Luigi Manconi, Il Messaggero 01/02/2012, 1 febbraio 2012
I BARBARI SOGNATORI E LA REALTA’ DELLA LEGA
Per un singolare paradosso, la Lega Nord è oggi, dopo quello radicale, il più antico partito italiano. Tutti gli altri si sono sciolti e magari ricomposti, scissi e scissi ancora una volta, hanno cambiato nome e pelle e identità. La Lega Nord è lì, il suo leader è sempre il medesimo, Umberto Bossi (in parlamento nel 1987) e l’ultimo congresso risale al marzo del 2002. Una presenza nella scena politica di oltre un quarto di secolo (la Lega Lombarda viene fondata nel 1984) esige, pertanto, di trarre un bilancio, tanto più urgente oggi dal momento che la Lega attraversa la sua crisi più profonda sotto il profilo tattico e sotto quello strategico.
Qualche giorno fa, un improvvisato sondaggio condotto da Radio Padania Libera rivelava come la stragrande maggioranza degli ascoltatori fosse nettamente favorevole al governo Monti: secondo uno stile «sovietico», che i leghisti sembrano aver assimilato magnificamente, la cosa è stata presentata come il risultato di un complotto da parte di «militanti di sinistra» che avrebbero telefonato alla radio per alterare il sondaggio (una riedizione un po’ patetica della antica accusa comunista nei confronti del F.o.d.r.i.a., ovvero Forze oscure della reazione in agguato). Resta la contraddizione di un elettorato leghista probabilmente ben disposto verso un esecutivo capace di varare alcuni dei provvedimenti attesi da anni. E questa non è nemmeno la principale difficoltà che il gruppo dirigente leghista deve affrontare. La questione più impervia risiede proprio là, all’interno di quello stesso gruppo dirigente. Ed è questione difficilissima perché oscurata da un pesantissimo tabù, che vela il rapporto così delicato che può intercorrere tra politica e malattia.
Un nodo ancor più ingarbugliato perché la Lega è partito squisitamente carismatico, dove il ruolo del Capo è cruciale, fonte del potere e suo controllore, autorità morale e decisore unico, istanza prima e destinatario finale dei processi di militanza e di fidelizzazione. Per giunta, il ruolo carismatico di Bossi ha sempre coltivato una qualche piega, se non esoterica, almeno magico-seduttiva. Una piega fatta di un intreccio tra cameratismo e separatezza, plebeismo e decisionismo, semplicità spinta fino al primitivismo e imperscrutabilità delle scelte e dei comportamenti, simbologie pagane e devozionismo tradizionalista. Tutto ciò richiedeva la vitalità di un uomo capace di oratoria torrentizia e di millanteria viriloide. «La Lega ce l’ha duro» costituiva la proiezione, in termini di programma politico e di stile della militanza, di una postura aggressiva, adottata e vantata dal leader. Il quale appariva come circonfuso di un’aura quasi sacra (in quanto potentissima) che ne esaltava il fascino personale, l’appeal subliminale, la carica per così dire erotica. Poi la caduta (anch’essa correlata, nella leggenda metropolitana, a una performance di energia sessuale): e l’invalidità.
Quest’ultima non ha costituito, come pure sarebbe stato possibile, un fattore di enfatizzazione del carisma, di sua esaltazione grandiosa nel bene come nel male (nella vigoria come nella fragilità), bensì di sua attenuazione. Fino a una crisi tendenzialmente irreversibile. E infatti, se quel limite fosse stato percepito alla stregua di un annuncio drammatico, ma vitale, segnale di una finitezza da accogliere come un’opportunità di trasformazione e di rinnovamento dell’intero partito; se la debolezza, insomma, fosse stata considerata come l’altra faccia di una forza straordinaria, e non come la caduta di cui profittare, anche il percorso della successione al Capo avrebbe avuto un’altra sorte. E, invece, i fischi del comizio di Milano e la sorda secessione di Roberto Maroni. Ma, va da sé, la crisi del leader è solo la manifestazione più visibile di un vero e proprio smarrimento politico. Come si è detto, di natura tattica (l’imbarazzo nei confronti del governo Monti, al di là della contestazione tonitruante) e di natura strategica. Ovvero cosa farà la Lega da grande?
Il logoro ritornello del «partito di lotta e di governo» palesemente non ha funzionato e lascia solo rovine fumanti. Dopo due decenni di frequentazione del potere centrale, nel nostro ordinamento statuale quasi nulla si trova del federalismo sperato: mentre solo l’esecutivo della «tecnofinanza» sembra capace di contenere quell’incremento della pressione fiscale che i governi di centrodestra non hanno saputo alleggerire. C’è di più: è vero che la Lega è stato uno degli «imprenditori politici dell’intolleranza» massimamente attiva nella stigmatizzazione dello straniero e nella sua trasformazione in minaccia sociale, ma è altrettanto vero che - per molte ragioni - non è stata il partito del «razzismo organizzato» (come altri movimenti in molti Paesi europei); e quando ha avuto la titolarità del governo dell’immigrazione (Maroni ministro dell’Interno) il fallimento è stato tanto plateale quanto incondizionato. Se ciò è vero, può oggi la Lega recuperare un suo ruolo con il semplice ritorno a una condizione di «partito di lotta»? Improbabile, perché questo movimento, dotato tuttora di un significativo insediamento sociale e territoriale, non può ridursi a fenomeno di protesta; e perché una connotazione tutta antagonistica risulta ancora più difficile da reggere in una fase di grave crisi economica.
Insomma, contro tutte le apparenze, la Lega non è un movimento per i periodi di penuria, bensì per le epoche di vacche grasse, quando quell’insediamento sociale e territoriale può contare su canali ricchi e rapidi di distribuzione delle risorse. Oggi, senza alleanze strategiche e senza le garanzie di un esteso potere locale e senza - paradossalmente - adeguati trasferimenti dallo Stato centrale, la Lega sarebbe costretta a rinchiudersi in una sorta di presidio pedemontano, fondato su comunità piccole e medie e sulla resistenza culturale alle dinamiche della globalizzazione. Si tratterebbe, in questo caso di un vero e proprio ritorno alle origini, destinato più che a un recupero delle forze e dei consensi e a una ridefinizione di identità e strategia, a una sorta di regressione folklorica. Per Umberto Bossi potrebbe significare un viaggio all’indietro nel tempo, a quando apprendeva da Bruno Salvadori, allora leader dell’Union Valdotaine, i primi rudimenti del federalismo. Per gli altri, «barbari sognatori» (autodefinizione di Maroni su facebook), si tratterebbe di un crudele contrappasso. Ma, con tutta probabilità, non sarà questo l’esito. È prevedibile, piuttosto, un andamento ondivago della Lega, ancora una volta incerta tra enfasi identitaria e programma di governo. In ogni caso, la domanda prima posta - cosa farà la Lega da grande? - risulterà sempre meno eludibile.