, uno degli sfidanti di Nicolas Sarkozy per l’Eliseo. E poiché il tesoriere del Pde, è sempre lui, Luigi Lusi, chi può escludere che il caso-Margherita abbia qualche riflesso nella corsa per l’Eliseo?


MATTIA FELTRI
La vita spericolata dei tesorieri, o segretari amministrativi, insomma di quelli deputati a far quadrare i conti di partito, è ben riassunta da Luigi Lusi del Partito democratico: «Ho parlato con i giudici e mi sono assunto la responsabilità di tutto e di tutti». E’ la formula che questi cyber contabili, una volta incaricati, si stampano nel cervello. Da che mondo è mondo, una volta beccati sono letteralmente affari loro.
Francesco PontoneFrancesco Pontone

Lo sanno da prima e si adeguano. Una leggenda del settore, il democristiano bergamasco Severino Citaristi, negli anni terribili di Mani Pulite raggiunse la cifra record di settantaquattro avvisi di garanzia. Trascorse anni a spiegare senza cercare di salvarsi la pelle che il suo ruolo era di recuperare quattrini, con sistemi legali e qualche volta illegali, per far girare il pachidermico partito cattolico.

Non era tenuto a relazionare alcuno, disse, e si rendeva conto di avere violato la legge ma così allora funzionava e continua a funzionare la democrazia, e sin dall’alba della Repubblica, se non dall’alba dell’uomo. Si prese le condanne che doveva prendersi e concluse la sua esperienza terrena nella solita, modesta e decorosa casa della periferia di Bergamo, col tavolo della cucina in formica.
giancarlo tullianigiancarlo tulliani

Non si ha memoria di un tesoriere che abbia rigirato le responsabilità ai vertici politici del partito. Francesco Pontone da segretario amministrativo di Alleanza nazionale vendette il celebre appartamento di Montecarlo che poi finì nelle disponibilità del fratello di Elisabetta Tulliani, la compagna di Gianfranco Fini.

«Beh, che coincidenza!», disse Pontone in quello che sarebbe uno strepitoso trailer -se da un ruolo si ricavasse un film. Il secondo spezzone andrebbe riservato ad Alessandro Patelli della Lega Nord che, beccato con duecento milioni di lire provenienti dalla maxitangente Enimont, spiegò: «Non sono soldi irregolari. Solo non li ho ancora regolarizzati». Poi aggiunse: «Sono stato un pirla». Bisogna essere capaci di tutto e non avere vergogna di niente, come si vede. «Il nostro Patelli è meglio di Greganti», disse un Bobo Maroni ancora estraneo alle furie legalitarie delle ultime settimane.
PRIMO GREGANTIPRIMO GREGANTI

Primo Greganti se lo ricordano tutti, sebbene egli non sia mai stato il contabile ufficiale del Pci-Pds. Lo accusarono di aver intascato una mazzetta da 621 milioni di lire (nel 1989), e lui disse di aver usato il buon nome del comunismo italiano per guadagnarsi la sommetta; cioè, non aveva rubato per il partito ma al partito. Chiuso in galera, tenne il punto con una fermezza che Krancic celebrò in una vignetta sull’Indipendente in cui il galeotto cantava con resistenziale malinconia: «Quaranta dì, quaranta nott, a San Vitùr a ciapaa i bott, mi sont de quei che parlen no...».

A distanza di anni si raccontano episodi e personaggi con un po’ di distacco, ma fu una stagione tremenda. Il diretto superiore di Greganti, Marcello Stefanini, morì per emorragia celebrale il 29 dicembre del 1994, coperto di indagini che non volle fossero estese ad altri. Il suo omologo del Partito socialista, Vincenzo Balzamo, non resse che a qualche mese di indagine: morì il 2 novembre del 1992 al San Raffaele di Milano, dove era stato ricoverato per un infarto che la sua espressione incredula e smarrita, quando entrava nel tribunale di Milano pedinato dai giornalisti, preannunciava da un po’.
Francesco BelsitoFrancesco Belsito

I tesorieri sono sempre stati uomini politici di grande capacità e grande tempra, coperti dal partito che li candida in posti sicuri (per restare al caso di oggi, Lusi è senatore), delegati con ampia autonomia al lavoro sporco che qualcuno deve pur fare.

