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 2012  gennaio 31 Martedì calendario

I colossi dell’hi tech fanno i furbetti Tutti in fuga nei paradisi fiscali - Si erano trovati tutti intorno ad un ta­volo giusto un anno fa: Steve Jobs di Ap­ple( ripresodispallepernonfartraspari­re l’avanzato della malattia che l’ha poi ucciso), Eric Schmidt di Google, Mark Zuckerberg di Facebook più altri big del­l’economia duepuntozero

I colossi dell’hi tech fanno i furbetti Tutti in fuga nei paradisi fiscali - Si erano trovati tutti intorno ad un ta­volo giusto un anno fa: Steve Jobs di Ap­ple( ripresodispallepernonfartraspari­re l’avanzato della malattia che l’ha poi ucciso), Eric Schmidt di Google, Mark Zuckerberg di Facebook più altri big del­l’economia duepuntozero . Tutti al tavo­lo per un brindisi con il presidente Ba­rack Obama e l’intenzione di stringere un patto di ferro per rilanciare l’America nel mondo grazie ai soldi (molto) reali del mondo (sempre meno) virtuale. God bless America , insomma, e in que­sto caso da Jobs in giù gli dei dell’hi- tech avevano promesso ad Obama che ci avrebbero pensato loro. In fondo sono aziendecheinvestonosommegiàingen­ti nel sociale (l’ultimo assegno firmato da Bill Gates è da 750 milioni di dollari), dunque ecco la soluzione: per rimettere a posto i conti di Washington sarebbero bastati pochi clic. Una benedizione. Siccome però a questo mondo c’è sempre qualcuno che non si fida, ecco che-a un anno di distanza-la Sec,ovve­ro l’ente che controlla le società quotate a Wall Street, ha presentato il conto. E quel brindisi ad Obama è andato di tra­verso, perché la richiesta di chiarimenti sui benefici di cui godono le aziende americanehaportatoinchiaroun’attivi­tà assolutamente lecita ma- quantome­no- poco patriottica. In pratica: le aziende hi-tech appar­tengono ormai al mondo? Ecco allora cheilmondopuòaccogliereillorodena­ro, soprattutto se da qualche parte il fi­sco è un po’ più benevolo. Nulla di scon­veniente, in fondo,lo fanno in molti e per­fino gli U2 sono finiti nel recente passato sulla graticola della musica per aver spo­stato tutti i loro affari in Olanda. Ma è per questoèancorapiùcuriososapereades­so che è proprio l’Irlanda-la casa di Bo­no e amici- uno dei Paesi considerati Pa­radiso fiscale dai tech- big. Così- ha rive­latoilquotidiano El Pais- , mentreMicro­soft ha smistato un po’ di suoi affari tra Porotorico,Singapore e,appunto,Irlan­da, Google ha fatto di Dublino e dintorni la sua capitale finanziaria, anche perché lì per gli stranieri vige un regime fiscale che è ancor più basso del 12,5% ricono­sciuto alle aziende locali. Eppoi, facen­do ardite triangolazioni tra società con­trollate situate dai Caraibi all’Asia pas­sando per l’Europa, risulta che colossi come Google abbiano finito per rispar­miare qualcosa come 7 miliardi e mezzo di dollari pagando solo un’imposta del 3%,cosìcomeMicrosoftpaghil’8%eAp­ple addirittura il 2,5%. Mentre Face­book, ormai prossima alla quotazione, soggiorna spesso alle Isole Cayman. E fi­nanziariamente il tutto non fa una pie­ga. Il dibattito semmai è morale, ovvero se in tempi di crisi sia giusto che le azien­de di cui sopra tolgano denaro al fisco del loro Paese per farsi gli affari propri. La risposta (loro) è che i soldi risparmiati diventanonuoviinvestimentiintecnolo­gia, enonavendoviolatoalcunaleggeva­le il motto business is business . Nato in America, appunto. Google, ad esempio, alla Sec ha risposto di avere un obbligo solo verso i suoi piccoli azionisti, cioè «quello di tenere una struttura fiscale ef­ficiente », e qui il cerchio si chiude, così come il discorso. Perché alla fine, anche chi oggi condanna i big della tecnologia per la loro spregiudicatezza, non può fa­re a meno di essere d’accordo su una grande verità: al mondo, reale o virtuale che sia, vincono sempre i più furbi.