Certo, in tanto rigore marziale capita di incappare nella splendida eccezione di chi scappa con la cassa, cosa che accadde proprio al Pci quando, nel 1954, uno dei collaboratori di Pietro Secchia, Giulio Seniga, deluso dall’imborghesimento del partito fuggì con una bella somma e con alcuni preziosi documenti; in quel caso fu il Pci ad accettare le tacite regole della zona grigia, o nera, e a non sporgere denuncia. In fondo siamo in una dimensione unica, di ferrea ipocrisia, con una moralità extraterritoriale e pure qualche sprazzo di ridicolo: l’erede leghista di Patelli, Francesco Belsito, investe i soldi padani in Tanzania. C’è ancora da stupirsi?

CORRIERE DELLA SERA, 2/2/2012
ALESSANDRO TROCINO
ROMA — «Escluso» dal gruppo del Pd. Il primo provvedimento nei confronti di Luigi Lusi lo prende l’ufficio di presidenza del Partito democratico del Senato, all’unanimità. Fuori dal gruppo, ma non dal partito né da Palazzo Madama. Per questo, occorrerà aspettare le decisioni della commissione di garanzia. Ma derubricarla a una questione formale di sanzioni sarebbe riduttivo. Perché la vicenda che coinvolge il tesoriere della Margherita, accusato di aver dirottato per fini personali 13 milioni di euro del partito, rischia di avere ripercussioni ben superiori. Ieri Lusi, che ha ammesso l’appropriazione indebita, ha depositato in procura una bozza di fidejussione bancaria che copre cinque milioni di euro. In cambio della restituzione (molto parziale) della cifra, propone il patteggiamento di un anno della pena. Soluzione che i pm non sembrano ritenere soddisfacente (tre anni è la pena massima), ma si aspetta anche una valutazione dei vertici della Margherita.
In Transatlantico il clima nel centrosinistra è plumbeo. Poca voglia di scherzare, pochissima voglia di parlare pubblicamente. La vicenda ha risvegliato la rivalità tra ex Margherita ed ex Ds, ma è troppo scivolosa per provocare liti aperte. La divisione dei beni dei due partiti, dai quali è nato il Pd, è frutto di un accordo complesso e che ha lasciato non pochi strascichi polemici. Pierluigi Castagnetti prova a sdrammatizzare, citando Mino Martinazzoli: «I democristiani, diceva, rubano per sé ma dicono di farlo a favore del partito. I comunisti rubano per il partito, ma sostengono di farlo per sé».
In Transatlantico le domande sono sostanzialmente due. Possibile che nessuno nella Margherita si sia accorto della raffica di bonifici di Lusi? Possibile che ne fosse all’oscuro Francesco Rutelli, presidente della Margherita? Arturo Parisi nicchia: «Possibile? Quella è una valutazione personale». Che non ha nessuna voglia di fare pubblicamente, anche se proprio il fondatore dell’Asinello a suo tempo è stato il primo a parlare di «opacità» per alcune voci di bilancio. Dubbi che non sono stati sciolti. Perché non insistere? «Ho insistito, hanno rimandato a fine anno le risposte. C’è comunque un Comitato di controllo sulla tesoreria che avrebbe dovuto verificare i conti». Comitato formato da un uomo per corrente o quasi. «Nient’affatto — ribatte a distanza Ivano Strizzolo, componente di quel Comitato e attuale deputato Pd — Si tratta di un organo politico di indirizzo. Valuta come procedere per l’utilizzo dei fondi nel futuro, dalla gestione dei dipendenti al quotidiano Europa. Piuttosto la vigilanza spettava al collegio di revisione dei conti, tre commercialisti scelti dall’Assemblea».
Che uso è stato fatto dei soldi della Margherita? Solo case e fondi per le società del tesoriere? Lusi avrebbe detto a Parisi che quattro milioni sono stati utilizzati per le primarie di Franceschini. Secca la smentita di Ettore Rosato, responsabile della campagna elettorale: «Il costo della campagna è stato di 249.000 euro. Le entrate sono state tutte derivanti da contributi volontari di singoli parlamentari e cittadini». Di fronte alla smentita, Parisi indietreggia: «La precisazione conferma la risposta che mi diede Franceschini». Dunque, sostiene Parisi, Lusi mentì.
Comunque stiano le cose, sotto accusa non è solo Lusi ma la gestione personalistica e privatistica di denaro pubblico, affluito nelle casse di partiti in sonno dal 2008. La Margherita, ma anche i Ds. Ugo Sposetti, omologo di Lusi per i democratici di sinistra, è una sfinge e risponde a monosillabi: «In questi casi si applicano le virtù teologali». Solidale con Lusi? «Il tesoriere — risponde citando se stesso, in relazione a una vecchia polemica con l’ex tesoriere Pd Mauro Agostini — non si discute, si ama».
Alcuni, non tantissimi, chiedono ora l’espulsione di Lusi anche dal partito (tra loro Ignazio Marino). Non sarà facile, visto che è prevista per statuto solo per reati gravissimi. Stefano Fassina chiede le sue dimissioni da senatore: proprio per sentirsi libero di chiederle, sostiene, rinuncerà a subentrare a Lusi. Dopo di lui, in lista, c’è Brunella Ricci.
Ma si riapre anche il dibattito sulla gestione dei rimborsi elettorali (che Mario Staderini, segretario radicale, vorrebbe abolire). Il Pd, per volere di Walter Veltroni, è controllato da una società di revisione indipendente (PriceWatherHouse Coopers). Per Rosy Bindi, però, «serve una legge di carattere generale, che vale per tutti». E che applichi, finalmente, a distanza di qualche decennio, l’articolo 49 della Costituzione.

CORRIERE DELLA SERA 2/2/2012
FIORENZA SARZANINI
ROMA — Faceva affari in Italia Luigi Lusi, ma negli ultimi anni aveva deciso di concentrarsi anche sull’estero. E alla fine aveva ritenuto che la strada più semplice da seguire fosse quella di trasferire in Canada gran parte dei soldi accumulati sul conto corrente intestato a «Democrazia è Libertà» e poi finiti nella disponibilità della «TTT srl», la società della quale risulta unico proprietario. In tutto 13 milioni di euro utilizzati per acquistare immobili di pregio e per alimentare il suo bilancio personale. Nel 2009, qualcosa lo ha però convinto sull’opportunità di far rientrare almeno in parte il denaro nel nostro Paese. E così ha deciso di accedere allo scudo fiscale. La clamorosa novità emerge dagli accertamenti compiuti dalla Guardia di Finanza su delega della magistratura romana. E rafforza il vero interrogativo che ruota intorno a questa storia: possibile che l’ex tesoriere della Margherita poi diventato senatore del Partito democratico, abbia fatto tutto da solo? Possibile che nessuno si sia accorto di questa continua movimentazione di denaro?
La causa civile
sui rendiconti
In realtà sin dal luglio scorso alcuni parlamentari che facevano parte della Margherita si erano rivolti al tribunale civile impugnando la validità dei rendiconti relativi al 2009 e al 2010. Appare difficile credere che neanche in quell’occasione i vertici dell’ex Margherita che adesso sono parte lesa contro Lusi — il presidente Francesco Rutelli, il presidente dell’assemblea Enzo Bianco e il presidente della Tesoreria Gianpiero Bocci — gli abbiano chiesto conto di quanto stava accadendo. Eppure la vicenda giudiziaria è appena entrata nella fase cruciale, tanto che la prossima udienza è fissata al 3 aprile prossimo.
Sono le carte processuali a rivelare i passaggi della disputa. Si scopre infatti che il 15 luglio scorso, dopo aver scoperto che erano stati pubblicati i «bilanci» degli ultimi due anni, i parlamentari Enzo Carra, Renzo Lusetti e Calogero Piscitello, l’ex coordinatore regionale lombardo Battista Bonfanti e Carmine Nuccio, hanno presentato ricorso. E in quella sede hanno citato «l’Associazione denominata "Democrazia è Libertà - La Margherita"». Nella memoria di costituzione è esplicitata la loro posizione: «Nessun rendiconto poteva essere stato approvato dal momento che è l’Assemblea federale, per espressa disposizione statutaria, a doverlo fare e noi che ne facciamo parte non siamo stati mai convocati. Per questo deve essere dichiarata la nullità degli atti». Quattro mesi dopo, esattamente il 30 novembre 2011, «Democrazia è Libertà» deposita le controdeduzioni e «resiste all’impugnazione chiedendo in via preliminare di dichiarare inammissibili e improcedibili le domande». Poiché è il partito ad essere stato citato in giudizio, non può essere stato Lusi a scegliere la linea da seguire. E dunque i legali dei ricorrenti stanno adesso valutando la possibilità di chiedere al giudice civile la trasmissione degli atti ai pubblici ministeri per valutare eventuali falsi e soprattutto omissioni di controllo nella stesura dei rendiconti.
La società di Toronto
e il mutuo negato
Del resto i trasferimenti di denaro dal conto corrente della Margherita a società private erano facilmente rintracciabili, pur tenendo conto che Lusi li aveva frazionati in novanta bonifici. Un flusso continuo di soldi che arrivava alla «TTT», azienda che aveva come incarico esclusivo l’effettuazione di consulenze per la Margherita, e poi confluiva in altre società. Una in particolare, la «Luigia Ltd» con sede a Toronto che — come risulta dalle verifiche delle Fiamme Gialle — controlla al 100 per cento proprio la «TTT». Un gioco di scatole cinesi per occultare beni, ma anche per mascherare gli affari immobiliari. E infatti è proprio l’acquisto del lussuoso appartamento al centro di Roma, in via Monserrato 24, a creare la prima crepa nel meccanismo finanziario apparentemente perfetto che era stato messo in piedi.
Accade quando la società che fa capo a Lusi chiede il mutuo per comprare l’appartamento, ma la banca nega l’erogazione «perché "TTT" si rifiuta di rivelare i reali titolari delle quote». Una situazione che si modifica qualche mese dopo quando la stessa «TTT» accede allo scudo fiscale per far rientrare in Italia i capitali portati in Canada attraverso la «Luigia Ltd». Si tratta infatti di un atto ufficiale che lo espone fiscalmente però gli consente di ottenere il via libera dell’Istituto di credito alla concessione del finanziamento necessario a comprare la casa. Lusi ha chiesto lo scudo senza informare nessuno? E dove è finito il denaro che ha riportato in patria?
L’ipotesi di accordo
al 50 per cento
A tutte queste domande dovrà rispondere l’inchiesta della Procura di Roma, tenendo conto che la «TTT» era società ben nota a La Margherita visto che l’amministratore unico era Paolo Piva, consulente in materia di viabilità di Francesco Rutelli quando era sindaco di Roma proprio insieme a Lusi.
Entro questa sera gli ex leader de La Margherita assistiti dall’avvocato Titta Madia dovrebbero visionare la proposta di fidejussione che Lusi ha già consegnato al procuratore aggiunto Alberto Caperna e al suo sostituto Stefano Pesce. «Se saranno fornite le garanzie necessarie — anticipa il legale — potrebbe esserci l’accordo, sia pur con la riserva di avviare ulteriori azioni legali». Lusi ha offerto la restituzione soltanto di 5 milioni di euro, meno della metà della cifra che gli viene contestata. Ma nonostante questo il partito si mostra disponibile ad accettare la sua offerta. Un atteggiamento al momento incomprensibile.

CORRIERE DELLA SERA 2/2/2012
FABRIZIO RONCONE
ROMA — Lei lo conosce bene.
«Mhmm...».
Lei, il senatore Luigi Lusi, lo conosce bene.
(Roberto Giachetti ha una lieve indecisione, per lui inconsueta).
«Beh, sì. Non lo considero un mio fratello, ma lo conosco da vent’anni, e in queste ore, in cui tanti fanno finta di non ricordare bene che faccia avesse, io voglio dire che sì, Luigi lo conosco dal 1993, dai tempi di Rutelli sindaco di Roma».
Continui.
«Io capo della segreteria del sindaco, lui che collabora con Amedeo Piva, assessore alle Politiche sociali, e si occupa, e lo fa bene, del problema nomadi. Poi ci ritroviamo dentro la Margherita, nel 2001: lui tesoriere nazionale, io segretario del partito nel Lazio... E, guardi, in tanti anni posso essere cambiato io, ma lui no: lui sempre nella parte di quello duro, meticoloso, puntiglioso, integerrimo».
Un magnifico attore.
«Dottor Jekyll e Mister Hyde».
Strano caso.
«Io cado dalle nuvole».
Senta, Giachetti: lei cade dalle nuvole, tutti cadete dalle nuvole. Ma com’è possibile che un intero partito non si sia accorto che Lusi faceva sparire ingenti somme di denaro?
«Eh... me lo chiedo anche io...».
Tredici milioni.
«Eh...».
Come può Rutelli non essersi accorto del genere di tesoriere a cui aveva affidato le casse del partito?
«Sembra assurdo, lo so. Ma sa qual è la verità? La verità è che, purtroppo, i partiti gestiscono ingenti somme di denaro proveniente dal finanziamento pubblico senza che ci sia un minimo di controllo da parte di alcuna autorità».
Sì, certo: ma, tecnicamente, come può essere successo?
«Giuro, non ho la più pallida idea. Del resto, il bilancio fu approvato e depositato regolarmente alla Camera e poi persino pubblicato, come imposto dalla legge, sui quotidiani. Se qualcuno avesse avuto sospetti...».
Arturo Parisi ne ebbe, e di forti. Durante l’assemblea dello scorso 20 giugno, in cui dovevate, appunto, approvare il bilancio.
«Senta: Parisi ebbe qualche dubbio, okay, chiese la sospensione dell’assemblea, poi però il bilancio, nel pomeriggio, fu approvato».
Quindi?
«Se davvero Parisi avesse avuto dubbi forti, avrebbe dovuto, potuto far casino, arrabbiarsi sul serio».
In quel bilancio c’erano 4 milioni di euro che non si capiva come fossero stati spesi.
«Mah... Secondo alcuni, Lusi avrebbe detto che erano serviti a finanziare la campagna per le primarie di Franceschini. Lusi, però, sostiene di non aver mai detto niente del genere. Franceschini, giustamente, si sente infangato».
Insisto: resta stupefacente che nessuno di voi si sia accorto che Lusi comprava ville con i soldi della Margherita.
«Beh, c’è anche da dire che poi, quando entrammo nel Pd, molti della Margherita presero strade diverse... alcuni nell’Udc, Rutelli stesso ha fondato l’Api...».
Numerosi osservatori rimasero piuttosto sorpresi dal fatto che Lusi, uno dei fedelissimi di Rutelli, non avesse seguito il capo nella nuova avventura politica.
«Ecco, vede? Questo smonta la tesi di chi dice che Rutelli, in qualche modo, qualcosa doveva sapere...».
(Roberto Giachetti ha studiato politica dai radicali, è scaltro, rapido. Ma è anche uno dei pochi a non avere filtri: per tutta l’intervista, il suo stato d’animo è parso restare in bilico tra stupore e amarezza).